[Testo di un manifesto del gennaio 1999]


Eccoli che danzano allacciati sopra le nostre teste Capitale e Ricerca Tecnologica. E vi danzano grossomodo da duecento anni, da quando cioè, l'uno e l'altra prendono le forme sotto cui oggi li conosciamo, esordendo da subito con una serie di nocività: l''invenzione della fabbrica e la divisione del lavoro, per esempio, o l'agricoltura intensiva, l'ideologia della merce e via così.

E che i due, nel corso del tempo, in questa danza non si siano mai slacciati, non è certo un caso.

Il fatto è che la tecnologia non cade da un cielo imparziale ma è parte essenziale del capitalismo stesso e non è pensabile fuori da questo: senza la tecnologia una miriade di innovazioni del capitale non sarebbe stata possibile (pensiamo ad esempio al decentramento produttivo, alla globalizzazione dei mercati o alle manipolazioni genetiche) ma senza il capitale non avrebbe avuto ragione di essere la tecnologia stessa.

Cos'è la tecnologia, infatti, se non la scienza che fornisce soluzioni e stimoli alla continua riorganizzazione del capitale? Cos'è se non la scienza del dominio di alcuni su tutti gli altri viventi?

Capitale e Tecnologia danzano sulla nostra pelle quella danza secolare a cui anche lo Stato danza.

Il dominio dello Stato e il dominio del capitale abitano i medesimi luoghi, parlano lo stesso idioma, amano la stessa musica, sono garanti l'uno dell'altro e sono nulla senza l'altro. Tra le necessità vitali per entrambi una spicca forse su tutte: il Controllo.

Il Controllo è un mostro dalle molte facce. Controllo sono le guerresche "operazioni di pace", nient'altro che tentavi di gestione delle risorse, dei mercati, degli equilibri.

Controllo sono gli uomini armati, in divisa, oppressione evidente che l'astuzia di stato ci ha abituato a considerare necessaria. Controllo è tatuarci un numero sul codice fiscale anziché sul braccio.

Il Controllo, insomma, è roba da oppressori ed è solo a loro che torna utile.

Ma nessun Re vuole passare da Tiranno, perché i tiranni è lecito rovesciarli mentre re e amministratori del regno - si dice - sono buoni e giusti o comunque rimpiazzabili. Ed è per questo che, laddove è possibile, alla crudezza del controllo evidente tecnocrati e politici preferiscono uno spiare discreto ma diffuso, impensabile senza il supporto della tecnologia.

L'ultimo ritrovato in materia di controllo tecnologico lo avete forse sulle vostre teste in questo momento ed è già comparso, o sta per comparire, in molte città.

Parrebbe un piccolo lampioncino dall'apparenza innocua, non troppo dissimile dai molti lampioni che punteggiano le vie delle città, ma di notte non si illumina. E', in realtà, un vero occhio del padrone che, passando per i cavi Telecom, può guardare in qua e là e mettere a fuoco questo o quel passante, perché nascoste al suo interno, piccole telecamere montate su una piattaforma girevole e quindi con un angolo di visuale estremamente ampio ci osservano e, registrandoli, rendono i nostri gesti sempre rivedibili, riesaminabili e, se occorresse, incollabili nelle sequenze volute. Le ulteriori applicazioni di domani nel campo del controllo potranno essere comodamente installate sul sistema lampioncini-questura di oggi.

Tutto ciò, dobbiamo ammetterlo, rivela da parte dell'Autorità un immenso senso pratico e un certo involontario conato di sincerità.

Non viviamo forse già in città costruite con i criteri con cui si edifica un carcere, con un centro direzionale per tecnocrati e politici, i secondini delle nostre esistenze, con un piccolo spazio ricreativo nel centro città in cui acquistare merci e cultura - la differenza è sottile - e piccole celle nell'ultimo girone urbano in cui rinchiudersi aspettando un domani?

E non viviamo forse perché questa organizzazione dello spazio-città è quella maggiormente funzionale agli scopi del capitale?

Ora, come sorvegliare al meglio gli spazi adibiti all'ora d'aria in una città-carcere se non attraverso telecamere nascoste? Barricati dietro l'autorità di un foglio di giornale, di un pulpito, di uno scranno, di una divisa ci ammoniranno ancora una volta che tutto ciò è necessario "in nome dell'interesse comune", quella cosa che pretendono essere il Bene per un astratto "tutti" e che è una sciagura per ciascuno di noi, in concreto.

Se Capitale, Stato e Tecnologia danzano sulle nostre teste è perché in ballo c'è il bottino accumulato sulla nostra pelle, perché è in ballo la loro stessa sopravvivenza.

Azzoppare finalmente i ballerini e scrollarseli subito di dosso: che atto di buon senso!

 
 

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