Si può definire il primitivismo come la credenza che la forma più perfetta della vita umana sia quella risalente al primo periodo dell’umanità (mito dell’Età dell’oro), oppure quella tutt’oggi presente nei sopravvissuti popoli primitivi, ritenuti più vicini alla reale essenza della natura umana. Ne consegue che tutta la civiltà non rappresenterebbe altro che un’enorme opera di addomesticamento degli impulsi elementari dell’individuo. Con la sua logica accumulativa, la sua produzione di merci, il suo progresso tecnologico, le sue istituzioni politiche, il tanto decantato processo evolutivo ci avrebbe sì consentito di abbandonare la vita delle caverne a favore di quella delle metropoli, ma ciò sarebbe avvenuto a scapito della nostra autenticità, della nostra essenza umana. L’evoluzione sarebbe in realtà una involuzione, un allontanamento dalla felicità e non un suo avvicinamento; una sorta di processo esteriore sovrapposto per mere convenzioni sociali a qualcosa di più radicato, genuino e profondo. Contestando la tesi ufficiale che descrive la preistoria un’epoca di terribile miseria, in cui l’uomo nudo e privo di protesi tecniche non poteva che soccombere alla tirannia di una natura ostile, il primitivismo sostiene la necessità di liberarsi di tutte le incrostazioni artificiali moderne, per poter tornare, infine, a godere di quella originaria libertà che abbiamo perduto dopo averla scambiata col benessere dei consumi.

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Tutto ciò che conosciamo dell’alba dell’umanità lo dobbiamo allo studio delle tracce materiali che i primi uomini hanno lasciato e che sono giunte fino a noi. Queste tracce sono essenzialmente ossa animali e umane, e pietre incise. La loro disposizione nei siti archeologici è anch’essa in grado di fornirci importanti informazioni sui nostri lontani antenati. Ma il problema principale è che queste tracce sono estremamente frammentarie, impossibili da datare con precisione. A partire da queste labili tracce, gli studiosi azzardano ipotesi e formulano teorie, che spesso vengono scosse da ulteriori scoperte. La conoscenza della preistoria è dunque un ambito del sapere alquanto instabile, sempre suscettibile di cambiamento: l’idea che ci facciamo di quel periodo non può essere precisa quanto quella che abbiamo dei periodi più recenti. Le certezze sono rare e piuttosto vaghe. Se gli ultimi trent’anni, grazie a numerose "scoperte" e all’evoluzione dei metodi di ricerca, hanno trasformato considerevolmente l’immagine caricaturale della preistoria che era prevalsa nel XX secolo — smentendo quelle immagini di penuria e di infelicità con cui si è soliti pensare la vita degli uomini primitivi — nel contempo hanno fatto emergere altri problemi che tendono a rendere la questione sempre più intricata.

Ora i primitivisti, nell’intento di presentare un quadro idilliaco degli albori dell’umanità, ricercano quegli elementi che possano permettergli di dipingere un siffatto quadro. Ovviamente, più indietro volgono lo sguardo, più l’evoluzione dell’uomo verso la sua forma "moderna" mostra elementi d’alienazione che diventano incontestabili. L’archeologia è la sola risorsa disponibile per chi vuole sapere qualcosa dell’umanità al suo esordio. Dunque, per quante riserve possiamo nutrire, siamo costretti a ragionare partendo dalle sue scoperte. Così, dopo aver espresso legittime perplessità circa la buona fede di questa scienza separata, i primitivisti pescano a piene mani nella sua letteratura specializzata. In questo caso, le scoperte scientifiche non sarebbero che un mezzo per avallare le loro convinzioni. Nell’avanzare le loro riserve sulle conclusioni a cui questa branca del sapere separato è giunta, i primitivisti si riservano il diritto di utilizzare l’argomento dell’autorità scientifica laddove fa loro comodo, e di respingerla quando cessa d’essere conveniente. Si tratta insomma di strumentalizzare la scienza che, in quanto istituzione culturale, non può mai essere oggettiva.

Si potrebbe prendere, ad esempio, la fama postuma di cui gode presso i primitivisti l’antropologo francese Pierre Clastres, autore del celebre La società contro lo Stato. Con la sua appassionata descrizione della vita dei popoli primitivi come un’esistenza trascorsa all’insegna dell’abbondanza e del piacere, e con la sua dura critica del potere e dello Stato — principali responsabili dell’annientamento della libertà — egli è sempre stato un punto di riferimento per il pensiero primitivista più radicale. Eppure Clastres stesso, al termine delle sue apologie dei tempi che furono, definisce il processo che ha portato le società primitive a diventare Stato come «irreversibile». Basandosi proprio sugli insegnamenti ricavati dallo studio della storia e della etnologia, egli arriva quindi a negare alla libertà ogni possibilità futura di realizzazione. La conclusione non può che portare all’inutilità di una rivolta contro il potere. In altre parole, Clastres critica lo Stato mentre ne afferma l’ineluttabilità: «irresistibile, abbattuta ma non annientata, la potenza dello Stato finisce sempre per riaffermarsi…». Consapevole dell’esistenza di una «gerarchia del peggio» nel mondo della schiavitù, Clastres lascia agli individui contemporanei una sola possibilità: quella di scegliere a quale livello di questa gerarchia collocarsi, la vecchia e odiosa canzone riformista del male minore. Per Clastres infatti non ci sono dubbi: «la denaturazione esclude il ricordo della libertà e, di conseguenza, il desiderio di riconquistarla. Ogni società divisa è dunque destinata a durare».

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Si potrebbe obiettare che fin qui rimaniamo nel campo delle interpretazioni. Non c’è dunque nulla di cui meravigliarsi se ognuno ha le proprie. Consideriamo allora una questione in dettaglio, quella della caccia. Molti primitivisti sono vegetariani, alcuni in senso stretto, e ritengono che cibarsi di carne sia oltre che immorale, poiché implica l’uccisione di animali, anche nocivo alla salute. La raccolta dei frutti della terra deve essere stata quindi lo stato naturale della "buona" umanità. Tuttavia, benché alcuni studiosi affermino che la raccolta costituiva la principale risorsa alimentare, ciò non dimostra che fosse l’unica. Così, i primitivisti si appoggiano a quegli studiosi secondo cui il fatto che in molti siti archeologici non siano stati rinvenuti strumenti di macellazione indica che non c’era consumo di carne animale. I primi uomini erano quindi vegetariani. Eppure, esiste almeno un sito archeologico che dimostra il contrario: quello di Olduvai, al nord della Tanzania, dove sono stati trovati, oltre a resti umani, i resti di un elefante assieme a più di duecento attrezzi serviti alla sua macellazione. Qualcuno potrebbe replicare che ciò non dimostra la pratica della caccia, ma forse un consumo di carogne. Ma nello stesso sito sono stati rinvenuti anche alcuni crani di antilope che mostravano al centro della testa i segni di una violenta frattura, risultato di un colpo di bastone o di sasso. Ciò indica senza dubbio una pratica d’abbattimento già codificata, che seguiva regole precise, smentendo la tesi di un consumo di carne occasionale — e ancor più quella di un vegetarianismo generalizzato fino all’avvento dell’uomo "moderno". Anche nel sito di Vallonnet, scoperto nel 1962, sono stati trovati i resti di una balena certamente arenatasi su una spiaggia, che venne trascinata fino a una grotta per essere macellata. I primi utensili di pietra non sono serviti quindi alla sola preparazione di materie vegetali.

Allo stesso modo, per avanzare la tesi della non divisione sessuale del lavoro, i primitivisti sostengono la predominanza della raccolta, che ritengono una attività non divisa sessualmente. Effettivamente la predominanza della raccolta è pressoché certa. Detto questo, cosa possiamo sapere noi della divisione sessuale presente o meno in questa attività in quel periodo?

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I primitivisti vogliono far credere che in passato gli uomini abbiano deliberatamente rifiutato il lavoro, l’addomesticamento sociale, l’autorità e ogni altra "conquista" del Progresso, fino a un’epoca relativamente recente. I soli argomenti avanzati a sostegno di questa tesi sono che gli esseri umani paleolitici erano intelligenti quanto noi, dunque possedevano gli strumenti intellettuali necessari per sviluppare il Progresso, ma che questo non ha avuto luogo per oltre due milioni d’anni. Ciò dimostrerebbe che gli esseri primitivi hanno consapevolmente rifiutato il "benessere della Civiltà" in quanto falso e alienante. Non occorre avere conoscenze approfondite nell’ambito della preistoria per notare la debolezza di un simile ragionamento. Non che questa tesi sia assurda in quanto tale: solo che non si può dimostrare. Anzitutto, per poter parlare di rifiuto occorre che la persona o il gruppo in questione abbiano avuto consapevolezza di ciò che rifiutavano. Si rifiuta solo ciò che viene proposto.

Si può parlare di rifiuto del mestiere di tessitori da parte degli operai inglesi nel 1830 che diedero vita al luddismo. Ma per parlare di rifiuto dell’agricoltura o dell’allevamento da parte degli uomini primitivi, bisognerebbe che queste pratiche fossero state loro presentate, che le abbiano magari sperimentate e poi respinte. Sarebbe quindi necessario trovare qualche traccia che dimostri che gli esseri umani abbiano iniziato, ad un certo punto della preistoria, a praticare l’agricoltura per poi abbandonarla e riprendere la vita di cacciatori-raccoglitori. In questo caso si può parlare di rifiuto. Ma per ora, allo stato attuale delle conoscenze, dal momento in cui gli umani hanno praticato l’agricoltura e l’allevamento non sono mai più tornati indietro (come faceva notare Clastres).

Certo, ancora oggi esistono delle regioni dove i cacciatori-raccoglitori vivono fianco a fianco con agricoltori sedentari: ad esempio, alcune tribù Bushmen dell’Africa che — secondo alcune indagini etnologiche — trovano l’agricoltura «inutile o stancante». Ci sarebbe in questo caso un rifiuto con cognizione di causa. Tuttavia non sembra che questi Bushmen abbiano sperimentato essi stessi l’agricoltura, ma che si siano limitati ad osservare dall’esterno le pratiche dei loro vicini. Ciò che rifiutano è un modo di vita estraneo alla loro cultura. Si può notare del resto che, se i nomadi difficilmente diventano sedentari, a loro volta i sedentari difficilmente diventano nomadi.

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Col passaggio al neolitico si assiste ad una autentica rivoluzione, come suol dirsi. Si può anche parlare di una gigantesca frattura. Un modo di vita, rimasto più o meno stabile, almeno a grandi linee, per oltre due milioni di anni, si trasforma brutalmente in un altro modo di vita che, proseguendo nella propria evoluzione, finisce col diventare completamente diverso dal modello originario. Tutto ciò non è avvenuto naturalmente in un giorno, ma la rapidità del progresso della rottura neolitica è quasi esponenziale. Tre o quattromila anni sono stati sufficienti per generalizzarla. Va da sé che la questione non è di sapere perché la civiltà abbia avuto inizio solo a partire da un certo momento, ma perché sia iniziata. Solo che, per cercare di venire a capo di questo enigma, bisognerebbe affrontare una moltitudine di dettagli difficilmente abbordabili. Bisognerebbe esaminare i fattori climatici, la demografia, la struttura sociale delle società primitive e molte altre cose. E comunque, le ragioni della frattura neolitica rimarrebbero un mistero.

A questo proposito, vale la pena notare che le idee di Marx sul «dominio della natura», che tanto hanno contribuito a fondare l’ideologia progressista del vecchio movimento operaio, andrebbero messe in discussione su ben altri presupposti che non quelli primitivisti. Il dominio della natura non è inscritto nel destino delle società umane, così come non lo è il suo rispetto di stampo integralista. Quando gli esseri umani intagliano degli strumenti, quando uccidono un animale per cibarsene, non cercano di dominare la natura bensì di ottenere ciò di cui hanno bisogno. Le società umane tendono più alla propria conservazione, a mantenere le proprie strutture, che a dominare l’ambiente circostante. Lo sfruttamento della natura non è quindi lo scopo dell’umanità, ma la conseguenza di un modo di vita, di una organizzazione sociale. Il passaggio dalla preistoria alla civiltà non è opera né di un adattamento agli obblighi dell’ambiente, né di una specie di congiura dello Spirito del Dominio contro lo Spirito della Libertà, ma di un mutamento dovuto a una modificazione della struttura sociale stessa.

Ciò non significa che gli uomini vivano senza legami con l’ambiente che li circonda, il che sarebbe assurdo, ma che sono le strutture simboliche delle società umane a condizionare il loro rapporto con la natura e non viceversa, rapporto che è esso stesso una conseguenza del genere di relazioni che gli uomini intrattengono all’interno delle loro società, del loro modo di vita insomma.

Come abbiamo visto, tutto ciò che si può dire della cultura e del modo di vivere dei primi uomini, vissuti due milioni di anni fa, non sono che interpretazioni e supposizioni. Lo studio degli ultimi popoli primitivi sopravvissuti non contribuisce a fare chiarezza in merito. Non possiamo dimenticare che questi "primitivi" sono pur sempre nostri contemporanei. Non esistono motivi per credere che la vita che si svolgeva nelle società primitive due milioni di anni fa sia del tutto analoga a quella vissuta dai popoli primitivi oggi, tra un aereo che sorvola i loro territori e le equipe di studiosi universitari che si alternano per osservarli in continuazione. Così come è assurdo supporre che le condizioni sociali delle popolazioni primitive siano rimaste perfettamente immutate nell’arco di milioni di anni, è assurdo persino parlare di "essere primitivo" come di un’entità unica.

Ciò non significa che tutto ciò che viene affermato dai primitivisti sia per questo alterato. È comprensibile rimanere affascinati di fronte alle numerose descrizioni della vita felice degli ultimi popoli primitivi, come ad esempio i Tasady nelle Filippine: «I Tasady presentano tutti i tratti della felicità... Essi ignorano la gerarchia, l’ineguaglianza, la proprietà, l’insicurezza, la solitudine, le frustrazioni. Sono perfettamente integrati nel loro ambiente naturale e possono ricavarne un nutrimento sufficiente lavorando solo qualche ora al giorno. La loro vita sociale sembra essere esente da antagonismi, tensioni e animosità. Passano la maggior parte del loro tempo a giocare, discutere o fantasticare». Non si può negare che la realtà primitiva sia stata sacrificata sull’altare del culto del Progresso. Ma cercando di dipingere un quadro uniforme della vita degli uomini primitivi, a partire da concezioni aprioristiche e da proiezioni dei propri desideri, i primitivisti finiscono col proiettare la propria cultura su quella altrui, compito reso tanto più semplice dalla lontananza nel tempo o nello spazio e dalla scarsità di informazioni in merito. Questa tendenza, in cui cadono tutte le scienze umane, obbliga alla prudenza. Il modo più sicuro per sbagliarsi di fronte a qualsiasi realtà è di voler ad ogni costo farle dire qualcosa. Questo non significa che non si debba dare via libera alle supposizioni. Numerose grandi scoperte sono state il frutto di una geniale intuizione. Ma queste supposizioni devono essere confermate e, laddove non è possibile che ciò avvenga per ragioni pratiche, devono rimanere allo stato di supposizioni, senza venir fatte passare per dati consolidati.

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L’ideologia primitivista si presenta come ennesimo rigurgito di un antico romanticismo che conosce illustri predecessori, come Rousseau o Montaigne. Essa si basa sul postulato che la nostra cultura sarebbe "cattiva", perché avrebbe perduto il «contatto con la natura» che costituirebbe l’«autenticità» delle culture primitive. Il primitivismo è dunque un capovolgimento dell’ideologia dominante. Una specie di determinismo alla rovescia. Se l’ideologia dominante vede nell’evoluzione un processo in continua ascesa che ha migliorato le condizioni dell’essere umano, il primitivismo vede nel progresso una parabola discendente che ci allontana sempre più da noi stessi. Se i progressisti vedono nella fondazione dello Stato una difesa eretta a protezione dal selvaggio caos originario, quando l’uomo era lupo per l’uomo, per i primitivisti è l’uomo civilizzato ad essere lupo, ed è stato proprio lo Stato ad averlo aizzato contro gli uomini liberi. Da questo punto di vista, le parole di Pierre Clastres non potrebbero essere più esplicative. Ciò che determina una società primitiva, che la caratterizza tipologicamente, è proprio l’assenza di Stato: «Vi sono da una parte le società primitive, o senza Stato, dall’altra le società statuali». Le società primitive sono società dell’abbondanza, del tempo libero, del gioco, società «senza fede, né legge, né re»: paradisi sulla terra distrutti dall’improvvisa apparizione dello Stato.

Ma il primitivismo non è il solo pensiero a fondarsi sull’idea che lo stato originario dell’umanità fosse un paradiso terrestre, perduto con l’istituzione del potere temporale. Nel corso della storia questa stessa idea si è agitata in profondità ed è stata in grado di proiettarsi, nella psico-ideologia delle classi oppresse, dal passato al futuro e di concretizzarsi nel desiderio di ricostituire il paradiso in terra mediante la demolizione dello Stato e l’instaurazione di una società senza classi. Dal millenarismo all’onda lunga del maggio francese, gli occhi sono sempre stati rivolti verso l’avvenire, quell’avvenire che oggi alcuni chiamano appunto "futuro primitivo". Non è un mistero che questi occhi, ormai da molti anni, si siano chiusi per lo scoramento.

E qui tocchiamo un altro aspetto del primitivismo che desta perplessità. Se le "società primitive" sono "società senza Stato", perché il termine primitivismo dovrebbe essere preferibile a quello, poniamo, di anarchia o di comunismo? Perché scegliere, al posto di concetti attuali dal chiaro contenuto sociale, un termine che alle orecchie di molti esprime solamente una romantica nostalgia per il passato?

Da sempre, tutti coloro che si sono battuti per una trasformazione radicale dell’esistente si sono sentiti formulare dai propri avversari un classico interrogativo: con cosa sostituirete il mondo dello Stato? Fino a qualche anno fa, per sottrarsi alle insidie di questa domanda si confidava sulle realizzazioni avvenute nel corso di precise esperienze storiche: la libertà è possibile perché è stata sperimentata durante alcune insurrezioni. Ma ora, col tracollo di idee, valori e sogni che è stato battezzato "fine della storia", quel passato è diventato impresentabile. I club francesi del 1789 evocano soltanto la ghigliottina, i moti del 1848 sono serviti solo a coniare un sinonimo di confusione, della Comune parigina del 1871 si ricorda unicamente il rispetto per le banche, i soviet russi del 1918 fanno rima con burocrazia totalitaria, i consigli operai tedeschi del 1921 sono scomparsi assieme alle fabbriche, le collettività spagnole del 1936 ispirano solo cineasti radicalchic, quanto al 1968 lo si può rivivere andando in edicola a procurarsi l’apposita videocassetta acclusa a qualche quotidiano. In questo desolante panorama, l’impulso ad esorcizzare la paura dell’ignoto attraverso la proposizione di un modello sperimentato di vita senza potere che funziona, ha cercato altrove la propria soddisfazione. Risalendo ancora più indietro nel tempo, è arrivato laddove nulla e nessuno potrà mai minacciare una smentita: nella preistoria. Non può essere un caso che il primitivismo, inteso come movimento di critica sociale, si sia sviluppato in tempi recenti e abbia avuto come culla gli Stati Uniti, vale a dire il paese occidentale dove l’utopia rivoluzionaria ha avuto meno amanti e meno esperienze, ma dove in compenso è forte il mito della frontiera e dove è sempre stata presente una certa tradizione culturale inneggiante alla «vita nei boschi» (Thoureau, ad esempio). Così, il sapere accademico ha preso il posto della teoria pratica, le idee di Pierre Clastres e di Marshall Shalins hanno sostituito quelle di Bakunin e di Marx.

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Con il primitivismo la critica a ciò che è non viene più condotta in nome di ciò che sarà, ma in nome di ciò che era. Ma questo non significa sbarazzarsi dell’illusione determinista, significa semplicemente capovolgerla. Fino a quando la volontà di farla finita con questo mondo avrà bisogno di protesi su cui appoggiarsi — il sole dell’avvenire o quello della preistoria — ogni desiderio di trasformazione sociale radicale risulterà claudicante. La vita dei popoli primitivi, così come le passate esperienze rivoluzionarie, non dimostrano la Ragione dei nostri desideri. Dimostrano solo, parzialmente, la loro possibilità. Malgrado l’evidente cattiva fede dei suoi fautori, l’argomento lanciato da tutti i progressisti contro il primitivismo — indietro non si torna — è un fatto incontestabile. Indietro non si torna. Troppe sono le cose cambiate. Ma ciò non significa che ci si debba rassegnare ad andare avanti sulla strada tracciata dal Progresso. Sovente il guaio di chi auspica il primitivismo è che non riesce a concepire la libertà come superamento delle condizioni attuali e di tutte le situazioni del passato. La libertà è una incognita da tentare, non una certezza da riscoprire.

 
 

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