Il 2 marzo 2004 si è aperto a Genova il processo contro venticinque manifestanti accusati di «devastazione e saccheggio» per la rivolta contro il G8 del luglio 2001. Ed è solo l’inizio, un banco di prova in vista di operazioni giudiziarie forse ancora più vaste. Si tratta di un processo, in tutti i sensi, esemplare: per il tipo di accusa (che ha ben pochi precedenti nella storia italiana, e che prevede diversi anni di carcere), per il modo in cui il potere ha preparato il terreno ai giochi e alla vendetta di tribunale, per come l’intera faccenda illustra gli ostacoli che ogni movimento collettivo di liberazione individuale ha di fronte, nei palazzi come nelle piazze.

Anticipato da venti arresti ordinati dalla procura di Cosenza nel novembre del 2002, e da altri ventitre disposti poco dopo da quella di Genova, questo processo vuole dare a tutti un chiaro messaggio: la sommossa genovese avrà i suoi capri espiatori. Che la posta in gioco oltrepassi la stessa rivolta di luglio per proiettare la propria ombra funesta sul futuro, è piuttosto evidente. Come esempio, si può prendere l’iniziativa, promossa nel gennaio del 2003 sempre dalla procura di Genova, di acquistare uno spazio sul quotidiano ligure Il secolo XIX per pubblicare il fotogramma- — realizzato da una telecamera posta in strada — di due manifestanti al fine di identificarli. In quell’occasione fa di nuovo la sua comparsa pubblica il reato di «compartecipazione psichica»: in sostanza lo Stato afferma che per incorrere nei favori della repressione non è necessario partecipare direttamente ad azioni di rivolta, ma è sufficiente essere presenti là dove hanno luogo senza impedire che altri le compiano; in breve, senza trasformarsi in poliziotti. Aggiungiamo che agli arrestati di Co-senza era stata rivolta in modo esplicito e con alcuni successi quella che in seguito diventerà una costante quanto indecente profferta: l’«abiura della violenza» in cambio della scarcerazione — e avremo un quadro ancora più preciso. Sotto accusa ormai non è questa o quell’azione, questo o quel sabotaggio, bensì l’atteggiamento verso le istituzioni e, più in generale, il rifiuto stesso del presente ordine sociale e della vita da sudditi che impone. Collaboratori o nemici: è questo l’ultimatum che lo Stato lancia a chiunque.

È anche in tal senso che va letta la martellante propaganda che i vari Ministeri della Paura stanno orchestrando attorno al concetto di “terrorismo”. Soprattutto dopo l’attacco alle Torri Gemelle, il manifestante che spacca vetrine viene equiparato al rivoluzionario che abbatte un uomo di Stato, e quest’ultimo al kamikaze che si fa saltare in aria su di un autobus affollato. Grazie a questa confusione interessata il dominio ha cercato di nascondere il senso delle giornate genovesi: da un lato, una sommossa sociale che ha coinvolto migliaia di individui disposti a rovesciare l’ordine del denaro e dei manganelli, dall’altra uno Stato che ha gettato la maschera rivelando così il proprio volto assassino. Per chi da quel luglio non ha voluto trarre alcuna lezione, cosa potremmo aggiungere che il potere non abbia ampiamente dimostrato pestando ed uccidendo in piazza, umiliando e torturando nel chiuso delle sue caserme? Cosa potremmo aggiungere sull’inanità di chi chiede Verità e Giustizia ai tribunali, come se da lati opposti della barricata potessero esistere una verità e una giustizia in comune? Non sono forse stati espliciti il governo, i dirigenti e i magistrati assolvendo e promuovendo, come sempre, gli assassini e i torturatori in divisa?

Così come gli apparati di controllo sezionano quartieri e città con le lo-ro barriere e i loro check-point, le loro telecamere ed i loro squadroni, allo stesso modo gli inquisitori sezionano gli eventi con le loro inchieste e i loro codici. I pubblici ministeri Canepa e Canciani — due neospecialisti nella caccia ai ribelli — stanno solo perfezionando l’opera cominciata con la militarizzazione di Genova e continuata attraverso le cariche, il piombo assassino di piazza Alimonda, l’irruzione alla Diaz, le torture a Bolzaneto e nelle altre caserme, gli arresti e le espulsioni dei giorni come dei mesi successivi. Relativamente alle indagini, un ruolo di primo piano lo ha svolto il pubblico ministero Silvio Franz, famoso insabbiatore di scandali di regime, grazie all’aiuto di un’accolita di periti notoriamente legati agli ambienti dell’arma e neofascisti.

Sta a chi non ha dimenticato quella contagiosa rivolta che ha conquistato le strade, a chi non vuole far seccare nell’animo il sangue versato per mano degli sgherri dello Stato, fornire alla solidarietà verso i manifestanti sotto processo tutte le armi di cui ha bisogno. Questo è il senso delle modeste note che seguono.

A dispetto delle innumerevoli controinchieste che hanno finito per complicare, attraverso il totalitarismo del frammento, ciò che era fin troppo evidente; a dispetto delle chiacchiere con cui gli specialisti hanno coperto quella sommossa e delle calunnie con cui la canea politica l’ha infangata, vogliamo ripercorrere, per rimetterla in gioco, una storia minacciosa.

Appuntamenti segreti

Esiste un appuntamento misterioso tra le generazioni che sono state e la nostra.

Walter Benjamin

Qualche giorno prima del G8, alcuni genovesi si recano da un falegname del centro storico del capoluogo ligure con la richiesta di farsi preparare dei pezzi di legno montabili a mo’ di aste. Il vecchio artigiano coglie al volo le intenzioni di questi insoliti clienti e racconta cosa usavano loro, quelli della sua generazione, negli scontri con la polizia. La memoria corre alla rivolta del luglio Sessanta, ai ragazzi dalle maglie a strisce, alla Genova dei quartieri popolari. Il vecchio spiega che, per fronteggiare le cariche della celere, gli insorti si servivano dello stoccafisso lasciato ad asciugare all’esterno delle numerose pescherie dei carrugi. I venditori lo passavano ai ribelli, ma non prima di averlo immerso nelle vasche d’acqua per renderlo resistente ed efficace. Le vie del centro storico non sono più le stesse, così i nostri se ne partono con le loro aste smontabili. Questi legni saranno comunque, di lì a qualche giorno, una sorta di testimone fra due generazioni di incontrollati e di facinorosi.

Venerdì 20 luglio 2001, dopo che centinaia di rivoltosi hanno liberato alcuni quartieri da quella normalità capitalista che è il più freddo dei gelidi mostri, un supermercato si trasforma in un banchetto collettivo e gratuito. Per qualche ora ribelli e abitanti della zona si servono liberamente e mangiano, scherzano e discutono. Persino un giornalista, pagato per servire con i suoi teleobiettivi come altri servono con i loro manganelli, viene fotografato da un suo collega mentre se ne esce con due confezioni di mozzarella.

Perché queste mozzarelle incontrassero quegli stoccafissi, in un «balzo di tigre nel passato», c’è voluta una sommossa sociale che sostituisse il tempo della rivolta al tempo storico. Una sommossa che ha stravolto sia i piani dei Signori della Terra e dei loro cani da guardia, sia quelli della contestazione mediata e mediatica.

Il filo di una storia

Sarà presto dimenticato quanto è accaduto ora. Nell’aria rimane solo un vuoto, atroce ricordo. Chi fu protetto? I pigri, i miserabili, gli strozzini. Ciò che era giovane dovette cadere …

ma gli indegni siedono illesi nel tepore dei loro salotti.

Ernst Bloch

Il vertice del G8 a Genova è stato l’occasione per un gigantesco esperimento di controllo e di militarizzazione senza precedenti in Italia: strade chiuse e blindate con grate alte cinque metri, l’intera circolazione stradale ridisegnata, i tombini precauzionalmente saldati... e non sono mancati provvedimenti più comici (via le mutande e i calzini dai balconi!). Molti abitanti esasperati lasciarono la città, che assunse le lugubri sembianze di un enorme campo di concentramento. Ventimila uomini di tutti i corpi armati dello Stato confluirono nel capoluogo ligure per pattugliarlo. Vennero istituiti posti di blocco, ordinati sacchi dove rinchiudere eventuali morti, piazzati tiratori scelti sui tetti e sommozzatori in acqua. Fu predisposto un autentico centro di torture per prigionieri a Bolzaneto, la cui gestione venne assegnata ai gentiluomini della squadra speciale antisommossa carceraria (il GOM). Mentre il compito di garantire l’ordine pubblico fu affidato principalmente all’Arma dei carabinieri, i quali formarono per l’occasione i CCIR (contingenti carabinieri a intervento risolutivo), costituiti da militari diretti da ufficiali del corpo d’élite Tuscania, già attivi in Somalia, in Bosnia, in Albania.

Da parte dello Stato non ci si preparava a contenere una contestazione, ma ad affrontare una guerra. Non si trattava di controllare manifestanti, bensì di fare piazza pulita di nemici. A Genova lo Stato ha sperimentato per la prima volta in maniera così sistematica, esplicita, diffusa, contro la propria popolazione, la logica militare che presiede le missioni internazionali. A dimostrazione di come, in un mondo unificato dalla religione del denaro, la linea di demarcazione fra nemici esterni e nemici interni vada scomparendo. A dimostrazione di come il dominio debba testare in piccolo scenari che in futuro potrebbero essere generali. Dopo tutto, se la guerra viene considerata un’operazione di polizia, un’operazione di polizia può ben considerarsi una guerra.

Il seguito dimostrerà quella che è una costante nell’espansione tecnologica e militare: tutto ciò che viene predisposto attende solo di venire usato.

Il campo di battaglia previsto era quello che si snodava attorno alla “zona rossa”. È qui, sotto i cancelli e le recinzioni eretti a protezione della sede del vertice, che si attendevano gli assalti dei manifestanti. È qui che i capetti della contestazione mediata e mediatica hanno chiamato a raccolta le loro truppe cammellate. È qui che si sono concentrati anche i cani da guardia del dominio per respingere la pressione dei sudditi scontenti venuti ad elemosinare i propri illusori diritti. Tutto sembrava pronto. Una moltitudine di rispettosi cittadini che grida le proprie ragioni, le forze dell’ordine assoldate per respingerle, la scaramuccia concordata a tavolino per evocare ed esorcizzare lo spettro dello scontro, i giornalisti accorsi da tutto il mondo, gli applausi di coda perché alla fine tutto doveva svolgersi tranquillamente, vertice e controvertice. Nulla di tutto ciò si è verificato. Da parte delle istituzioni non c’era una reale intenzione di evitare lo scontro, quanto la precisa volontà di dare una lezione indimenticabile agli ingrati consumatori del benessere occidentale; da parte del movimento, di una parte di esso, c’era chi preferiva essere protagonista di una ribellione esplicita contro i cosiddetti Signori della Terra piuttosto che fare lo spettatore o la comparsa di un’agitata sceneggiata a beneficio dei mass media. Così, attorno alla “zona rossa” i rivoltosi non si faranno vedere, preferendo disertare lo scontro virtuale concordato con le istituzioni per andare a cercare lo scontro reale, quello senza mediazioni. Pur essendosi presentati nella città e nella data stabilite dall’agenda istituzionale, parecchie centinaia di nemici di questo mondo, assai diversi fra loro, senza capi né gregari, senza testa né coda, andranno dove non erano attesi. Anziché lanciarsi a testa bassa verso un supposto cuore del dominio preferiranno muoversi altrove, ben sapendo che il dominio non possiede alcun cuore perché si trova dappertutto. Gli spazi fisici dove si pratica il culto del denaro, dove aleggia il fetore della merce, dove si ode la menzogna del commercio — e non i meri “simboli” del capitalismo, come preteso dalla sinistra vulgata degli adoratori dell’esistente — conosceranno la critica pratica dell’azione: la banche saranno prese d’assalto, i supermercati saccheggiati, le concessionarie incendiate.

Si può amare una città, si possono riconoscere le sue case e le sue strade nelle proprie più remote o più care memorie; ma solo nell’ora della rivolta la città è sentita veramente come la propria città: […] propria, poiché spazio circoscritto in cui il tempo storico è sospeso e in cui ogni atto vale di per se stesso, nelle sue conseguenze assolutamente immediate. Ci si appropria di una città fuggendo o avanzando nell’alternarsi delle cariche, molto più che giocando da bambini per le sue strade o passeggiandovi più tardi con una ragazza. Nell’ora della rivolta non si è più soli nella città.

Furio Jesi

Dopo il passaggio dei rivoltosi, a cui non di rado si unirono ragazzi dei quartieri e curiosi, nulla era più come prima. Le auto, da scatole mobili che trasportano i lavoratori alla loro condanna quotidiana, diventarono giocattoli con cui divertirsi e barricate con cui fermare la polizia. Le sirene pubblicitarie che avviliscono lo spirito e mercificano i corpi furono messe a tacere. Gli occhi elettronici vennero accecati. I giornalisti vennero allontanati. I saccheggi trasformarono le merci da pagare in beni gratuiti da condividere. Attraverso scritte colorate le mura si liberarono del loro sconfortante grigiore. Le strade, i cantieri, i palazzi furono usati come arsenali. L’urbanistica, modellata sulle esigenze dell’economia e perfezionata dagli imperativi del controllo, si sciolse sotto il fuoco della sommossa. Ben presto l’impossibile diventò possibile: il carcere di Marassi, in buona parte svuotato per lasciare spazio ad eventuali arrestati, venne attaccato. Stessa sorte toccò ad una caserma dei carabinieri. Da parte loro, gli uomini in divisa dispiegarono tutta la violenza di cui erano capaci. Chi ha accusato i rivoltosi nerovestiti di aver provocato la repressione farebbe meglio a prender atto che l’operato di polizia e carabinieri era già stato previsto ed organizzato, come forma preventiva di dissuasione nei confronti di tutti. Non fu affatto il risultato di un eccesso di zelo, di troppo nervosismo o di inesperienza, ma fu il vero volto del terrorismo di Stato che si scatenò senza freni, lanciando a folle velocità i suoi veicoli blindati contro i manifestanti inermi. Fu proprio questo a determinare il dilagare generalizzato della rivolta. Proprio ciò che avrebbe dovuto fermarla, l’intervento poliziesco, finì per alimentarla. Nel giro di poco tempo, migliaia di manifestanti fino a quel momento pacifici si unirono ai rivoltosi e iniziarono a battersi contro la sbirraglia, lanciandosi in una guerriglia disperata. Fra gli stessi militanti dei racket politici i cui capi invitavano alla calma, alla moderazione e alla non-violenza, ci furono molte insubordinazioni.

La stessa ideologia della disobbedienza conobbe i suoi primi disobbedienti. Dopo poco più di un’ora dalla partenza del loro corteo, i buoni propositi delle Tute Bianche s’infrangevano. Se nell’incrociare la prima carcassa d’auto bruciata, i leader delle tutine esortavano ancora i giornalisti al loro seguito a non confonderli con i “violenti”, se i fumi che si alzavano in lontananza erano ancora abbastanza distanti da poter essere ignorati, la carica dei carabinieri in via Tolemaide mise fine alla simulazione. Nonostante le contrattazioni precedenti, questa volta niente spettacolo: gli sbirri caricavano sul serio! Sordi agli appelli dei loro capetti che li invitavano a desistere, a non reagire, molti Disobbedienti iniziarono a battersi contro gli uomini in divisa, con l’aiuto di altri manifestanti accorsi per fronteggiare chi li stava attaccando. Per alcune ore non ci furono più violenti o non-violenti, uomini o donne, socialdemocratici o anarchici, militanti o gente comune, geometri o disoccupati, ma solo individui in rivolta contro i cani da guardia dell’esistente e la vita che viene imposta. Fu durante questi scontri che venne abbattuto Carlo Giuliani. Non era un “black bloc”. Non era un anarchico. Non era un provocatore. Non era un infiltrato. Era solo un giovane che aveva reagito alla violenza dello Stato. Non uno dei pochi, ma uno dei tanti.

Chiariamo questo punto. Nei giorni successivi, tutti i politici in carriera che infestano il movimento presero inizialmente le distanze da quanto accaduto, accusando i rivoltosi di essere un pugno di “provocatori” e “infiltrati” che con le loro azioni avevano sabotato intenzionalmente un grande appuntamento pacifico, facendo perdere un’occasione storica per essere ascoltati. Tutta la canea socialdemocratica — la stessa che fino ad allora aveva sollevato tanta polvere e rumore e che per questo credeva d’essere il carro della storia — riversò loro addosso un mare di calunnie, rinverdendo la vecchia tradizione stalinista della “caccia agli untorelli”. Fu questo un modo di sfogare il proprio rancore contro chi aveva deciso di sfuggire al loro controllo, rivelando a tutti la falsità della loro pretesa autorevolezza. E fu un modo di chiudere gli occhi di fronte alla fine del loro progetto politico, la cui vanagloriosa inconsistenza è apparsa alla fine di quelle giornate in tutta la sua miseria, cercando pateticamente di rilanciarlo. Chi tanto si è indignato che centinaia di compagni si fossero recati a Genova con l’intenzione di scatenare una sommossa, dandosi un minimo di preparazione in tal senso e cercando di evitare la trappola dello scontro diretto con la polizia, dovrebbe riflettere maggiormente su chi ha eccitato gli animi per mesi promettendo assalti e invasioni senza avere l’intenzione di realizzarli, senza curarsi minimamente delle possibili conseguenze, su chi ha alzato al cielo le bianche mani della non-violenza, in segno di resa e non di dignità, contribuendo a mandare allo sbaraglio migliaia di manifestanti inermi. E magari porsi alcune domande: si può essere davvero “non-violenti” e collaborare con lo Stato, massima espressione della violenza? Chi può scagliare l’anatema contro coloro che a Genova hanno fatto strage di vetrine? Forse chi ha fatto strage di ossa, di teste e di denti? Forse chi si indigna per le aiuole calpestate e poi considera normali i morti sul lavoro? Oppure chi vuole invadere la “zona rossa” del privilegio partendo dalla “zona grigia” del collaborazionismo? Se chi attacca una banca è un provocatore infiltrato, come si può definire chi consiglia un ministro, discute con un parlamentare, contratta con un questore? Quel venerdì ha fornito qualche risposta.

Sabato 21 luglio, i calcoli politici e la paura presero il sopravvento sulla rabbia. I vari racket politici militanti si organizzarono per allontanare ed esorcizzare il loro vero nemico: tutti gli incontrollabili che avevano fatto fallire miseramente i loro piani. A sera, come è noto, scatterà da parte di una polizia scatenata nella sua assoluta certezza di impunità l’attacco alla scuola Diaz, sede momentanea del Social Forum, dove tutti i presenti verranno massacrati dagli agenti inferociti. Un’azione apparentemente incomprensibile, perché fra gli altri ha colpito anche alcuni dei migliori alleati della polizia che per tutto il giorno si erano distinti nella loro opera di delazione. In realtà, anche questo episodio si inserisce perfettamente nella logica militare che aveva governato l’operato delle forze dell’ordine. La prova di forza del governo italiano doveva essere data fino in fondo.

Un assordante brusio

Chiunque abbia qualcosa da dire, si faccia avanti e taccia.

Karl Kraus

Finita la rivolta, è iniziato il suo commentario da parte di giornalisti, specialisti, periti. E più aumentavano le testimonianze e le interpretazioni di quanto avvenuto, più diminuiva la sua cristallina chiarezza. La rivolta di Genova, nella sua viva totalità, è stata sezionata e smembrata in tante piccole particelle. Tutto è stato sbriciolato e ridotto in polvere affinché nulla si potesse più vedere. Naturalmente questa poderosa opera di mistificazione è stata condotta nel nome della verità. La stessa verità che molti aspettano e pretendono si faccia largo nelle aule dei tribunali.

Eppure, tutti sanno cosa è veramente accaduto. È inciso in maniera indelebile nella memoria e nella carne di migliaia di manifestanti presenti. E proprio Genova ha dimostrato l’assoluta inutilità pratica, sovente la pericolosità, di macchine fotografiche e videocamere. A parte la polizia, che ne ha tratto profitto identificando e denunciando molti rivoltosi, compito che le è stato facilitato dall’onnipresenza di portatori di teleobiettivi, e a parte i giornalisti, che hanno incassato lo stipendio per il lavoro svolto, a cosa sono servite tutte quelle riprese? A che pro mostrare a tutto il mondo che il vicecapo della Digos di Genova, Alessandro Perugini, ha sferrato un calcio in pieno volto ad un ragazzo steso a terra immobilizzato dai suoi colleghi? Forse che costui, colto sul fatto, è stato poi messo in condizione di non ripetere più la sua impresa? Un tribunale lo ha condannato, è stato espulso dalla polizia e sostituito con un poliziotto beneducato e rispettoso della Costituzione? Niente affatto, anzi, con umorismo piuttosto macabro lo Stato ha nominato il signor Perugini rappresentante per l’Italia di una campagna internazionale contro la tortura nel mondo.

La convinzione che basti mostrare i soprusi del potere per metterlo in ginocchio è un’illusione ideologica, meritevole di sparire come tutte le ideologie. Chissà come sono rimasti male, quegli idealisti che credono nella luce che sconfigge le tenebre, alla notizia che osservando i filmati il perito della magistratura ha stabilito nientemeno che sarebbe stato un sasso lanciato da un manifestante a deviare il proiettile che ha ucciso Carlo Giuliani. Lo dimostrerebbe uno sbuffo biancastro comparso repentinamente sopra la sua testa, un attimo prima della sua morte. È proprio vero che, in una immagine, ognuno può far vedere ciò che vuole. E in una competizione di immagini e chiacchiere, fra i media alternativi e quelli istituzionali, è inutile nascondere che a vincere saranno sempre i secondi.

Così come non c’è da attendersi nessuna verità da una immagine, allo stesso modo non possiamo aspettarci nessuna giustizia da un verdetto. Anche perché i tribunali sono istituzioni di quello stesso Stato che ha ordinato il massacro avvenuto a Genova. Perché mai i magistrati dovrebbero condannare uomini che sono abitualmente al loro servizio? Sbarazziamoci del pio luogo comune propiziatore di garanzie che pretende esista una differenza fra Stato di diritto e Stato di fatto, come fossero due entità che è necessario far coincidere per avere la giustizia. Lo Stato inventa il suo diritto e lo applica e modifica come meglio crede, ben sapendo che si tratta solo di carta straccia. I torturatori che a Bolzaneto hanno strappato le carte di identità degli arrestati gridando «qui non avete diritti, siete nessuno», hanno espresso senza maschere la natura dello Stato, quello di cui sono i servi obbedienti e leali.

Le illusioni di una fine

Il coraggio dell’impossibile è la luce che rompe la nebbia,

davanti a cui cadono i terrori della morte e il presente divien vita.

Carlo Michelstaedter

Delle giornate genovesi si è ricordata soltanto la brutalità della sbirraglia. L’aspetto gioioso di una sovversione della vita quotidiana è quasi stato seppellito. Ma la sommossa di tre anni fa è ancora lì, minacciosa nella sua incompiutezza. Talmente minacciosa che nel frattempo il suo significato non è stato solo eroso dalla ragione di Stato che ha imposto una guerra infinita, ma anche dalla calunnia, dalla mistificazione, dalla rimozione messe in atto da tutti coloro — in uniforme o in tuta — che dovevano garantire l’ordine e la sicurezza nelle strade genovesi, con i risultati che ben conosciamo. Talmente minacciosa che centinaia di azioni dirette contro il dominio (dai bancomat sabotati ai treni bloccati, dai commissariati attaccati agli istituti di scienze della morte danneggiati, dalle auto diplomatiche incendiate alle agenzie e alle concessionarie italiane sfasciate) sono state compiute in tutto il mondo nelle settimane e nei mesi dopo Genova. Talmente minacciosa, infine, che dopo la nebbia della rappresentazione il dominio sta preparando il cemento della carcerazione.

Contro la vendetta di Stato, e a dispetto di chi serve davanti ai giudici l’odiosa divisione in buoni e cattivi già realizzata in piazza (giustificando magari gli scontri con la sbirraglia come legittima risposta alle cariche, ma condannando le azioni contro le strutture dello Stato e del capitale avvenute prima…), è il senso di quella sommossa che va affermato, contro pacificatori ed inquisitori. Perché la rivolta esploda, ben oltre gli appuntamenti stabiliti dal potere, là dove si gioca davvero la partita: nella totalità delle nostre vite. È quello il luogo in cui si incontreranno, insieme ai conflitti sociali a venire, i desideri di tutti coloro che a Genova si sono battuti con coraggio. Il luogo di un crimine chiamato libertà in cui non esistono innocenti né colpevoli.

Allora nessun tribunale, isolando e colpendo gli accusati, metterà i sigilli a quelle giornate.

A Genova verrano impiegati 2.700 militari, io in Libano ne avevo 2.300.

Generale Franco Angioni


Il nostro è uno Stato democratico dove nessuno ha il diritto di pensare che vi siano soppressioni di libertà.

Gianfranco Fini dopo il G8


Lo Stato non è più, d'ora innanzi, il nemico da abbattere, ma l'omologo con cui dobbiamo discutere.

Luca Casarini, Il Gazzettino, 23/4/1998


Le "tute bianche" e quei settori di manifestanti che partecipano ai cortei con una "attrezzatura di autodifesa", che esercitano una pressione fisica e ricorrono all'uso controllato della forza, svolgono un ruolo ambiguo. Ma è un ruolo, a mio avviso, positivamente ambiguo. Offre all'aggressività un canale in cui esprimersi e, insieme, uno schema (rituale e agonistico) che l'amministra. Propone uno sbocco [...] ma esercita un controllo e pone (tenta di porre) limiti. L'attività delle "tute bianche" è, dunque, letteralmente, un esercizio sportivo (e lo sport è, classicamente, la prosecuzione e la codificazione della guerra con mezzi incruenti), che depotenzia e disinnesca la violenza[...]. Certo, questo presuppone un'idea della violenza di piazza come una sorta di flusso prevedibile, indirizzabile, controllabile: ma è proprio in questi termini che viene trattata da numerosi responsabili dell'ordine pubblico e da molti leader di movimento. [...] E qui possono risultare utili alcune testimonianze dirette. Un anno e mezzo fa, nel corso di una riunione nella prefettura di una città del Nord, i responsabili dell'ordine pubblico e alcuni leader di movimento discussero puntigliosamente e, infine, convennero minuziosamente - oltre che sul tragitto - sulla destinazione finale del corteo. E ci si accordò sul fatto che vi fosse un punto, segnalato da un numero civico, raggiungibile col consenso delle forze dell'ordine, e un altro punto, segnalato da un numero successivo, non "consentito", ma "tollerato". Lo spazio tra i due successivi limiti - un centinaio di metri - fu, poi, il "campo di battaglia" di uno scontro totalmente incruento e pressoché interamente simulato (ma tale non apparve nelle riprese televisive) tra manifestanti e polizia.

Luigi Mnaconi, La Repubblica, 14/7/2001


C'era da concordare un segnale simbolico per le Tute Bianche, bastavano cinque centimetri di zona rossa... ma non è stato possibile contrattare nulla.

Luana Zanella, dep. dei Verdi, Il Manifesto, 22/7/2001


Casarini ha confermato i contatti. E ha confermato anche un dettaglio ulteriore: già la sera del 19 luglio c'era la consapevolezza che alcuni elementi del network (che comprendeva anche i Cobas) volevano compiere gesti di violenza. Fu proprio in previsione di questa emergenza, come confermato anche da fonti del Viminale, che il quartiere della Foce dalla sera alla mattina fu disseminato di container. [...] Proprio dall'area dei disobbedienti sarebbe partita, in una fitta rete di contatti e telefonate con alcuni referenti della Digos locali, l'emergenza per le violenze che una parte dei contestatori stava preparando.

"Digos e disobbedienti uniti contro il black bloc", Il Secolo XIX, 30/1/2003


Lo conoscevamo poco [Carlo Giuliani], qualche volta lo incontravamo al bar Asinelli. Era un punkabbestia, uno di quelli che non hanno lavoro ma portano tanti orecchini, uno che vuole entrare senza pagare, uno che la gente perbene chiama parassita. Gli faceva schifo il mondo e non aveva nulla a che fare con noi dei centri sociali, diceva che eravamo troppo disciplinati.

Matteo Jade, portavoce tute bianche genovesi, 20/7/2001


Continuerete dunque a manifestare con accanto i black bloc?

"Stiamo discutendo nel movimento di come prottegerci. Ma mi interesserebbe che ci fose una reale indagine su questi black bloc".

Intervista a Luca Casarini, La Repubblica, 31/7/2001


Una "internazionale nera" dei "servizi" sembra essere stata messa in piazza contro i contestatori della globalizzazione.

Attac France, comunicato del 27/7/2001


Il Capo della Polizia ci ha detto che avrebbero trattato bene i buoni e male i cattivi, affermando che il livello di repressione sarebbe stato correlato alle misure adottate: quindi, se uno avesse tentato di passare la linea rossa senza strumenti di offesa, ci sarebbe stato un certo livello di risposta. Il problema è che è successo altro!

Vittorio Agnoletto alla commissione parlamentare, 6/9/2001


Rivolgiamo uno speciale pensiero a chi aizza la repressione pretendendo danari dagli accusati e vendetta dai magistrati: le banche Carige e San Paolo Imi, il carabiniere Filippo Cavataio, la Presidenza del Consiglio, i ministeri dell'Interno, della Difesa e della Giustizia.

E' stato realizzato anche un manifesto sul processo di Genova - misure 50x70, due colori - visibile sul sito www.norep.net dove si possono trovare anche diversi altri testi e documenti sulla sommossa genovese, nonché gli aggiornamenti del processo in corso.

E' possibile richiedere sia il manifesto che questo volantone al seguente indirizzo:

Comitato anarchico di difesa e solidarietà c/o Biblioteca F. Ferrer, piazza Embriaci 5/13, 16123 Genova

tel. 010/255797

 
 

Il sito guerrasociale.org non è più attivo da molto tempo. In queste pagine sono stati raccolti e archiviati in maniera pressoché automatica tutti i testi pubblicati. Attenzione: gli indirizzi (caselle postali, spazi occupati, centri di documentazione, email, ecc.) sono quelli riportati nella pubblicazione originale. Non se ne garantisce quindi in nessun modo l'accuratezza.