[Nota: L'Ex-Zuffo è uno stabile dismesso occupato dai disobbedienti a Trento nel giugno 2002]

Una politica "disobbediente" o disobbedienza alla Politica?

Note su Ex-Zuffo e dintorni


Le note che seguono sono di natura sia locale che generale. Partiamo da casi specifici per illuminare questioni di idee e di metodi più ampie, così come, con riflessioni più generali, vogliamo chiarire il senso della nostra pratica nel contesto dei conflitti sociali presenti e a venire. Ai capetti o aspiranti tali non abbiamo nulla da dire. Ci rivolgiamo soltanto agli sfruttati come noi e ai compagni desiderosi di cambiare veramente la propria vita cambiando questo mondo di merda.

Spesso facciamo riferimento, nel testo che segue, a interviste e dichiarazioni riportate dai giornali. Chiariamo subito una cosa, per prevenire l'obiezione di chi ci dice che non dobbiamo prestar fede a quanto affermano i giornalisti - proprio noi, poi, ci si fa notare, che per i giornalisti non abbiamo alcun rispetto. Falso argomento. Se qualcuno accetta la logica dei portavoce e dei rapporti coi mass media, è responsabile di ciò che questi riportano. In caso contrario, di fronte a distorsioni gravi, deve smentire in modo altrettanto pubblico (volantini, manifesti, eccetera). Altrimenti, assume le sue scelte. Troppo comodo giocare ai capetti (ai giorni nostri sono proprio i mass media che creano il "leader", spesso nel giro di qualche settimana) e poi nascondersi. Che tutto questo venga riprodotto da ragazzi di vent'anni, già aspiranti dirigenti, non sposta il problema. Aumenta solo la nostra tristezza.

Rompere con i mass media non significa solo considerare i giornalisti per quello che sono: servi del potere, ma anche togliere il terreno da sotto i piedi a tutti i polticanti in erba (chi deve vendere la propria immagine politica, infatti, non può tagliare con i media).


Cospirare tra di noi o collaborare con loro

Siamo ovviamente d'accordo - nelle idee come nei fatti - con la pratica dell'occupazione e dell'azione diretta. Ma per noi autogestione significa ben altro. I consiglieri comunali scelti come portavoce, le conferenze stampa, i continui incontri con il questore e il sindaco, tutto ciò cos'ha a che fare con l'autogestione?

Se, come hanno scritto gli occupanti, le forze dell'ordine sono " le truppe dei servi dei servi", perché negoziare con loro? Se quello che gli occupanti vogliono è uno "spazio dove gli sfruttati possano cospirare contro gli sfruttatori", perché i giornalisti e le televisioni, perché i dirigenti sindacali? Non è abbastanza chiaro che i giornalisti filtrano, mentono e mistificano? Non è abbastanza chiaro che i sindacati sono organi di integrazione capitalista, strutture burocratiche legate allo Stato? Se la volontà è quella di "non chiedere permesso a nessuna autorità", perché gli incontri con il sindaco? Perché andare a trattare con lui il pomeriggio stesso dello sgombero, soffocando persino il più elementare dei sentimenti - la rabbia - con la logica della negoziazione?

Appare chiaro che due prospettive si scontrano: da una parte quella di chi utilizza i centri sociale come teatrino politico,. come terreno elettorale per la sinistra "antagonista", sull'esempio dei vari Leoncavallo, Pedro, Rivolta, eccetera; la prospettiva di chi accoglie i giornalisti "perché non ha niente da. nascondere", lasciando intendere che chi non vuole dialogare con i mass media invece... (i buoni e i cattivi, insomma, per la grande felicità del potere e della polizia). E la prospettiva, dall'altra parte, di chi vuole "cospirare" davvero contro gli sfruttatori. È quest'ultima che si deve radicalizzare e trovare la propria autonomia, oppure scomparire nei giochi della politica. Solo nell'autonomia e nell'azione diretta ci troverà come complici.

La libertà non sopporta né diritti né doveri. Una "disobbedienza" che porta sulle poltrone istituzionali è un modo subdolo per far accettare la legge, lo Stato, la proprietà. Una disobbedienza legalizzata non è una disobbedienza. Occupare illegalmente è un reato per i codici dello Stato e della proprietà, e deve rimanere tale. Sennò, è solo una concessione statale di spazi, a cui le forze della sinistra danno appoggio per avere in cambio piena collaborazione. I regali istituzionali sono sempre avvelenati. Gli sgomberi o meno delle occupazioni dipendono unicamente da un rapporto di forza. Tutto il resto è una truffa.


Meglio un uovo oggi

Una manifestazione della lega Nord perché non ci siano centri sociali in Trentino e perché venga rispettata la proprietà privata è un attacco a tutti gli spazi di libertà presenti e futuri. Chi pretende un'azione di forza della polizia contro le occupazioni è un nemico di tutti e come tale va trattato. È probabilmente quello che hanno pensato gli anonimi compagni che, venerdì 28 giugno [2002], hanno lanciato uova ed escrementi contro i leghisti radunatisi sotto la propria sede prima di andare a protestare davanti alla questura. Come appare dai giornali, queste merde razziste avevano un unico striscione su cui c'era scritto: "sgomberateli!" Una piccola azione, dunque, quella dei compagni, più che condivisibile, e chiara. Macché. Per i portavoce dell'Ex-Zuffo si tratta di "un'aggressione" da cui dissociarsi, di un gesto da "utili idioti" in quanto controproducente rispetto alle trattative in corso con il sindaco. Superando se stesso, Donatello Baldo dichiara ai giornalisti che la polizia può testimoniare che non sono stati loro! (cfr. L’Adige e il Trentino del 29 giugno). Da tempo attaccato in quanto pacificatore e buon amico degli sbirri, il nostro consigliere comunale conferma apertamente, di fronte a una piccola azione diretta, di esserlo. Cosa farebbero simili figuri di fronte a pratiche di rivolta più o meno generalizzate? Ve lo lasciamo immaginare.

Sappiamo che, all'interno dell'occupazione, molti non erano d'accordo con queste odiose prese di posizione a nome di tutti. Non ce ne sono state comunque altre. Quindi? Quindi l'assemblea dell'Ex-Zuffo non era affatto sovrana; quindi chi non era d'accordo con simili dichiarazioni non ha preso alcuna posizione - la quale doveva essere altrettanto pubblica - finendo così con l'accettare le decisioni dei capetti e rendendosene responsabile. Ecco dove porta la logica dei portavoce e dei rapporti con i mass media. .. Per quanto ci riguarda, meglio un uovo oggi che un politicante domani.


Una serata istruttiva

E veniamo alla serata di venerdì 12 luglio, a sociologia. le cose più chiare sull'impossibilità di conciliare una pratica realmente autogestionaria con la mediazione istituzionale non le abbiamo dette noi, bensì Caccia, Galati e i due "neo-portavoce" del Rivolta. Sotto un'interminabile cortina fumogena di slogan copiati da Toni Negri (disobbedienza all'Impero, dialettica fra potere costituente e potere costituito, eccetera), l'assessore alle politiche sociali Giuseppe Caccia - detto,"dal basso", Beppe - è stato fin troppo esplicito. Ha affermato testualmente: "Per chi governa una città uno spazio autogestito non deve essere un problema" (citando il dialogo che loro, come amministrazione di Venezia, hanno saputo aprire con gli spazi 'disobbedienti'). "Per la mia generazione [quella nata nel riflusso delle lotte degli anni Settanta] l'ambito istituzionale è sempre stato qualcosa di respingente; poi abbiamo capito l'importanza di fare incursioni anche nelle istituzioni". E per finire :"È il ribelle che determina la democrazia". A tutto questo il secondo assessore presente, Galati, ha aggiunto un'ulteriore perla di chiarezza, dicendo che l'azione diretta va bene ma che ci vuole anche l'altro polo della politica, cioè la democrazia rappresentativa, per non lasciare l'ambito istituzionale in mano agli agenti della globalizzazione". Applausi.

Il nostro compagno (che gli organizzatori e poi i giornalisti hanno definito "provocatore", nell'evidente intento stalinista di farlo passare per uno "di destra") ha fatto notare alcune cose banalissime, partendo dalla rottura avvenuta ormai quasi dieci anni fa, proprio sulla questione della legalizzazione degli spazi occupati, tra il movimento antagonista (anarchico, libertario, autonomo) e quelli che sono diventati in seguito i centri sociali del Nord-est, le tute bianche, eccetera. Ecco il ragionamento: se qualcuno vuole occupare uno spazio e fare di tutto per non essere un problema per le istituzioni, allora i qui presenti assessori saranno i suoi alleati; per chi invece pensa che una pratica reale di autogestione non può che entrare in conflitto aperto col potere (municipale quanto statale), questi figuri si riveleranno per quello che sono: servi del capitalismo, collaboratori delle istituzioni, insomma dei nemici. In questo senso è stato fatto l'esempio di Genova: per ammissione reciproca (dei questore quanto di Casarini), le tute bianche si erano accordate con la polizia sulle modalità della "contestazione" del G8: il tutto doveva risolversi in una violazione simbolica e ben delimitata della "zona rossa". Come si sa, questi accordi sono stati scavalcati da migliaia di compagni e di giovani proletari per cui la rivolta è stata tutt'altro che simbolica. Le forze dell'ordine, ovviamente, degli accordi se ne sono infischiate, massacrando indiscriminatamente. I dirigenti del social forum, con i loro proclami zapatistoidi, promettendo mediaticamente battaglia e fidandosi della polizia, hanno portato migliaia di manifestanti allo sbaraglio. A quel punto non hanno saputo far altro che accusare gli sbirri di connivenza con i "provocatori del Black bloc" ("le forze dell'ordine non hanno rispettato gli accordi!"). Agnoletto e Casarini hanno affermato in continuazione di aver aiutato invano la polizia ad isolare i "violenti". Lo stesso dichiareranno i dirigenti del Rovereto social forum (cfr. il volantino Un altro mondo è possibile, da noi attaccato con il testo Un’altra polizia e possibile, agosto 2001). Un semplice accenno a questi dati di fatto incontestabili, e subito Caccia e soci hanno smesso la loro neomaschera da "non-violenti" e hanno mostrato le loro antiche abitudini: sedie in mano, minacce, eccetera. Non c'è problema: da tempo il solo rapporto che vogliamo avere con questi collaboratori dello Stato è l'ostilità aperta. Siamo venuti a dire quello che avevamo da dire agli altri, non certo a questi pompieri di ogni rivolta. Non siamo retrocessi di fronte ai loro patetici tentatitivi di spaventarci (nessuno gli avrebbe impedito, se avessero voluto, di venire alle mani...). Abbiamo attaccato loro e parlato agli altri, sei contro cinquanta, finché è stato possibile, poi ce ne siamo andati fra le urla deliranti di chi sbraitava "Carlo è stato ucciso!". Ci siamo limitati a far notare che per noi Carlo era un compagno, il quale ha fatto quello che tanti altri anonimi compagni hanno fatto. Per gli schifosi avvoltoi delle tute bianche, un ragazzo in passamontagna vivo è un "provocatore" manipolato dagli sbirri, morto diventa un eroe. Giù le mani da Carlo, assessori e consiglieri di merda, esponenti dello stesso potere che lo ha assassinato!

"Lo conoscevamo poco [Carlo Giuliani], qualche volta lo incontravamo al bar Asinelli. Era un punkabbestia, uno di quelli che non hanno lavoro ma portano tanti orecchini, uno che vuole entrare senza pagare, uno che la gente perbene chiama parassita. Gli faceva schifo il mondo e non aveva niente a che fare con noi dei centri sociali, diceva che eravamo troppo disciplinati".

Matteo Jade, leader delle tute bianche genovesi, diretta radiofonica, 20 luglio 2001

Ancora sulle scale, abbiamo spiegato, a chi ce lo chiedeva, perché Casarini e soci sono dei nemici con un ultimo esempio: Casarini è stato consulente per le politiche giovanili del ministro Livia Turco, a cui si deve, con la legge firmata assieme a Napolitano, l'introduzione in Italia dei "centri di permanenza temporanea" in cui vengono rinchiusi gli immigrati clandestini. Ora, per i "disobbedienti" questi centri sono dei lager (giusto) contro cui manifestare. Che dare di chi definisce nazisti gli strumenti repressivi di uno Stato e poi da quello stesso Stato si fa pagare come consulente? Questo esempio, davvero orwelliano, dimostra come gli aspiranti dirigenti vogliano guadagnare su tutti i fronti: collaborando con il potere e facendo poi finta di contestarlo.

Una "portavoce" dell'Ex-Zuffo ci ha accusati di non essere costruttivi! Ma pensa te. Diamo ai loro ospiti degli infami, gli organizzatori ci impediscono fisicamente di parlare agli altri presenti, e poi ci dicono che non siamo costruttivi. Complimenti. Hanno aspettato un anno per lamentarsi, spalleggiati da quelli del Rivolta, del nostro volantino "Un'altra polizia è possibile", che varie volte gli abbiamo distribuito sotto il naso. Che coraggio.

"Durante lo svolgimento della manifestazione di Genova abbiamo messo in atto all'interno del corteo comportamenti finalizzati a isolare le componenti violente e invitato ripetutamente le forze dell’ordine a svolgere nei loro confronti un’azione di isolamento atto a garantire la sicurezza dei cittadini e dei manifestanti pacifici". "A Genova siamo stati testimoni delle gravissime violenze realizzate attraverso l’uso di bande di provocatori e di forze dell’ordine non predisposte ad affrontare i comportamenti in atto".

da Un altro mondo possibile, volantino del Rovereto social forum


Gli slogan al posto delle idee

Molte persone che applaudivano Caccia e gli altri erano presenti alla serata da noi organizzata, nella stessa sala di sociologia, con l'anarchico americano John Zerzan circa un mese prima. Anche in quell'occasione applaudivano, ma discorsi esattamente opposti. Come si può essere contemporaneamente a favore della distruzione dell'economia e di una ridicola tassazione delle transazione finanziarie (Tobin Tax); dell'abbattimento dello Stato e della collaborazione coi partiti, insomma dell'azione diretta e dell'azione delegata? Le stesse cose che avevamo detto durante il dibattito con Zerzan ci hanno fatto diventare "provocatori" qualche settimana dopo. Ma lasciamo pure perdere la nostra presenza, in fondo ben poco importante in questo senso. La questione è: come mai nessuno si è sentito "provocato" dal comizio elettorale - perché questo in realtà era - di Caccia?

Secondo noi per diversi motivi. Vediamone alcuni. Alle varie tute bianche non interessa che ci siano idee, ma solo costruirsi consenso ("creare conflitto allargando il consenso" non è forse uno dei loro slogan preferiti?). Come affermava Roberto Bui, un "disobbediente" bolognese, quello che conta non sono le teorie né i metodi di lotta, bensì le "parole d'ordine perentorie". Fumo negli occhi. Quando uno è assessore può lanciare tutte le parole d'ordine "disobbedienti" che vuole, ma resta un assessore. Costoro vogliono clienti dei loro centri sociali (dove "l'autoproduzione di reddito" significa pagare chi sta alla cassa, al bar, chi attacca i manifesti, eccetera) o utenti delle loro messe in scena politiche. L’importante è che nessuno possa agire autonomamente.

"[...] 6. Seguire le indicazione delle tute bianche. 7. Qualunque iniziativa va concordata con le tute bianche. 8. Non ci deve essere né lancio di alcunché né altro che non sia concordato con gli organizzatori. [...] 11. Durante il corteo nessuna iniziativa personale o di gruppo deve essere messa in atto. 12. Si prega di segnalare alle tute bianche qualunque cosa succeda."

dal volantino Disobbedienza civile istruzioni per l’uso, distribuito prima del corteo anti-Tebio, a Genova nel maggio 2000

Noi cerchiamo complici nelle idee e nelle pratiche, non banderuole che seguono il trombone di turno. Come due secoli di lotte rivoluzionarie hanno dimostrato, la cosa più importante è la coerenza tra i mezzi e i fini: il potere non si distrugge riproducendolo nelle proprie pratiche (partiti, portavoce, rapporti coi mass media, eccetera). L’azione diretta e l'autogestione - due concetti anarchici che i politicanti cercano di recuperare - esprimono proprio questa ricerca di coerenza. Nessuno la troverà al posto nostro. Ogni lotta collettiva, o è l'incontro appassionato di individui autonomi, o è il terreno per tutte le manipolazioni.

A volte ritornano

Se i giornali locali hanno dato così ampio risalto all'occupazione dell'Ex-zuffo, se i responsabili sindacali sono stati così solerti nel discutere con gli occupanti, se una parte della sinistra ha espresso la sua solidarietà, non è un caso. La politica "disobbediente" rappresenta un ottimo terreno di sperimentazione per la democrazia a venire. Vediamo a grandi linee perché.

Di fronte alla crisi della politica militante vecchio stile, la galassia "disobbediente" (in particolare ex tute bianche e Rifondazione comunista) costituisce, con i suoi slogan tosi adatti alle classi medie, una forza di mobilitazione. I partiti e i sindacati sono spesso a rimorchio delle sue iniziative. È grazie alle sue manifestazioni, ad esempio, che la CGIL ha ritrovato una "verginità antagonista". Presi a bullonate dagli operai durante l'ultimo grosso sciopero generale autorganizzato, i dirigenti sindacali ritornano a far finta di combattere i padroni. Lo stesso vale per gli stalinisti dell'ex-Pc, di cui i proletari rivoltosi degli anni Settanta ricordano l'opera costante di delazione. Bertinotti ha dichiarato di voler Casarini nel suo gruppo dirigente. Questione di tempo.

La pratica "disobbediente" delle azioni spettacolari e dei rapporti con i mass media permette quello che le vecchie segreterie di partito non hanno mai permesso: diventare leader in qualche settimana.

Grazie ai capi "disobbedienti" lo Stato ha dato il suo ultimatum: o si dialoga con le istituzioni (di fatto è questo che passa per "nonviolenza"), oppure si è terroristi da reprimere. Si leggano, in tal senso, i vari accordi internazionali firmati dopo l'11 settembre.

Grazie al "movimento dei movimenti" si ripropone la logica della socialdemocrazia classica: conquista progressiva di spazi istituzionali, mediazione dei conflitti sociali, repressione di chi vuole rompere con il potere. È quella che Toni Negri - di cui i Casarini sono un modestissimo clone - chiama "dialettica fra movimenti e istituzioni".

Se a questo si aggiungono le proposte internazionali dei "disobbedienti" (si legga, ad esempio, Europa politica. Ragioni di una necessità, pubblicato quest'anno dalla Manifestolibri e curato, tra gli altri, da Negri) ci si renderà conto di come tutto ciò sia funzionale allo scontro mercantile e politico fra Europa e Stati uniti. L’Europa sarebbe, per l'immondo Negri, un "contropotere rispetto all'egemonia capitalistica dell'Impero", una "macchina da guerra per l'estensione dei nuovi diritti fondamentali ai soggetti dell'Impero". Difendere l'Europa monetariamente e militarmente unita come luogo per una nuova politica democratica dal basso ... questo è troppo anche per la dialettica marxista! Se è questo il mondo "altro", non abbiamo alcun dubbio che sia possibile.

È abbastanza? Chiunque capirà che non abbiamo alcuna intenzione di confondere i dirigenti con tutti quei ragazzi che hanno partecipato all'occupazione dell'Ex-zuffo o ad altre iniziative "disobbedienti". Capirà, allo stesso tempo, perché verso la logica politica di questi burocrati presenti o futuri la nostra ostilità è assoluta.


Obbedire disobbedendo

Prima di concludere, sarà il caso di soffermarsi brevemente sul concetto di "disobbedienza civile". Come gli occupanti stessi ci ricordano, esso risale all'omonimo testo che Henry David Thoreau scrisse quand'era in carcere in seguito al suo rifiuto antimilitarista di pagare le tasse, durante la guerra degli Stati Uniti col Messico (1846-1848). Contrariamente a una diffusa opinione, Thoreau non era affatto un "pacifista integrale", come dimostra la conferenza che tenne nel 1859 in difesa di John Brown. Costui era stato arrestato perché liberava gli schiavi, non esitando, se necessario, a sparare sugli schiavisti. "Il suo credo individuale era che un uomo ha tutto il diritto di opporsi con la forza allo schiavista, al fine di liberare gli schiavi. Sono d'accordo con lui", disse Thoreau.

Il saggio Sul dovere morale della disobbedienza civile (questo il titolo integrale del testo) si inserisce in una tradizione che, a grandi linee, va da Socrate a Gandhi. La frase seguente ne riassume bene il senso: "Per parlare in termini pratici e da cittadino, non chiedo, a differenza di quelli che si definiscono anarchici, che si abolisca immediatamente il governo, ma chiedo immediatamente un governo migliore". Si può dire che questo tipo di disobbedienza è una violazione di leggi considerate ingiuste che mantiene come necessaria la legge in quanto tale, e quindi accetta la punizione per la sua trasgressione. L’esempio estremo, in tal senso, è quello di Socrate, il quale, pur considerando giuste ed addirittura esemplari le proprie azioni, accetta la condanna a morte inflittagli dal tribunale. In un celebre dialogo platonico, il Critone, Socrate spiega a un suo allievo (Critone, appunto),venuto a proporgli l'evasione, perché non vuole fuggire da carcere. Se evadesse - argomenta l'Ateniese, in un dialogo immaginario con le Leggi della città - porrebbe la coscienza individuale al di sopra della legge, negando quindi a quest'ultima ogni autorità. È questa la logica che porterà Gandhi ad accettare i regolamenti penitenziari inglesi e, addirittura, a schierarsi a favore dell'intervento britannico nella prima guerra mondiale. È la logica con cui Martin Luther King invitava i giovani neri in rivolta a farsi arrestare senza ribellarsi. Con questa stessa logica, l'EZLN combatte per un governo migliore in Messico con tanto di bandiera nazionale e con il famoso slogan "comandare obbedendo".

Secondo noi, non c'è soluzione: o coscienza individuale, o legge; o liberi accordi, o imposizioni. O si cerca di opporre la reciprocità alla gerarchia, l'autorganizzazione al potere istituzionale, oppure si inviteranno i politici e i cittadini ad autodenunciarsi alla magistratura per contestare la legalità di un sgombero (come hanno fatto i "disobbedienti" trentini), rivendicando il diritto ad occupare. Oppure si definirà "governo illegittimo" quello del G8, del WTO e così via (come dire: se ci fossero altri governanti, invece, si potrebbe obbedire...). Disobbedire oggi per non obbedire mai più. Così parla l'unico realismo che concepiamo: quello dell'impazienza.

Contro la politica, per la sovversione sociale.

Anarchici

Luglio 2002

 
 

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