[Da "Canenero" - settimanale anarchico, n. 22, novembre 1996]

Osvaldo Bayer, Gli anarchici espropriatori e altri saggi sulla storia dell'anarchismo in Argentina
(Edizioni Archivio Famiglia Berneri, Cecina 1996, 128 pp.)

Che compito arduo quello degli storici dell'anarchismo. Il più delle volte sono tristi personaggi che, scontenti del loro presente di addomesticatori universitari, si tuffano nel passato in cerca di quelle emozioni forti che la storia del movimento anarchico è certamente in grado di regalare. E allora studiano, ricercano, indagano sulle antiche rivolte, sfiorano con le dita documenti che ancora oggi urlano la loro rabbia, il loro odio per il potere e il loro amore per la libertà. Ma come fa un topo di biblioteca a parlare di tutto ciò? Come può un morto, poiché ha il cuore rinsecchito e i desideri spenti, occuparsi di ciò che è vivo? Non lo può fare, è semplice. A suo modo, questo libro di Bayer ne è una perfetta dimostrazione.

Per metà il libro contiene un saggio sugli anarchici espropriatori che agirono in Argentina dal 1919 al 1936 e che ebbero - è lo stesso autore a riconoscerlo - «una grandissima importanza nel nostro paese». L'argomento è affascinante, ma presenta un problema che Bayer sintetizza magistralmente nelle prime battute del suo testo, scritto nella metà degli anni settanta, e sul quale torna più volte: «Ricordare e documentare non significa certo condividere. Illustrare obiettivamente la realtà sociale di solo tre o quattro decenni fa è difficile e, oltretutto, rischioso. Proprio perché a volte si confonde obiettività con adesione». Come a dire, non è che occupandosi di certe tematiche, che da sempre eccitano la fantasia di molti, qualcuno può fare confusione? Si sa, purtroppo non mancano i giovani compagni incapaci di digerire le loro letture, così come non mancano inquirenti che non riescono a distinguere fra la bizzarra passione di uno studioso e l'interesse di un sovversivo per chi lo ha preceduto. Ma Bayer non è il solo ad essere terrorizzato dalla possibilità che la sua materia di studio possa uscire dai libri per sparargli addosso. Anche i curatori di questa edizione italiana devono esserlo, se è vero che hanno scelto come foto di copertina quella che raffigura Severino Di Giovanni, il più noto anarchico espropriatore vissuto in Argentina, con le mani legate dietro la schiena e circondato da guardie, pochi attimi prima della sua fucilazione. Come a dire, eccoli là gli anarchici espropriatori, guardate la fine che fanno.

Bayer quindi non condivide le azioni di quegli anarchici lontani, per le cui idee riesce a coniare l'aberrante definizione di "anarchismo criminale", vuole esserne soltanto il freddo e distaccato narratore. Ma, a dire la verità, tutto il suo distacco non riesce a raffreddare ciò che prende in considerazione. A distanza di anni, e malgrado la cautela dell'autore nel riportare i fatti, la rivolta di Wladimirovich, Di Giovanni, Durruti, Roscigna, Uriondo, i fratelli Moretti, Morán, Gavilán e molti altri ancora - una rivolta che non si limitava agli espropri - continua a bruciare, a scaldare il cuore di chi non si è rassegnato all'idea che la libertà si possa trovare solo in un lontano passato che non tornerà. Chi non vuole rimanere scottato basta che se ne tenga alla larga; non occorre indossare l'uniforme del pompiere.

Quanto agli altri saggi presenti in questo libro, a parte quello sui ribelli di Jacinto Arauz, non hanno granché destato il mio interesse. Anzi, uno sì: quello sullo scandalo di Palomar. Ad essere interessante non è tanto il saggio in sé, ma caso mai la scelta di includerlo in un libro che porta un simile titolo. Mi domando infatti cosa c'entri uno scandalo che vide coinvolto il regime argentino con la storia dell'anarchismo. E non riesco a trovare risposta. La mia mente va diritta diritta all'ultima frase di questo saggio - che è anche l'ultima del libro -, che fa da contraltare agghiacciante con le iniziali prese di distanza dagli anarchici espropriatori: «vada il nostro plauso a quel Parlamento del 1940 e a quei deputati che seppero scoprire la verità. Dal che rimane ben chiaro che vi sono sempre uomini degni, anche nelle epoche più oscure». Eccola qui la morale di Bayer: agli anarchici espropriatori, il nostro interesse da eruditi del Nulla. Ai parlamentari, «uomini degni», il nostro plauso. Ma forse la mia è solo maligna faziosità.

 
 

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