CICLOSTILE, ESKIMO E... DOPPIOPETTO

Questo numero di Adesso esce sotto forma di recensione al libro Gli anni del ciclostile. Lotta Continua e le battaglie politiche, operaie e studentesche a Rovereto (1969-1978), di recente pubblicazione. Nonostante il suo autore, Luca Zanin, sia un giornalista caposervizio del Trentino, il testo permette di affrontare diversi problemi importanti, di riflettere su continuità e rotture nelle lotte di emancipazione.

La presentazione del libro, il 17 dicembre scorso, è stata un perfetto esempio di neutralizzazione dei conflitti passati al fine di perpetuare il presente. Nella sala conferenze di una banca, con tanto di guardia giurata all’entrata, l’autore sedeva al tavolo dei relatori assieme al vicesindaco, all’ex segretario provinciale della Cgil, al direttore del Museo storico di Trento e all’ex dirigente industriale della Grundig, colui che firmò di suo pugno i trecento licenziamenti nell’80. Questo palese tentativo di recupero di ogni conflittualità ha raggiunto il grottesco quando un ex di Lotta Continua, oggi direttore tecnico del Mart, ha consegnato la bandiera del gruppo di Rovereto al fondo “Rostagno” del Museo storico con tanto di atto di registrazione. Di fronte a una simile mummificazione si rimane persino imbarazzati, quasi ci si dicesse: “Sono peggiori, o più sfacciati, di quanto noi stessi pensassimo”.

E’ bastato interrompere quella caramellosa atmosfera di pacificazione, ricordando alcune banalità (ad esempio che i leader di Lotta Continua sono oggi parte della classe dirigente; che un rivoluzionario disposto a far carriera falsifica se stesso e le proprie idee) per scatenare una tempesta in un bicchier d’acqua: articoli sui giornali, repliche, smentite, eccetera. Diversi di quelli che hanno vissuto alcune delle lotte a Rovereto negli anni Sessanta e Settanta ci hanno detto, nei giorni successivi, di aver condiviso la critica di quella buffonesca messa in scena. Si tratta di quei militanti di base che si sono battuti lontani dai comitati centrali, che si ricordano le idee e le pratiche di allora, i compromessi e i voltafaccia. Come esempio di estremismo operaio, quella sera si è citata la posizione di chi all’epoca considerava l’assenteismo “una risposta individuale allo sfruttamento di classe”. Cose della preistoria, teneri o tragici infantilismi: i relatori sorridevano. E pensare che quando dirigenti e sindacati si lamentavano, in tempi recenti, dell’assenteismo alla Luxottica, alcuni anarchici hanno distribuito volantini che difendevano quella pratica operaia in quanto minimo indispensabile nella lotta contro i padroni. Nostalgia del passato o (ininterrotta) resistenza di fronte a condizioni di lavoro che non hanno fatto che peggiorare?


Ma non ci si può limitare a ricordare la fine che hanno fatto i dirigenti di Lotta Continua. E’ una storia talmente evidente da essere diventata quasi un luogo comune. Molto più importante è riflettere sulle lotte operaie e studentesche di quegli anni. Si scoprirà allora che quei dirigenti erano, proprio in quanto dirigenti, autoritari e opportunisti già allora. Basterebbero al riguardo solo pochi esempi. Durante alcune vertenze di fabbrica, il Pci aveva diffuso (chi c’era se lo ricorda perfettamente) una circolare in cui diceva che quelli di Lotta Continua erano agenti provocatori pagati dalla Cia. Alcuni anni dopo Lotta Continua faceva propaganda elettorale per il Partito “comunista”; qualche anno ancora e Cossali, leader di Lotta Continua, sarà eletto nel Pci. E’ sorprendente che qualcuno, il quale accetta di entrare in un partito che fino a qualche tempo prima lo definiva agente della Cia, diventi poi maestro nelle stesse calunnie staliniste, appoggi i bombardamenti in Kosovo, difenda il dialogo con i fascisti in nome della tolleranza, eccetera? Chi vuole il potere sarà sempre disposto, nei limiti delle sue possibilità, a riprodurne i metodi. Quello che vale per i Cossali e i Finocchiaro, vale a maggior ragione per i Boato e i Sofri (negli anni Ottanta costui scriveva i discorsi per Craxi e per Martelli). Sbaglia chi pone il problema unicamente in termini di coerenza e di onestà dei singoli dirigenti. Il punto è la forma organizzativa stessa, le prospettive e i metodi di un gruppo, di un movimento. Un’organizzazione divisa in dirigenti ed esecutori riproduce di per sé la divisione capitalista del lavoro e perpetua i modelli dello Stato. Come diceva qualcuno, non c’è nulla che assomigli di più a un dirigente della borghesia che un dirigente del proletariato. Inoltre, Lotta Continua è rimasta ben poco su posizioni coerentemente extraparlamentari. Nata nel ’69, nel ’73 era già favorevole a sostenere il Pci. Aggiungiamo poi che i leader della sezione roveretana uscirono dall’organizzazione (salvo poi rientrarvi alcuni mesi dopo) nel ’72, quando Sofri giustificò sul quotidiano di Lotta Continua l’uccisione di Luigi Calabresi. L’omicidio del “commissario finestra” (così chiamato perché amava sporgere i compagni dal davanzale del quarto piano della Questura durante gli interrogatori), assassino del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, fu difesa da tutto il movimento rivoluzionario. Ma non da quegli aspiranti dirigenti, i quali avevano le idee chiare già allora sulla differenza fra gli slogan rivoluzionari e il realismo politico.

Ma non è la storia di Lotta Continua in sé che conta. Di questa sarebbe semmai interessante conoscere l’esperienza di quei militanti di base che non seppero opporsi ai loro leader, di chi si vide arrivare Boato a spiegare che, extraparlamentari fino a ieri, ora bisognava sostenere il Pci, per capire il filo sottile della rassegnazione e della servitù volontaria, il bisogno religioso dei capi; e per evitare i comodi schematismi del tipo: base combattiva/dirigenti traditori. Ma una storia orale e dal basso non ci verrà certo raccontata dai giornalisti. Non esiste una lettura “neutra” del passato. Solo chi vuole riaprire le possibilità di trasformare l’esistente potrà dirci qualcosa su quel possibile ancora aperto che chiamiamo storia. Ogni studio del passato ci racconta qualcosa innanzitutto di chi lo realizza. Un esempio? Quando un compagno aveva dato un pugno in faccia al fascista Pappolla, più di un anno fa, Zanin aveva definito gli anarchici “una squadraccia”, aggiungendo che simili episodi di violenza (il giornalista aveva riportato ovviamente la versione di Pappolla: un pugno di un compagno trasformato in un’aggressione in sette contro uno) non si erano mai visti nemmeno negli anni Settanta (si legga il Trentino dell’8 luglio 2003, p. 29). Peccato che nel suo libro si parli di scontri fisici quasi quotidiani, di attacchi incendiari allo studio di un avvocato di Lotta Continua e di risposte incendiarie dell’estrema sinistra (si vedano, ad esempio, le pp. 100-113). Peccato che costanti fossero i tentativi di impedire i comizi dell’ex repubblichino Almirante e dei suoi tirapiedi locali. Peccato che nei dossier antifascisti di Lotta Continua si indicassero i vari Civettini, Pisoni e Merighi come picchiatori fascisti al soldo dei padroni, e un personaggio quale De Eccher, allora in Avanguardia Nazionale, venisse smascherato come golpista legato ai neonazisti Freda e Ventura. Peccato che tutti ricordino le aggressioni fasciste e le reazioni dei compagni in quegli anni. Eppure, non sono stati forse gli ex di Lotta Continua, da Boato a Cossali a Finocchiaro, a definire squadristi gli anarchici, a pretendere più repressione e ad aderire a una sorta di versione locale dell’“unità nazionale” contro la violenza (si veda L’Adige dell’8 e dell’11 luglio 2003, p. 35 e p. 31)? Non fu forse Cossali ad attaccare, in nome della democrazia, gli studenti e i compagni che un paio di anni fa cacciarono De Eccher dall’IPC, quando l’ex golpista voleva parlare del “Sessantotto visto da destra”? Il linguaggio di chi entra nelle istituzioni è sempre lo stesso: l’elogio della pacificazione e la calunnia di ogni percorso di critica rivoluzionaria, o semplicemente di dissenso non addomesticato. Nessuna sorpresa.

Zanin sembra quasi rimpiangere quegli anni. Augura addirittura ai suoi figli che possano vivere esperienze simili. Ma cosa scrivevano all’epoca i colleghi del suo giornale rispetto ai gruppi extraparlamentari? La pretesa “neutralità” dello storico (descrivere senza giudicare), poi, scompare in modo patetico ogni qualvolta egli sfiori l’esperienza della sovversione armata (è impossibile che nomini un’organizzazione armata senza aggiungere l’aggettivo “tragica”, “nefasta”, “terroristica”, “suicida”: si veda l’accenno ai Nap, in parte usciti dalla commissione carceri di Lotta Continua, a p. 94).

Ma veniamo alle lotte sociali di quegli anni a Rovereto. E’ difficile oggi immaginare fabbriche occupate per cinque mesi (come l’allora Rovertex) o anche per più di dieci (come l’allora Prora), scuole occupate e autogestite di continuo, vertenze operaie dai contenuti assai elevati (ben oltre il salario o i turni, a favore della gratuità dei trasporti per i lavoratori, del controllo sul cibo della mensa, eccetera). Oggi i sindacati non vengono scavalcati dalla base nemmeno di fronte a decine e decine di licenziamenti in tronco, come sta avvenendo nella nostra zona. E poi le lotte sulla casa, contro il carovita, le autoriduzioni delle bollette (trecento famiglie in seguito a una protesta di questo tipo si ritrovarono con il telefono staccato: trecento famiglie a Rovereto…). E’ chiaro che l’intervento di una minoranza rivoluzionaria è radicalmente diverso in un contesto simile, per quanto anche oggi possiamo sempre fare di più e meglio, e non limitarci a maledire i tempi in cui viviamo. Contrariamente a quanto dicono questi padroni della memoria, le condizioni materiali di vita oggi sono ben peggiori che all’epoca, e le ragioni per insorgere non hanno fatto che aumentare. Ad essersi degradate sono soprattutto le coscienze.

Assieme alla combattività di quegli anni – che a Rovereto ben di rado, comunque, oltrepassò il quadro di un sindacalismo radicale – sono tuttavia scomparse anche tante illusioni. Innanzitutto quella del partito guida della rivoluzione, con i suoi leader, le sue necessità oggettive, i suoi compromessi tattici, le sue contraddizioni dialettiche, le sue capitolazioni reali. Poi una certa ideologia della fabbrica come centro di ogni trasformazione radicale della società. Infine la concezione dell’attività rivoluzionaria come sacrificio per una causa, come vangelo da portare alle masse, come alienazione dei propri desideri e della propria vita quotidiana. Ora che il capitale ha colonizzato ogni anfratto dell’esistenza individuale e sociale, la posta in gioco è forse più chiara: non si tratta di rivendicare una più equa distribuzione delle ricchezze capitaliste, bensì di battersi per una ricchezza umana inconciliabile con l’economia e con lo Stato. Non si tratta di dirigere gli altri, bensì di scarcerarsi reciprocamente. Per tanto tempo la rivoluzione sociale è stata pensata e praticata come una liberazione delle forze storiche (prima di tutto quelle produttive), come un continuo progresso insieme culturale e tecnico, che la violenza aveva l’unico scopo di accelerare. Oggi è più evidente, di fronte ai mostruosi strumenti tecnologici che il dominio ha approntato, alle costanti catastrofi umane ed ecologiche mascherate ancora come progresso, che la rivoluzione va pensata e praticata come rottura, come arresto della storia, come disperato tentativo di tirare il freno a mano, per riscoprire così, sulle macerie di ogni oppressione, un nuovo senso all’autonomia individuale e sociale. La litania sul Progresso – che il capitale ha perfezionato anche grazie al sindacalismo radicale di gruppi come Lotta Continua – non è altro, come diceva Walter Benjamin, che “una brutta poesia sulla primavera”.

La solitudine morale che attanaglia le minoranze sovversive – ma si potrebbe dire semplicemente chiunque voglia pensare da sé e sottrarsi alla tirannia sociale – sembra farsi sempre più pesante. Non sentirsi dal lato della Storia può tuttavia rendere più attenti alle esigenze etiche della rivolta, alla coerenza fra i mezzi e i fini; e può forse allontanare maggiormente i rischi di un conformismo antagonista. La malinconia è penetrata nei nostri sogni più smisurati. Chissà che non sia un bene.


Marginalia

In questa rubrica segnaleremo, di volta in volta, alcuni libri che ci sembrano degni di nota.

Aldo Capitini, Le ragioni della nonviolenza. Antologia degli scritti, ETS, Pisa 2004, pp. 196.

Oggi che la nonviolenza sembra un vasto e allegro tendone in cui trovano rifugio tanti che non hanno alcuna intenzione di trasformare dalle radici una società strutturalmente violenta, o addirittura che sono già installati nei suoi centri direttivi, tornare agli scritti di Capitini è sempre una boccata di aria fresca. Caratterizzate da un’esemplare chiarezza espositiva, le pagine di Capitini sono un’ottima base per una riflessione critica sulla nonviolenza. Nel senso che le idee in esse contenute meritano di essere criticate.

Capitini (1899-1968) è stato allievo di Gentile a Pisa. A differenza del futuro filosofo del regime fascista, Capitini scelse la strada dell’individuo invece che quella dello Stato, entrambe presenti nell’idealismo gentiliano. Allontanato dall’insegnamento per il suo rifiuto di iscriversi al partito fascista e imprigionato per due volte, Capitini era vicino al socialismo liberale di Piero Gobetti. La scoperta di Michelstaedter e poi di Gandhi lo porteranno ad una originale riflessione sulla nonviolenza in cui si mescoleranno le sue idee di religione aperta, di tensione etica in quanto aggiunta ad una realtà percepita come insufficiente, di pedagogia come educazione alla compresenza di tutti e di politica come omnicrazia, cioè come “potere di tutti”, come potere dal basso. Nel secondo dopoguerra darà vita ai COS (Centri di Orientamento Sociale), una sorta di esperimento di democrazia diretta in cui venivano affrontati e discussi problemi collettivi. Per Capitini, infatti, la democrazia rappresentativa – e più in generale lo Stato – erano realtà insufficienti da superare. Sarà poi attivo nei movimenti contro la guerra e contro il nucleare e creerà, tra l’altro, la marcia Perugia-Assisi.

Questo libro è un’antologia di testi scelti dai suoi libri più noti (come Elementi di un’esperienza religiosa, del 1937, o In cammino per la pace, del 1962) e da articoli meno conosciuti. Mancano (forse non a caso) le sue riflessioni pratiche sulla nonviolenza. Del libro ormai introvabile Tecniche della nonviolenza (pubblicato nel 1967 da Feltrinelli), il curatore ha scelto solo cinque paginette assai generali. In quel lontano libretto, Capitini, dopo aver definito il sabotaggio come “assalto al funzionamento di un servizio, di un’industria, di un’impresa pubblica o privata, con danno o distruzione”, scriveva che “nessuno può sostenere che rendere inefficiente un meccanismo o un servizio disposto da oppressori o invasori per tormentare o uccidere persone, non sia lecito anche ad un nonviolento”. Quanti sedicenti nonviolenti, a cui violento sembra tutto ciò che è illegale, sanno seguire la “rivoluzione permanente” di cui parlava Capitini?

A DISPETTO DI TUTTO

E’uscito El Salvanèl, una voce critica sulle questioni ambientali. Per richieste: C.P. 45 - 38068 Rovereto (TN).

 
 

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