[Da "Canenero" - settimanale anarchico - numero 33, 4 ottobre 1996]

Salvo Vaccaro, Anarchia e progettualità. Per l'autogoverno extra-istituzionale

(Zero in condotta, Milano 1996, 80 pp.)

Ecco un libro la cui lettura è decisamente da consigliare. Non è una lettura facile poiché Vaccaro ama crogiolarsi nella propria cultura universitaria, ostentando un linguaggio buono per fare spalancare la bocca ai villani, come direbbe Malatesta. Ma il contenuto dei saggi qui raccolti, solo in parte già apparsi sulla stampa anarchica, merita indubbiamente uno sforzo in tal senso. Non capita tutti i giorni infatti di trovarsi di fronte a un piccolo compendio di come elaborare una strategia per eliminare il potere senza fare la rivoluzione.

E' questo un problema che tormenta i sonni di molti anarchici contemporanei, anzi si potrebbe dire che per loro questo rappresenta il problema. In quanto anarchici, costoro non possono affermare chiaro e tondo che l'autorità è un male inevitabile, e che quindi è meglio farla finita con i progetti volti alla sua liquidazione; né possono ammettere che le “oggettive” analisi con cui dichiarano superata l'ipotesi rivoluzionaria siano il frutto delle loro “soggettive” decisioni. Così vengono a trovarsi davanti ad un imbarazzante quesito: cosa poter dire per continuare a sentirsi anarchici, cioè nemici dell'autorità, senza però dichiararsi favorevoli a una rivoluzione?

Vaccaro si aggiunge alla lunga lista di quelli che hanno tentato di trovare una risposta a questa domanda. Senza invero troppa fantasia, ci invita alla “fondazione di un mondo diverso attraverso la sottrazione”, attraverso cioè un “esodo”, una “diserzione di massa” capace, a suo dire, di dissolvere il potere. Come a dire che se tutti i soldati disertassero non ci sarebbe più un esercito; se tutti i cittadini abbandonassero lo Stato non si sarebbe più potere. Ma, di grazia, di fronte a questa “diserzione di massa” lo Stato non prenderà i suoi bei rimedi, facendo fucilare i traditori? Vaccaro, sordo da questo orecchio come tutti i suoi compari, non risponde. E poi questi disertori dove potrebbero mai andare, dove li conduce il loro esodo dal deserto del potere? Qui Vaccaro ha la risposta pronta: in un “mondo nuovo” già in formazione e pronto ad accoglierli, un mondo costituito da piccole comuni, imprese no profit, scuole autogestite, centri sociali e simili. A questo punto l'obiezione è fin troppo evidente: non esistono due mondi, ma solo uno. Il mondo alternativo è inserito in quello istituzionale, ne deve rispettare i limiti ed osservarne le regole, se vuole sopravvivere. Vogliamo forse accontentarci di quel che lascia passare il convento? Sentite come risponde Vaccaro: “Beninteso, vivere singolarmente e collettivamente la differenza in atto, significa vivere contraddittoriamente e parzialmente le proprie aspirazioni, i propri desideri, entro limiti materiali e simbolici che confinano sovente il pensabile - altrimenti, l'agibile - ora. Più che di schizofrenia programmatica, come potrebbe essere intesa, parlerei di lucida tensione fra vincoli e utopia”. Potere delle parole! Senza tema di coprirsi di ridicolo, ecco Vaccaro ribattezzare il realismo del buon senso, quello che fa dire che chi si accontenta gode, nientemeno che “lucida tensione fra vincoli e utopia”.

Ma sarebbe ingiusto affermare che Vaccaro ha rinunciato ad una trasformazione sociale totale, nossignori. Semplicemente pensa non sia il caso di preoccuparsene. Meglio pensare all'autogoverno, poiché “anche se le condizioni al contorno non sembrano oggi favorevoli, la ginnastica mentale e la pratica minimale d'autogoverno torneranno utili quel momento in cui, per mille eventi in parte non prevedibili né determinabili dall'agire umano, sarà la stessa costellazione dei fatti ad urgere una soluzione ai problemi”. Insomma, le cose cambieranno, ma da sole. Perché mai crearsi troppe complicazioni? In attesa del sol dell'avvenire, che come nelle migliori favole deterministe spunterà un bel giorno da dietro la collina, è meglio andare tutti in palestra a fare la salutare ginnastica dell'autogoverno.

Su cosa consista la pratica dell'autogoverno, è meglio lasciar parlare lo stesso Vaccaro: “L'approccio strategico che ci stiamo dando è radicalmente graduale sia come sviluppo delle tematiche teorico-progettuali vere e proprie, sia come implementazione politica, dal punto di vista cioè della messa in moto dell'idea stessa nella sfera sociale. Iniziando da quest'ultimo punto, l'affermazione di un progetto, in pratica, necessita di alcune fasi intermedie, come l'allargamento della fascia di coinvolgimento attraverso idonee strutture ed iniziative; oppure la messa a fuoco dei rapporti, nolenti volenti, con le istituzioni, con una dose opportuna di elasticità nell'aggirare gli ostacoli, da un lato, e nel vivere, dall'altro, con sufficiente distacco quegli spazi di forzato connubio insiti nel fatto stesso del progetto in cantiere (oltre alla presenza radicata, capillare e diffusa dell'occhio dello stato in buona parte della sfera sociale); oppure, inoltre, l'aspetto della pubblicizzazione dell'iniziativa, che serve ad acquistare credibilità, credito e legittimità pubblica alla nostra idea, con alcuni passaggi di confronto-competizione con analoghi concorrenti di altre idee politiche, per fare un esempio abbastanza lampante, naturalmente senza esaurire gli sforzi in dibattiti”.

No, non è uno scherzo, avete letto proprio bene. Vaccaro teorizza apertamente di coltivare rapporti con le istituzioni, cosa ovvia per un democratico, un po' meno per un anarchico. Non che la cosa gli piaccia poi molto, ma “nolenti volenti” è così che vanno le cose. Basta farlo in maniera elastica e distaccata. Poi, per pubblicizzare la propria merce politica, auspica dibattiti, che definisce “competizioni”, con “concorrenti di altre idee politiche”. Se la forma non è slegata dal contenuto, se l'uso delle parole è indicativo delle idee che vengono espresse, allora Vaccaro è pronto a prendere la tessera di un partito, uno qualsiasi a sua scelta. Nel bel mondo della politica istituzionale troverà tanti di quei concorrenti politici con cui competere da soddisfare tutte le sue voglie.

 
 

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