I fatti

Giovedì 13 novembre del Trentino Fulvio Fiorini si presenta al Bocciodromo occupato per scattare alcune foto. Gli occupanti hanno già scritto mille volte sui loro manifesti e volantini che quello spazio è aperto a chiunque voglia confrontarsi, ma chiuso a partiti, poliziotti e giornalisti. Lo hanno detto mille volte in piazza, nei presidi, nelle manifestazioni. Alcuni occupanti, che lo conoscono personalmente, lo hanno già detto più volte allo stesso Fiorini. Nonostante tutto questo, e nonostante un linciaggio mediatico che negli ultimi mesi ha raggiunto livelli senza precedenti, Fiorini, il quale condisce - sia pure indirettamente - con le proprie foto gli articoli contro gli anarchici, si presenta al Bocciodromo e comincia a fotografare, senza chiedere nulla a nessuno. Con l’arroganza tipica della sua categoria, pensa di poter disprezzare, in nome del “diritto di cronaca”, ogni volontà dei suoi “soggetti”. Un compagno lo invita ripetutamente quanto inutilmente ad andarsene, ricevendo in cambio solo insulti e l’immancabile “faccio soltanto il mio lavoro”. A questo punto, viene allontanato per le spicce, e se ne parte senza il dischetto (l’equivalente del rullino nelle macchine fotografiche digitali): non c’è alcun pestaggio. Avvisa subito i giornali, poi se ne va in caserma dei carabinieri per qualche servizio fotografico. Qui, accortosi di non avere il dischetto, racconta l’accaduto (cioè: la sua versione) ai carabinieri. Questi procedono d’ufficio contro un compagno. Favorite dalla stampa, che parla di un fotografo “picchiato e rapinato”, le forze della repressione sgomberano il giorno dopo il Bocciodromo e arrestano i 9 compagni presenti per “furto aggravato di energia elettrica”. Con questa accusa 7 di loro, tre giorni dopo, verranno condannati a 6 e 8 mesi di carcere. Beneficiando della condizionale, saranno poi scarcerati. Un compagno, Bogu, rimane invece ancora oggi in galera. Fiorini, inviato come sempre e ancora una volta a fotografare lo sgombero, viene poi chiamato in caserma a riconoscere Bogu quale suo “rapinatore”. E lui lo riconosce. L’indomani, in un’intervista in cui dice di non essere stato invitato ad andarsene, bensì immediatamente picchiato, il fotografo si vanta di non aver denunciato nessuno, e questo in base ai suoi “princìpi morali ed ideologici”. Noi, ignari di tutto, pensiamo: “Beh, bisogna riconoscere almeno che costui ha una sua dignità”. Poi scopriamo come sono andate davvero le cose. Effettivamente non ha sporto formale denuncia. Ha solo fatto la spia ai carabinieri e poi riconosciuto la persona contro cui i militi procedevano d’ufficio. Ognuno capirà la grande differenza. Soprattutto il nostro compagno, che è ancora in galera a causa sua.

Nella stessa intervista Fiorini, il quale si considera tuttora anarchico, dà lezioni di anarchismo agli occupanti del Bocciodromo, da lui definiti “squadristi”, “fascisti” e “politicamente dei cadaveri”. Gli uomini politici – da destra a sinistra - e l’Ordine dei giornalisti esprimono la propria solidarietà al fotografo, “vero anarchico” e “cittadino esemplare”.

Dall’altra parte

Se c'è qualcosa che infiamma i cuori degli anarchici è l’odio per uniformi e carceri. Fiorini ha mandato qualcuno in galera. Può definirsi come vuole, ma certo non è anarchico. Non dubitiamo che i carabinieri lo abbiano raggirato e ricattato, come hanno ricattato tanti altri contro di noi. Non ne dubitiamo, proprio perché sappiamo che un fotografo che lavora per i giornali non può permettersi di intrattenere relazioni non cordiali con le forze dell’ordine: molti dei suoi servizi si basano infatti su di un scambio diretto tra forze di polizia, redazione e singoli inviati dei giornali. Ma questo non giustifica nulla, semmai dovrebbe far riflettere ulteriormente sulle responsabilità che si assume chi svolge un simile lavoro. Tanto per fare un esempio: i fotografi sono messi al corrente di uno sgombero prima che questo avvenga.

Sono, in qualche modo, parte dell’operazione. I compagni, loro, sono dall’altra parte, oltre il cordone della celere. Fiorini insiste che si può essere più o meno onesti nel fare un lavoro come il suo. Lo sappiamo, e il suo comportamento in passato lo ha più volte dimostrato, come sanno quelli di noi che lo conoscono da tanti anni. Ma poi arriva un punto in cui la distinzione si assottiglia sempre di più, perché le lotte si radicalizzano e la repressione incalza. Arriva un punto in cui - di fronte ad un riconoscimento - si deve decidere se si è uomini o fotografi, uomini o spie, uomini o infami. E Fiorini l’“anarchico” ha scelto.

La rabbia per la sua arroganza ci aveva lasciato come un amaro in bocca. Ma ora un nostro compagno è in galera, e il fotografo che ce l’ha spedito tace. Abbiamo scritto, a proposito dei carabinieri uccisi in Iraq, che “Si raccoglie ciò che si semina”. Questo non vale solo per quei militari, assassini di professione che nessuna propaganda nazionalista ci farà mai chiamare eroi. Vale per ciascuno di noi, perché non si può dare la colpa delle nostre azioni alla storia, al destino o al capro espiatorio di turno. Noi non ci aspettiamo che le autorità e i mass media parlino bene di noi. Non recitiamo la parte delle eterne vittime. Chi è pagato per difendere questo sistema cercherà sempre di farcela pagare. Non si è anticapitalisti e antiautoritari impunemente. Allo stesso modo, non si lavora per i giornali che calunniano gli anarchici, senza mai un segno di protesta pubblica, e poi si pretende che questi ultimi ti accolgano a braccia aperte. Non si manda un compagno in galera e poi si parla di princìpi anarchici. Noi chiamiamo gatto un gatto, e spia una spia.

Un certo gruppo Serantini

Ironia vuole che Fulvio Fiorini facesse parte negli anni Settanta del locale gruppo Serantini, il cui nome era un omaggio ad un compagno anarchico bastonato a sangue dalla celere e poi lasciato morire in carcere perché si era opposto, nel maggio del ‘72, ad un comizio fascista a Pisa. Se ci si legge la stampa roveretana dell’epoca vi si troveranno contro il gruppo Serantini e gli “extraparlamentari” in genere le stesse menzogne e calunnie (tra cui quella di essere squadristi e fascisti) che possiamo leggere contro gli anarchici di oggi. Di più, durante uno sciopero generale del marzo ‘76 contro il caro prezzi, i compagni del Serantini picchiarono e alleggerirono del suo rullino un fotografo accorso a riprendere le vetrine sfasciate di un supermercato.

E allora, chi è cambiato? Gli attuali liberi professionisti dell’allora Serantini, o chi continua a tenersi lontani la carriera e i fotografi dei giornali? Chi è “politicamente un cadavere”? Chi persiste nella sua inimicizia etica e pratica contro i fondamenti di questa società, contro le sue istituzioni, oppure chi viene definito “cittadino esemplare” da politici e giornalisti. Noi ci chiamano teppisti e terroristi. Preferiamo così.

anarchici roveretani


**LE RAGIONI DI UN’INIMICIZIA
*A proposito dei mass media***

La nostra inimicizia nei confronti dei giornalisti - delle loro parole, delle loro immagini - ha bisogno di qualche precisazione in più. Come spieghiamo nelle note che seguono, il punto non è la maggiore o minore correttezza del singolo giornalista o del singolo fotografo, bensì il ruolo stesso dell’apparato mediatico. Che i mass media abbiano la pretesa di essere la rappresentazione totale della realtà è testimoniato da questo semplice fatto: per loro, chi rifiuta di parlare con i giornalisti, “non vuole comunicare con nessuno”. Come se fosse impossibile comunicare in modo diretto, senza il filtro di stampa e televisione. E’ lo stesso atteggiamento che hanno le autorità politiche: chi rifiuta ogni rapporto con loro, rifiuta, ci dicono, il dialogo con tutti. Eppure, nonostante i grandi progressi nella domesticazione sociale, il mondo non è popolato solo da autorità, sbirri e giornalisti. Anzi, è prorio oltre e contro il loro potere che comincia il dialogo reale.

I mass media sono parte integrante del dominio. Come quest’ultimo, essi fanno partecipare, escludono, recuperano e reprimono allo stesso tempo.

Fanno partecipare. Tutti devono credere che la sola realtà che esiste è quella che giornali e televisioni plasmano ogni giorno, la realtà dello Stato e dell’economia. I media sono uno strumento indispensabile nel reperimento del consenso. Essi sono la versione moderna del mito, cioè della rappresentazione che unisce gli sfruttati e gli sfruttatori. I media socializzano la gente.

Escludono. I pensieri e le azioni ostili a questa società non devono apparire. Si devono tacere, falsificare o rendere incomprensibili. Tacere quando la loro stessa esistenza è un attacco contro l’ordine costituito. Falsificare quando ciò che non si può tacere deve essere opportunamente ricostruito. Rendere incomprensibile quando si è costretti a concedere alla rivolta qualche verità parziale affinché ne sfugga il senso complessivo. I media sottraggono a tutti i senza-potere ogni mezzo di espressione autonoma. L’unilateralità dell’informazione è il contrario della comunicazione fra individui.

Recuperano. Invitano a dialogare con le istituzioni, creano dei portavoce e dei leader, integrano tutte le idee e le pratiche sovversive una volta rese innocue, separandole dal loro contesto, facendole consumare senza viverle, soffocandole con la noia del già noto.

Reprimono. Collaborano con la polizia nel denunciare e nel calunniare, ne preparano il terreno con opportuni allarmismi, ne giustificano pubblicamente l’operato. A volte reprimono dando ragione - qualcuno la chiamava “repressione lodativa” -, cioè presentando per sovversivo ciò che non lo è, per lontano ciò che è dietro l’angolo, per finito ciò che è appena cominciato. Molto spesso dei massmedia si coglie solo l’opera di falsificazione e di repressione, cioè l’aspetto più apertamente calunniatore e criminalizzatore. Ma la rabbia contro la menzogna giornalistica ha il fiato corto, potendo essere scalzata, nei periodi meno conflittuali, da una serie di articoli sufficientemente corretti. Il problema non è l’onestà del singolo giornalista o la fedeltà degli articoli, bensì l’ azione sociale dei mass media. Nella macchina mediatica le qualità intellettuali e le norme deontologiche sono travolte dalla massa dell’informaziòne, dal “totalitarismo del frammento” che è il vero volto della notizia. L’intelligenza critica si costruisce attraverso l’associazione, l’analogia, la memoria. La notizia, al contrario, è il prodotto della separazione, del dettaglio, dell’eterno presente. La passività mediatica non è che un riflesso della passività lavorativa e mercantile. Come si sa, la vita che ci sfugge ci torna indietro sotto forma di

Immagine. Più si è informati, meno si conosce, cioè si vive.

Oggi nessuno può fare politica senza vendere la propria immagine. Chi non vuole rompere con la rappresentanza politica in tutte le sue forme non può rompere con la rappresentazione me- diatica. Potrà insultare i giornalisti per qualche settimana, nell’impossibilità di fare altrimenti, poi tornerà a dialogare.

Per mediare con il potere, i media sono necessari. Sono essi stessi, e i fatti recenti lo confermano, che spingono al dialogo per favorire così la repressione di chi non dialoga con i propri nemici.

Nella chiacchiera del consenso, la schedatura poliziesca comincia contro chi tace. Per questo tagliare corto con la stampa e la televisione, con le immagini e le etichette che ci cuciono addosso, significa tagliare corto con la politica.

La conclusione non può essere però quella dell’autismo del ghetto, bensì quella di una ribellione che si dà i propri strumenti di comunicazione autonoma.


 
 

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