RAZZISMO E ANTIRAZZISMO

QUESTO NUMERO DI ADESSO HA UN TAGLIO DIVERSO DAL SOLITO, PIÙ TEORICO E MENO LEGATO AI FATTI DELLA ZONA. ESCE COME CONTRIBUTO ALLE INIZIATIVE CONTRO OGNI RAZZISMO E NAZIONALISMO CHE SI SVOLGERANNO QUESTA SETTIMANA FRA ROVERETO, RIVA E TRENTO.

Quello che passa per antirazzismo è in genere una pura esercitazione retorica. Questa retorica è incapace non solo di attaccare concretamente le pratiche e i rapporti razzisti, ma anche di criticare alla radice la stessa teoria del razzismo Quest'ultima, infatti, da ormai trent'anni ha per lo più abbandonato, vista la loro palese impresentabilità, la nozione di "razza" e il riferimento alla biologia. Parla ormai di etnie e di culture e non afferma la superiorità di alcune sulle altre, ma la loro incommensurabile differenza. In un misto di falso anticapitalismo (con la denuncia dell'immancabile "mondialismo finanziario" distruttore delle tradizioni), di indipendentismo (in nome dell' "autodeterminazione dei popoli") e di separatismo (contro il "meticciato culturale"), si oppone all'immigrazione. Ogni "incrocio" viene visto come impossibile in quanto gli individui non possono sottrarsi alla propria cultura, la quale viene così ad essere un elemento ereditario, naturale. Ogni popolo (sempre sinonimo di "comunità nazionale") deve stare sulla propria terra per conservare la specificità delle proprie tradizioni. L'ideale, per questi nuovi razzisti, è l'apartheid.

A questo finto elogio della differenza, nazionalista e autoritario, l'antirazzismo oppone un astratto universalismo (l'uguaglianza in nome della comune Umanità) oppure la difesa democratica della specificità culturale; questa comunità fittizia nell'unico mondo reale: quello del potere e della merce. Non sospetta mai, questo antirazzismo, che rimanendo all'interno del rapporto che lega Stato, nazione e cittadinanza (e quindi cultura intesa in senso territoriale) non si esce dalla palude da cui emerge il razzismo. Così come non sospetta che ci sia un modo antiautoritario per conciliare universalismo e differenza, cioè quello di riferirsi all'unica universalità concreta: l'individuo. Siamo tutti unici, ecco la sola qualità che ci rende uguali. Viceversa, quando la differenza è intesa come identità collettiva (nazionale, etnica, eccetera) si parte dal presupposto che tutti gli individui appartenenti alla stessa "cultura" siano uguali, cioè omogenei. L'uguaglianza, per gli antirazzisti democratici, è l'unifoormità nella sottomissione (alla legge, allo Stato, al denaro). La differenza, per i razzisti, è la specificità del ghetto. Il capitalismo li accontenta entrambi: la sua società non conosce individui, ma solo venditori e compratori di merci, in quanto tali perfettamente uguali (cioè intercambiabili); la sua gerarchia competitiva rende effettivamente diversi gli uomini a seconda del loro ruolo sociale e del loro grado di servitù (la merce, infatti, è sempre razzista).

Uno sfruttato e uno sfruttatore sono uguali solo nel cielo grigiastro del diritto, non sulla terra della guerra sociale.

Non c'è nulla che assomigli di più a un povero di un altro povero.

Uguali, lo saremo solo quando avremo dei rapporti di reciprocità (come tu a me, così io a te), cioè sulle rovine di ogni potere e di ogni sfruttamento. Diversi, lo saremo solo in un mondo a misura della nostra unicità di individui (non più elettori, consumatori, italiani, operai, studenti, eccetera).

Serve a ben poco limitarsi a condannare moralmente o culturalmente il razzismo, poiché il razzismo non è un'opinione, ma una miseria psicologica. Non è sbalorditivo che esso provenga soprattutto dalle classi medie, le quali hanno avuto così spesso il monopolio della stupidità ignobile. Maltrattate da un sistema che hanno sempre difeso con zelo, si aggrappano a quel miraggio di proprietà che gli è rimasto, e hanno paura. La società civile, prima borghese e ora tecnoburocratica, è fondamentalmente razzista e tutti i bianchi poveri che cercano di integrarvisi sono anch'essi preda di questa epidemia di peste emozionale. Lo sfruttato che si identifica col suo lavoro e con la sua impresa molto spesso disprezza l'immigrato che sa a malapena leggere. In una società gerarchica in cui regna la concorrenza fra tutti, gli immigrati sono guardati con superiorità, temuti e infine odiati. I poveri di qui che sono, nella gerarchia sociale, sullo stesso gradino degli immigrati, mostrano attraverso il loro razzismo a che punto sono isolati di fronte alla merce. Pensano che la nazione - questa estensione astratta del rifugio familiare - li protegga."Prima gli Italiani!". Questo slogan imbecille (che pone l'immigrato come privilegiato e concorrente) evapora da solo nei momenti di rottura sociale generalizzata, quando i poveri riconoscono i loro nemici comuni.

Gli antirazzisti legalitari fanno dell'isolamento degli immigrati un atto politico. Ignorano una verità fondamentale della democrazia rappresentativa: non si possono accordare dei diritti civili a una parte della popolazione se prima non si è certi che questa non ne farà mai usa. Invece di attaccare una società radicalmente razzista, questi antirazzisti offrono agli immigrati un'integrazione giuridica che riconosca loro la sola comunità che lo Stato può tollerare: la cultura o la religione. Da quello stesso isolamento s'intonano i canti delle sirene integraliste, la versione arcaica della sinfonia della merce.

Poi ci sono i sostenitori fuori tempo massimo del terzomondismo per i quali gli immigrati sono il nuovo soggetto rivoluzionario. Costoro chiedono all'immigrato quella rivolta totale che loro stessi sono sempre stati incapaci di praticare. La versione pietistica di questa visione è la "solidarietà" cristiana o laica (non solidarietà nella rivolta, ovviamente, bensì lenimento delle ferite provocate da quest'ordine sociale). I militanti della solidarietà dall'esterno leggono sul viso dell'immigrato la violenza di un sistema che non hanno mai avuto la risolutezza di combattere, e optano per il sorriso della falsa coscienza.

E' ben altra la solidarietà di cui ci sarebbe bisogno, capace di attaccare i responsabili del razzismo (anche di quello non dichiarato, ma praticato) e di vedere nella nostra vita ogni giorno più precaria e artificiale una condizione comune di spossessamento. Purtroppo, la scomparsa dopo gli anni Settanta delle lotte rivoluzionarie (dal Nicaragua all'Italia, dal Portogallo alla Germania, dalla Polonia all'Iran) ha sgretolato la base di una solidarietà concreta fra gli espropriati della Terra. Al contrario, gli Stati dimostrano ormai una solidarietà senza incertezze nel controllo e nella criminalizzazione dei migranti e di tutti i poveri.

Un movimento di lotta degli immigrati in Italia sarà un processo piuttosto lungo (altrove simili esperienze hanno cominciato ad affiorare dopo la seconda generazione). Per essere incisivo, esso dovrà oltrepassare la rivendicazione dei diritti civili o dell'uguaglianza astratta e assumere i contorni di una lotta di classe nel senso più semplice del termine. Consapevole della propria totale deprivazione, della completa esclusione dalla vita, ma anche della forza che ciò comporta. Si scontrerà, come tutti quelli che l'hanno preceduto nel secolo appena concluso, con le difficoltà immense inerenti ad una simile lotta che partendo da nulla vuole ottenere tutto. Noi sfruttati in collera di qui egli immigrati in lotta non possiamo appoggiarci sulla memoria del vecchio movimento operaio, portatore di un progetto di liberazione universale sparito con esso. L'alienazione mercantile e il dominio tecnoburocratico sono penetrati ovunque. Le resistenze sono deboli, avvolte in una precarietà che investe tutti gli ambiti (salari, cultura, rapporti sociali, percezione di sé, eccetera).

Eppure (basta pensare all'esemplare combattività negli anni Settanta dei giovani operai immigrati dal sud al nord Italia) la precarietà stessa può diventare una condizione esplosiva, in quanto potenziale nemica di un ordine incapace di garantire persino il minimo vitale. Al di fuori di questa esplosione generalizzata, la quale distruggerà le proprie catene solo con la soppressione delle classi e l'abbattimento degli Stati, l'umanità precipiterà sempre di più nel nazionalismo e nel razzismo.

CI SONO SEMPRE PIÙ STRANIERI NEL MONDO

Milioni di uomini e donne sono costretti ad errare (ci sono attualmente 150 milioni d'immigrati nel mondo) a causa di guerre, colpi di Stato, disastri ecologici o della semplice produzione industriale (distruzione delle campagne e delle foreste, licenziamenti di massa, eccetera). L'insieme di questi fattori è talmente intricato che ogni distinzione tra "sfollati", "rifugiati', "profughi" o "migranti" rivela soltanto l'ipocrisia assassina degli Stati e delle loro organizzazioni sedicenti umanitarie. Contrariamente a quanto afferma la propaganda mediatica e istituzionale, il fenomeno della migrazione non tocca soltanto il Nord ricco. Attualmente, il continente europeo, ad esempio, è coinvolto solo per il 17 per cento rispetto ai dati complessivi. Il che significa - basta pensare all'Africa e all'Asia - che gli sconvolgimenti provocati dall'economia e dagli Stati sono tali che per un Paese povero ce n'è uno ancora più povero i cui abitanti emigrano alla ricerca disperata di condizioni appena appena meno disastrose. Che tutto ciò sia inseparabile dalla storia vecchia e recente del colonialismo e dei giochi politici delle grandi potenze, è una verità fin troppo evidente. Come esempio, basta pensare al fatto che soltanto in seguito alla prima guerra nei Golfo (1991) ci sono stati 5 milioni di profughi che si sono spostati verso il Mediterraneo.

LA CREAZIONE DEL CLANDESTINO,

LA CREAZIONE DEL NEMICO

Il concetto di immigrazione clandestina è usato apposta per sottolineare l'aspetto volontario del fenomeno (uno emigra per puro piacere, uno potrebbe vivere regolarmente in un Paese, ma non lo fa perché preferisce la paura e il rischio eccetera). In realtà, il "clandestino" è semplicemente un immigrato che non ha i documenti in regola (anche perché, nella maggior parte dei casi, per avere tali documenti dovrebbe fornire garanzie il cui possesso non lo avrebbe reso migrante, ma turista o studente straniero: per essere riconosciuto, insomma, dovrebbe... non esistere). Quale disoccupato italiano, infatti, potrebbe fornire la garanzia di un reddito legale (se lavora, lavora in nero, come più di 5 milioni di suoi connazionali), oppure quella di assunzione da parte di un padrone, o ancora di una casa di 60 metri quadrati per tre persone)? Che li si legga, i vari decreti (di destra come di sinistra) sull'immigrazione, si capirà allora che la clandestinizzazione degli immigrati è un progetto preciso degli Stati. Perché?

Uno straniero irregolare è più ricattabile, disposto ad accattare, sotto la minaccia dell'espulsione, condizioni di lavoro e di esistenza ancora più odiose (precarietà, continui spostamenti, alloggi di fortuna, eccetera); con lo spettro della polizia, i padroni si procurano dei salariati docili, anzi del lavoratori forzati. Anche i partiti della destra più reazionaria e xenofoba sanno benissimo che una chiusura ermetica delle frontiere è, non solo tecnicamente impossibile, ma anche non vantaggiosa. Secondo il rapporto sulla cosiddetta "migrazione di ricambio" delle Nazioni Unite, l'Europa dovrebbe, per mantenere l'attuale "equilibrio fra popolazione attiva e inattiva", "accogliere", di qui al 2025, 159 milioni di lavoratori (di cui 7 milioni in Italia, cioè cinque volte più della quota attualmente stabilita per anno). La Confindustria suggerisce continuamente di raddoppiare le quote fissate finora.

La concessione di permessi annuali, stagionali oppure il loro rifiuto fanno parte della costruzione di una precisa gerarchia sociale fra poveri. Di più, la stessa distinzione fra rimpatrio coatto immediato e espulsione (cioè l'obbligo, per l'immigrato irregolare, di presentarsi entro quindici giorni alle frontiere per essere spedito a casa) permette di scegliere - sulla base di criteri etnici, "razzial" o di accordi economico-politici con i governi da cui l'immigrato proviene - chi clandestinizzare e chi allontanare subito. Le autorità sanno benissimo, infatti, che nessuno si presenterà spontaneamente alle frontiere per farsi espellere; di certo non chi ha speso tutto quello che aveva - e talvolta anche di più - per pagarsi il viaggio di arrivo. Gli imprenditori definiscono le caratteristiche della merce che comprano (l*'immigrato è una merce*, come noi tutti del resto), lo Stato raccoglie dati, la polizia esegue gli ordini. Ecco il razzismo differenzialista e non dichiarato delle istituzioni democratiche. E allora perché gli allarmi dei politici e dei mass media, i proclami anti-immigrazione? Per creare Nemici immaginari, per spingere sfruttati di qui a scaricare su di un facile capro espiatorio le crescenti tensioni sociali e, allo stesso tempo, per rassicurarli facendo loro ammirare lo spettacolo di poveri ancora più precari e ricattati di loro; per farli sentire, infine, membri di un fantasma chiamato nazione. Non solo. Facendo dell' "illegoralità" - che essi stessi creano - un sinonimo di delinquenza e pericolosità, gli Stati giustificano un controllo sociale e una criminalizzazione dei conflitti di classe sempre più striscianti. Tuonano, a destra come a sinistra, contro il racket che organizza i viaggi dei "clandestini" (descritti dai mass media come un'invasione, un flagello, come l'avanzata di un esercito), quando sono le loro leggi a favorirlo. Tuonano contro la "criminalità organizzata" che sfrutta certi immigrati (fatto parziale ma vero), quando sono loro a fornirle la materia prima disperata e pronta a tutto. Stato e mafie, d'altronde, come dimostra la loro simbiosi storica, sono uniti dallo stesso principio liberale: gli affari sono affari.

Questo ignobile gioco di specchi durerà fino a quando durerà la miseria degli occhi e dei cuori.

I NUOVI LAGER

Definire Lager i "centri di permanenza temporanea" per immigrati in attesa di espulsione - centri introdotti in Italia nel 1998 dal governo di sinistra con la legge Turco-Napolitano - non è un'enfasi retorica come in fondo pensano anche i militanti di sinistra che utilizzano tale formula. Si tratta di una definizione rigorosa. I Lager nazisti sono stati, prima di diventare dei centri di sterminio metodico, dei campi di concentramento in cui venivano rinchiusi individui che la polizia considerava, anche in assenza di condotte penalmente perseguibili, pericolosi per la sicurezza dello Stato. Questa misura preventiva - definita "detenzione protettiva" (Schutzhaft) - consisteva nel togliere tutti i diritti politici e civili ad alcuni cittadini. Fossero profughi, ebrei, zingari, omosessuali o sovversivi, spettava alla polizia, dopo mesi o anni, decidere sul da farsi. I Lager, cioè, non erano prigioni a cui si veniva condannati per qualche reato (nella sua più o meno aberrante definizione totalitaria), né un'estensione del diritto penale. Si trattava di campi in cui la Norma stabiliva la propria eccezione; in breve, una sospensione legale della legalità. Un Lager dunque, non dipende dal numero degli internati né da quello degli assassinii (fra il 1935 e il 1937, prima dell'inizio della deportazione degli ebrei, gli intarnati in Germania erano 7500), bensì dalla sua natura politica e giuridica.

Gli immigrati finiscono oggi nei centri di detenzione indipendentemente da eventuali reati, senza alcun procedimento penale: il loro internamento, disposto dal questore, è una semplice misura di polizia, la cui durata non è sottoposta ad alcun limite. Esattamente come accadeva nel 1940 sotto il regime di Vichi, quando i prefetti potevano rinchiudere gli individui "pericoosi perla difesa nazionale o la sicurezza pubblica" oppure (si badi) "gli stranieri in soprannumero rispetto all'economia nazionale"'. Si può rinviare anche alla detenzione ammistrativa nell'Algeria francese, al Sudafrica dell'apartheid o agli attuali ghetti per i Palestinesi creati dallo Stato di Israele. In tutti questi casi la polizia è legalmente autorizzata a sbarazzarsi di ogni legalità. Certo, questo essa lo fa quotidianamente a tutte le latitudini del mondo, risolvendo certi problemi dello scontro di classe con la tortura o con un colpo di pistola alla nuca. Ma si tratta di situazioni giuridicamente diverse. Non a caso, rispetto alle condizioni infami dei centri per immigrati, i buoni democratici non rivendicano il rispetto di una legge quale che sia, bensì quello dei diritti umani (e al limite delle varie convenzioni internazionali firmate a difesa di questi). I diritti umani sono l'ultima maschera di fronte a donne e uomini a cui non rimane null'altro che la pura appartenenza alla specie umana. Non li si può integrare come cittadini, si fa finta di integrarli come Uomini. Sotto l'uguaglianza astratta dei principi, crescono ovunque le disuguaglianze reali.

Campi (Lager) sono gli stadi in cui vengono affastellati i profughi prima di essere rispediti a casa. Campi sono le "zone di attesa" degli aeroporti in cui sono parcheggiati gli stranieri che fanno domanda per il riconoscimento del loro statuto di rifugiati. Campi, inoltre, sono le bidonville del Sud del mondo e anche certe periferie delle grandi metropoli occidentali.

Oltre le maschere della politica, oltre le rappresentazioni di chi rivendica una nuova cittadinanza e nuove forme di integrazione democratica, rimangono i ghetti della miseria, della disperazione, della rivolta e della morte. Oltre il mondo delle identità poliziesche e mercantili, rimangono - quale immagine rovesciata e veridica di questo mondo - i recinti dove sono internate tante singolarità anonime, povere e fuggiasche; sul loro cancello di entrata, invisibile alle telecamere dei giornalisti, c'è una scritta: "Finché esisteranno il denaro e le carte di identità, non ce ne saranno mai abbastanza per tutti".


Contro ogni razzismo e nazionalismo

 
 

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