È difficile sapere esattamente cosa è successo a Seattle durante l’incontro dell’Organizzazione mondiale del commercio (World Trade Organisation — Wto) i primi giorni di dicembre.

Su cosa abbiano concluso i rappresentanti dei 135 Paesi presenti non ci soffermeremo. Probabilmente le discussioni che contano sono state fatte in altri luoghi, diversi dalle grandi sale. Ci basta sapere che in queste occasioni, a questi incontri, questi uomini pianificano a livello mondiale lo sfruttamento dei paesi più deboli, dell’uomo, del pianeta terra.

Su altro vogliamo soffermarci. I giornali hanno parlato di 50.000 manifestanti, di rappresentanti di associazioni ambientaliste e non governative desiderosi di partecipare all’incontro per parlare con i delegati dei vari Stati. E poi ci hanno parlato di teppisti e di hooligan. Questi individui determinati a impedire lo svolgimento dell’incontro secondo la polizia, Clinton e i giornalisti erano una ristrettissima minoranza di provocatori e violenti. Dei numeri esatti poco ci importa ma crediamo, comunque, che alcuni dati — forniti dai giornali stessi — parlino da soli: diversi McDonald e negozi distrutti (Nike, Gap, Planet Holliwood…), banche costrette a chiudere, rappresentanti governativi barricati nelle proprie stanze d’albergo, coprifuoco notturno, un milione e mezzo di dollari di danni nel centro economico della città.

Per il dominio, i fuochi di Seattle sono stati una sorpresa. Evitato, per quanto possibile, lo scontro con la polizia, i manifestanti hanno preferito attuare una serie di azioni significative e sorprendenti: la rabbia per una volta non è stata cieca, ma è emersa come un momento collettivo di critica pratica all’Economia, in cui sono state messe in gioco le capacità reali degli sfruttati, che non sanno cosa farsene del consumo critico. È la rabbia che brucia spazio al Capitale, è la critica al consumo ciò che conta realmente per buttare all’aria tutto.

«Le manifestazioni hanno comunque avuto un impatto sul corso dei lavori: Clinton auspica un’apertura più democratica dei processi decisionali del Wto (“In una società democratica, i cittadini vogliono essere ascoltati”)».

"Ketchup" n.11, dicembre 1999, periodico/contenitore informativo autonomo (sic!)

Ecco allora la difficoltà del dominio nella sua preoccupazione di ottenere o perlomeno millantare la pacificazione sociale.

Ecco allora l’inutilità delle esultazioni dei Verdi, del WWF, dei Beppe Caccia e compagnia. È inutile esultare per le sconfitte parziali del Capitale solo nella misura in cui queste sconfitte legittimano il proprio ruolo di contestatori parziali. Sconfitte che il capitale, come a Seattle, subisce sul terreno dello scontro sociale, terreno su cui questi personaggi non mettono piede, se non per riportare lo scontro stesso nei recinti della politica.

Il riformismo è quella “tendenza a modificare l’ordinamento politico-sociale attraverso graduali riforme”, si tratta comunque di una “politica sostanzialmente conservatrice, che si limita a marginali riforme in un sistema sociale, senza modificarne le strutture”. Anche volendo accettare una pratica di questo tipo, nelle attuali democrazie questo discorso fa acqua da tutte le parti.

Se si passa da uno scontro ad un confronto con il Capitale quest’ultimo darà lui stesso le possibili risposte ai problemi che l’Economia stessa pone. Agli aspiranti contestatori non resterà che scegliere una tra le possibili risposte. Diventa quindi un puro esercizio retorico criticare il Wto senza criticare il capitale e l’economia. O peggio: criticare il Wto e pretendere di far parte della discussione vuol dire che le proprie parole vogliono avere un peso per chi il Wto l’ha creato e lo manda avanti. Nello scontro con il Capitale le parole di chi è contro devono invece avere peso per gli altri sfruttati affinché si agisca per eliminare le cause della propria condizione di subordinati. Chi dialoga con il potere, chi ci va a pranzo o perfino a nozze sarà, nel migliore dei casi, l’autore degli assestamenti di cui il dominio ha bisogno. Nel peggiore, chi stringerà domani le catene.

In fin dei conti è un discorso vecchio come il mondo che gli sfruttati hanno dimostrato in più occasioni di aver compreso: non è possibile chiedere a chi sfrutta di non farlo più. Bisogna imporglielo. A Seattle i fuochi si sono spenti, ma ovunque ci sono braci su cui soffiare.

«Perché, imparai in seguito, se c’è qualcosa che da un senso alla vita, è senz’altro il fatto di non essere soggetto ad alcuna legge, di non avere mani e piedi legati. E non importa il tipo di fune o chi ha stretto il nodo. È la corda stessa il male. È con quella che prima o poi si finisce per legarsi da soli o per essere appesi a una forca».

Long John Silver, pirata


 
 

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