"La risposta del ventesimo secolo a un problema del ventesimo secolo: la tutela dell’ordine pubblico simile alla carcerazione, ma a un costo minore; contribuisce ad alleviare il problema delle carceri; umana e poco invadente, alleggerisce la gravosa funzione di sorveglianza da parte del personale addetto alla libertà vigilata, facile da installare, semplice da operare…"

Queste parole, tratte dal dépliant di una ditta produttrice di braccialetti elettronici per i detenuti in libertà vigilata, potrebbero adattarsi altrettanto bene alle telecamere e alla videosorveglianza.

Secondo una teoria in voga, il controllo preventivo dovrebbe sostituire la violenza repressiva. Questo è vero solo in parte, prevenzione e deterrenza non hanno affatto eliminato le varie forme di carcere e di tortura che il mondo ha sempre conosciuto, ma sgravano almeno in parte lo Stato dai costi economici della galera.

Nel carcere globale è importante graduare e modulare i livelli di inclusione o di esclusione a seconda della classificazione di ognuno di noi all’interno delle stratificazioni sociali: dalle privazioni medievali del carcere duro o del 41bis, passando per le legislazioni premiali per chi si pente, fino alle varie forme di libertà vigilata per i meno pericolosi.

E per gli altri? Per quelli ‘onesti’? Anche per loro il controllo avviene in modo massiccio grazie alla sorveglianza elettronica sui luoghi di lavoro e alle banche dati che memorizzano i consumi e i comportamenti di tutti. Siamo tutti bombardati da pubblicità sempre più personalizzate, realizzate sulla base delle tracce che lasciamo con le nostre carte magnetiche. Controlli punitivi per chi non è in grado di consumare o consuma troppo e male, e controlli ‘seduttivi’ per chi non può fare altro che consumare la merda che gli viene somministrata tutti i giorni.

E all’uomo della strada cosa rimane? Una rassicurante telecamera che lo controlla ad ogni suo movimento. Ci si potrebbe domandare, per controllare cosa? Divieti di sosta? Liti coniugali? Una canna di troppo? Orina sui muri? Le risposte sono sceme perché è scema la domanda. La vera domanda è per controllare chi? E la risposta è ognuno di noi, ridotto ad una sorta di ‘minus habens’, di demente irresponsabile che l’occhio vigile di qualche funzionario sorveglia e punisce se necessario.

Questa rappresentazione del potere come di un centro da cui si irradia uno sguardo onnisciente, alla Orwell per intenderci, per la verità ci lascia un po’ perplessi in quanto vagamente anacronistica, ma non dimentichiamo che siamo a Tradate, una delle tante enclaves della barbarie e dell’ignoranza modernizzate. Da Padanopoli alle villette fortificate dei camorristi di Acerra, agli insediamenti ebraici in Palestina e in infiniti altri luoghi le piante della paranoia e del terrore crescono lussureggianti.

Qualcuno obietterà: "se non ho niente da nascondere, perché dovrei preoccuparmi?". Obiezione ineccepibile che ci fa pensare ad un’umanità pacificata e a una trasparenza luminosa. La ‘glasnost’ trionfa, ma chi diventa trasparente non è l’amministrazione, siamo noi stessi, trasparenti non solo perché i nostri gesti sono visibili in qualche commissariato di polizia, ma soprattutto perché svuotati di senso e di passioni. Se non si ha nulla da nascondere, ci viene il dubbio, è perché non si hanno più neanche quei ‘cattivi pensieri’ che potrebbero generare qualcosa di nuovo, ma solo mediocri appetiti che ognuno può soddisfare alla bell’e meglio.

Se il presidente del consiglio può affermare ammiccando che i cassintegrati della Fiat che si cercheranno un lavoro in nero non sono poi da biasimare, in fondo dice una verità che tutti sanno, e cioè che la legalità di cui tanto si blatera è il percorso ad ostacoli dentro il quale ognuno deve disperatamente cercare di essere più furbo degli altri. Certo, una telecamera può indurre una normalizzazione dei comportamenti, ma non può impedire a nessuno di pensare ed agire come meglio crede. In ogni caso, noi non le abbiamo chieste e non le vogliamo.

A chi ha ancora qualcosa da vivere, da fare e da dire in questa città, a chi sente l’oppressione del controllo proponiamo di discuterne insieme: assemblea pubblica - venerdì 7 febbraio 2003 - ore 21 - al Kinesis, via Carducci 3 – Tradate

 
 

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