SOTTO LO STESSO PENDOLO

"E' stata una bravata". Ecco l'ultima versione della strage del Cermis. L'aereo dell'esercito statunitense caduto sulla funivia a Cavalese, il 3 febbraio 1998, causando venti morti, era pilotato da un militare in vena di prodezze. Lo ha dichiarato il generale dell'aeronautica militare Luciano Battisti, uno dei responsabili dell'immancabile commissione d'inchiesta parlamentare. Il capitano Richard Ashby - questo il nome del pilota - non stava infatti compiendo alcuna missione, ma solo un "volo premio" per divertimento, una sorta di congedo dalle operazioni comandategli alla base dìAviano. L'idiozia di uomini abituati ad eseguire gli ordini, invece che a pensare, potenziata dalla più precisa delle tecnologie (quella militare) - e il risultato è stata la morte. Idiozia umana? Ma cos'è un idiota senza uno strumento di morte nelle mani? Un uomo come tanti, e non un assassino in divisa.
Non diremo nulla sul dolore di chi ha visto passare i propri cari dal divertimento di massa al massacro. Non c'è nulla da dire.
Non diremo nulla nemmeno sull'assoluzione del pilota americano e degli altri responsabili. Le verità istituzionali si commentano da sole. Quando non é la "fatalità"; è l' ''errore umano"; o tutt'al più la colpa del singolo funzionario. L'apparato non c'entra mai. Non c'entrano, cioè, la funzione dell'esercito, la ricerca bellica, gli affari cominciati con lo sfruttamento e
continuati con la guerra, la gerarchia militare, ormai tutt'uno con il potere politico, economico, scientifico e mediatico; e non c'entra quell'obbedienza all'autorità che, dalle caserme al resto del sociale, è il vero nerbo che sorregge questo mondo.

Diciamo invece che c'è qualcosa di davvero sinistro nell'immagine di un aereo militare che cade su una pista da sci. L'industria bellica e l'industria dei divertimenti hanno tecnici distinti, funzioni distinte e persino parti del pianeta distinte (qui il ricatto della merce, altrove le bombe e le stragi); eppure, come il famoso pendolo che oscilla fra il dolore e la noia, quella funivia e quell'aereo appartengono allo stesso movimento, allo stesso mondo. L'apparato avanza, ora con il fragore dei cingoli e delle sirene, ora con il suono dolce della pubblicità; oggi ci obbliga a divertirci, domani ci assassina. La verità è in quell'immagine.

Guardiamola bene, vi si troverà Simone Pinamonti, operaio trentacinquenne di Tasullo, caduto da un'impalcatura. Oppure Roberto Erlicher, ventinove anni, morto stritolato da un nastro trasportatore. Sono stati dieci in Trentino, quest'anno, i morti sul lavoro, senza contare le decine di feriti. Quasi ottocento i lavoratori morti in tutta Italia.

Fatalità, errore umano (gli operai, si sa, non rispettano le norme di sicurezza...), oppure la colpa - l'inadempienza - del singolo padrone. L'apparato, ancora una volta, non c'entra. E per apparato non intendiamo soltanto il regime di proprietà che rende alcuni padroni e gli altri salariati, ma la struttura stessa della fabbrica, i ritmi che impone, i rapporti che crea, i pensieri che alimenta. E poi, oltre gli stessi ingranaggi della fabbrica, il lavoro nella sua totalità - un'attività produttiva che incatena e uccide chi non ne decide né i mezzi né le finalità - e l'ideologia che lo giustifica. "Il lavoro rende liberi", non scordiamolo mai, era l'insegna sul cancello di Auschwitz. I dirigenti sono cambiati, ma l'apparato avanza, ogni giorno più potente. Oggi a lavorare per pagare, domani a divertirci pagando, dopodomani morti.

Nel cuore del pericolo, come ben sa chi sopravvive a un incidente mortale, la verità è un'immagine rapida.


QUEL CHE VENDE McDONALD'S

Il nuovo McDonald's - di cui abbiaimo parlato nel numero scorso - è aperto da qualche settimana a Trento. La multinazionale americana, come è noto, in ogni parte del mondo è fatta oggetto di boicottaggi, contestazioni, sabotaggi. Perché? Simbolo concreto di quella che viene definita genericamente globalizzazione, McDonald's è responsabile della deforestazione dell'Amazzonia, del massacro delle popolazioni indigene che si oppongono all'esproprio delle loro terre, dell'inquinamento dell'aria e del suolo, dell'uccisione di milioni di animali, della distruzione dell'autonomia contadina e di ogni gusto alimentare, della totale precarietà a cui sono sottoposti i suoi lavoratori, della produzione di enormi quantità di plastica nonché dell'imposizione di un unico modo di mangiare in tutto il pianeta. Sono in genere queste le risposte che vengono fornite dagli oppositori al gigante dell'hamburger. Tutte giuste, ma parziali. Bisogna che il gusto per la vita e suoi cicli sia caduto in un terribile abisso perché ciò che viene spacciato nelle sale asettiche di McDonald's possa essere definito cibo. Bisogna che l'intera attività umana sia stata ridotta a merce (da comprare e da vendere) percché la fonte primaria della sua riproduzione - il mangiare - possa arricchire pochi ed avvelenare tutti gli altri. Bisogna, infine, che la separazione tra ciò che un tempo si chiamava agricoltura e coloro che a giusto titolo si definiscono consumatori sia ormai totale perché una simile sofisticazione degli alimenti trovi palati adatti ad accettarla. Ma, forse, ancora non è questo l'essenziale.

Ciò che McDonald's ci vende è una propria concezione del mondo. Quale? Berlusconi si è pubblicamente vantato di non spendere più di un quarto d'ora per mangiare. Crediamogli, per una volta. Sfruttare, dominare, inquinare, abbrutire al fine di garantirsi una vita simile (un quarto d'ora per mangiare) - ecco qualcosa che la dice davvero lunga sulla presente società. Forse per la prima volta nella storia la rivolta contro i dirigenti riunisce in sé le ragioni del giusto e quelle del gusto: la vita di chi ci rovina la nostra non è solo odiosa (problema etico), ma anche insulsa e brutta (problema estetico). I refrattari a questo mondo si troveranno sempre più a criticare ciò che i suoi difensori offrono come il meglio: non vorranno la vita dei Berlusconi (nemmeno gratis), figuriamoci quella da sudditi salariati.

I padroni vivono così, pensiamo un po' gli altri. Per gli altri, appunto, c'è Mc Donald's. Esso è un concentrato dei tempi e degli spazi di questa società. Un quarto d'ora per ingurgitare merda-per-poveri e poi via, di nuovo al lavoro. Può, un simile consumatore, preoccuparsi, non diciamo della fabbrica di morte che gli procura il suo hamburger (problema etico), ma della qualità stessa di ciò che ingoia (problema di gusto)? Quell'hamburger non è altro che il prolungamento del suo lavoro, del suo tempo quantificato e mercificato. Metterlo in discussione senza mettere in discussione la vita quotidiana che lo rende accettabile e addirittura desiderabile significa capovolgere il problema. E' come criticare il ruolo nocivo della televisione senza criticare la passività sociale che crea gli occhi stanchi adatti a guardarla. E' inutile dire che essa stordisce e rincretinisce; dopo una giornata di ufficio, di fabbrica, di supermercato, di metropolitana e così via, la maggior parte dei lavoratori-consumatori (moralmente e fisicamente prostrati) pretende proprio questo: stordirsi con qualche narcotico elettronico.

Ma McDonald's è qualcos'altro ancora: nei suoi locali, accoglienti come uno studio dentistico ("facciamo in fretta e non parliamone più"), si trovano sia il dirigente d'impresa sia il povero delle periferie. Come per magia pubblicitaria, la società si ricompone dai suoi antagonismi (poveri contro ricchi) per offrire a tutti la stessa merce: un modo di mangiare, un modo di vivere.

UNA CONOSCENZA STORICA DELIA VERITÀ È POSSIBILE SOLO COME SUPERAMENTO DELL'APPARENZA; TALE SUPERAMENTO, PERÒ, DEVE ASSUMERE LA CONFIGURAZIONE DI UN'IMMAGINE RAPIDA. L'IMMAGINE RAPIDA, PICCOLA, IN CONTRAPPOSIZIONE ALLA COMODA TRANQUILLITÀ DELIA NOTIZIA, DELIA SCIENZA E DEL DIRITTO.

Il motivo per cui da McDonald's troviamo il dirigente l'abbiamo già detto: un quarto d'ora di pausa in un ambiente familiare come il suo ufficio e poi di nuovo a lavorare. Per molti ragazzi delle periferie la ragione è opposta, ma non meno semplice: McDonald's è uno dei pochi posti dove questi figli non voluti del mercato (che i democratici di sinistra vorrebbero integrare nella loro meravigliosa società) possono trascorrere i propri noiosi pomeriggi senza l'obbligo di continuare a consumare. I bar sono troppo cari, gli altri spazi sociali sono stati confiscati dall'economia (centri commerciali, banche, eccetera) oppure sono sotto stretta sorveglianza poliziesca. Fra il dirigente e il povero, ci sono tutti gli altri, quella zona grigia composta da studenti più o meno colonizzati dalla pubblicità e famigliole in cerca di una serata diversa. Bisogna proprio che le settimane passino tra la fatica e la noia per vedere nel sabato sera da McDonald's una promessa di felicità; bisogna che gli occhi si siano spenti sugli schermi per vedere in quei locali dei luoghi di convivialità.

Ecco. McDonald's è ciò che resta della convivialità: uno spazio-tempo di neon e bandierine, un non-luogo adatto al non-cibo che vi si vende.

Questa multinazionale dell'agroalimentare sta già confezionando hamburger vegetariani. In futuro potrebbe, spinta da un altro mercato, garantire prodotti non transgenici. Potrebbe, spinta dalle lotte sindacali, riconoscere i diritti dei suoi lavoratori. Potrebbe persino farsi più rispettosa dell'ambiente e accogliere lo strudel fra i suoi dolci, mandando così a dormire molti dei suoi oppositori.

Ciò che non potrà mai fare è scomparire senza che con essa scompaia la miseria sociale che l'ha prodotta.


Achtung! Banditen

Giorgio Plotegher, consigliere provinciale di AN, ha sostenuto recentemente che i partigiani fucilati da soldati nazisti e polizia fascista a malga Zonta, nell'agosto 1944, erano dei banditi, degli sbandati, dei saccheggiatori. Rovesciando la realtà dei fatti e facendo propria la tesi nazista dell'epoca - secondo la quale la guerriglia antifascista semplicemente non doveva esister, visto che non si realizzava nella forma del conflitto militare tra eserciti contrapposti - questo ceffo si mostra per quello che realmente è: un fascista che dice cose da fascista. Per Plotegher il grave pericolo che la popolazione locale ha corso è imputabile all'assenza di qualsiasi motivo ideale che animasse le azioni dei partigiani - i quali, di conseguenza, "non erano amati dalla gente del posto" - piuttosto che all'odiosa matematica della rappresaglia nazifascista (dieci civili giustiziati per ogni soldato ucciso). Quel che allora ci voleva, insomma, era solo un po' di quell'arte della pazienza e di quella quieta sopportazione che ogni governante pretende dai suoi sottoposti, non i colpi di testa di qualche esagitato.

Ma perché delle affermazioni di questo tipo fanno ancora discutere? Forse perché in gioco, per quanto tutti si siano sforzati di credere il contrario, non c'è tanto la verità storica, quanto piuttosto la storia della verità, ossia il modo in cui chi regge il presente si impadronisce del passato e lo usa per imporsi ancora più solidamente. Ma perché, invece di farla breve, dopo che i fatti erano stati chiariti (e questo è avvenuto subito), si è continuato a discutere? Forse perché, di là dalle cose dette, era proprio quel continuare a parlarne, era quel rumore di fondo che i giornali alimentano di continuo e che impedisce di riflettere, ciò che metteva d'accordo tutti. Così, tra gli interventi di storici, avvocati, ex partigiani, politici e lettori la polemica si è spostata su argomenti di dettaglio mettendo in ombra una questione essenziale, di carattere etico piuttosto che storico.

Cosa spingeva coloro che hanno preso la via delle montagne a mettere in gioco la propria vita? Cinquant'anni di retorica antifascista hanno messo sulla bocca di tutti i democratici espressioni quali sacrificio o martirio quando si tratta di qualificare il comportamento degli uccisi a malga Zonta. Questi uomini, morendo diventano eroi; lasciando la vita, entrano nella Storia. Ecco, è questa volontà neanche troppo nascosta di recuperare le scelte, le esperienze, le gioie e le sofferenze, il coraggio o persino la paura di uomini in carne ed ossa - ciascuno con la propria idea della libertà, ciascuno con il suo futuro da immaginare - e servirsene per fondare il proprio diritto di continuare a sfruttare in nome della libertà, ciò che maggiormente ci disgusta. E' questo vecchio trucco di usare il terreno dell'antifascismo per chiamare tutti alla difesa di quella prigione che si chiama Democrazia - fatta di valori inviolabili e leggi ferree, di Patria e Lavoro- ciò che ci fa schifo, più delle sparate di un fascista. La denuncia per il reato di "vilipendio alla Resistenza", ad esempio, che un avvocato dell'Anpi ha presentato contro Plotegher, non fa che confermare questa strategia. Lo stesso articolo del codice penale utilizzabile contro Plotegher, infatti, viene frequentemente usato contro gli antiautoritari, rei di offendere le istituzioni, le forze armate o il capo dello Stato. Un fascista che calunnia la lotta partigiana e un ribelle che tratta l'autorità con il disprezzo che si conviene, si macchiano della medesima colpa, dice la Legge. Due visioni del mondo radicalmente antitetiche trovano il loro impossibile punto d'incontro nella tutela che lo Stato democratico rivolge ai valori che lo fondano.

NON È CHE IL PASSATO GETTI LA SUA LUCE SUL PRESENTE O IL PRESENTE LA SUA LUCE SUL PASSATO, MA IMMAGINE È CIÒ IN CUI QUEL CHE È STATO SI UNISCE FULMINEAMENTE CON L'ADESSO IN UNA COSTELLAZIONE.

Chi non perde occasione per puntellare il proprio potere di oggi, legittimandolo come il solo antidoto al Male, sulla base della vittoria della democrazia contro il fascismo brutto sporco e cattivo, lo fa preoccupandosi da un lato di tacere alcune cose e dall'altro di interpretare a suo vantaggio i fatti. D'altronde, è lui che ha vinto, quindi la storia la fa lui.

Le cose taciute riguardano il carattere sociale che la lotta partigiana possedeva. In molti casi le spinte di emancipazione che animavano interi gruppi di partigiani superavano di gran lunga le ragioni nazionali e politiche - liberare l'Italia dal giogo tedesco e dal fascismo - sotto le cui insegne volevano arruolarli tutti i partiti che hanno preteso di guidare la Resistenza. La riduzione della lotta di classe all'antifascismo ha rappresentato la tomba di ogni spinta anticapítalista e rivoluzionaria. E' questo che, a guerra conclusa, avevano capito i partigiani che si rifiutarono di riconsegnare le armi ai dirigenti del CLN, servendosene per attaccare i vari gerarchi, questori, torturatori, funzionari d'ogni ordine e grado, giornalisti e uomini d'affari passati d'ufficio dal fascio littorio al tricolore repubblicano. Criminalizzati dal partito comunista, quei ribelli impararono per primi a conoscere le galere democratiche. Questo, nessun esponente della sinistra, nessun erede di Togliatti ve lo verrà mai a dire.

Le forzature, le interpretazioni a cui non possono sottrarsi coloro che ragionano in termini di autorità, ufficialità e gerarchia, che commemorano e celebrano, finiscono per essere delle menzogne vere e proprie. Ha infatti, paradossalmente, più ragione Plotegher a definire banditi i fucilati di malga Zonta di quanta non ne abbiano coloro che li tratteggiano come "martiri dello Stato democratico". Banditi, cioè messi al bando, come tutti coloro che in ogni epoca e sotto qualunque governo hanno infranto le leggi per afferrare la propria libertà. D'altronde, può esistere uno Stato che consideri legale ciò che vuole distruggerlo?

Alla fine dell'Ottocento e ai primi del Novecento, i socialisti, gli anarchici, i comunisti venivano definiti malfattori dai tribunali e dalla stampa. Negli anni Sessanta e Settanta, chi teorizzava e praticava le idee della rivolta e dell'attacco al potere veniva prontamente bollato come terrorista. Il meccanismo con cui lo Stato soffoca la minaccia sovversiva è sempre lo stesso. Ancora oggi ciò che spaventa sono le idee e i metodi che quei fuorilegge potrebbero, come un'immagine che brucia le epoche, suggerire a chi vuole ribellarsi adesso. Ecco quindi che i partigiani assassinati vengono squalificati moralmente con l'appellativo di banditi, e poi, al rovescio, inquadrati all'interno delle organizzazioni ufficiali della Resistenza, sostenendo che si sarebbero al più presto strutturati in unità militare. Così, sia che li si definisca opportunisti saccheggiatori o piuttosto eroi della Democrazia, in entrambi i casi si procede a nascondere la semplicità dei fatti sotto vesti ideologiche.

Essi erano effettivamente banditi, avendo rifiutato l'arruolamento nelle fila dell'esercito della Repubblica di Salò e trasformato la loro messa al bando nel terreno della propria libertà; ed erano concretamente fuorilegge avendo scelto di prendere le armi per combattere il potere in carica. Questo solo si può dire di quei giovani senza tradire il senso della loro lotta. Essi hanno avuto in sorte di morire prima che la loro guerra senza aggettivi finisse per svilirsi in una causa trionfante, prima che la loro generosità entrasse, come una carta vincente, nella propaganda dei dominatori di oggi.

 
 

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