pp. 56 - Esaurito


Se c’è una cosa che viene regolarmente subissata dalla riprovazione generale, è l’ozio, considerato una bestemmia in un mondo che ha fatto del lavoro la propria religione. E per lavoro non bisogna intendere solo la sofferenza cui siamo sottoposti per sbarcare il lunario, ma ogni sforzo ed ogni attività effettuati in nome dell’utile, del giusto, del vero, calcolati in vista di un tornaconto, di un riscontro, di un guadagno.

Accade così che a disprezzare l’ozio siano non solo i sostenitori di un sistema produttivo "alla giapponese", per ovvi motivi, ma anche chi si oppone a tale sistema ed ai suoi valori di efficienza, velocità, produttività. Infatti la critica al lavoro sfocia difficilmente nell’apologia dell’ozio, che viene considerato ancora secondo la vecchia ottica cristiana come «padre di tutti i vizi». Del resto per avere un’idea della pessima fama di cui gode l’ozio, basterebbe dare un’occhiata ad un vocabolario e leggerne la definizione: «abituale e viziosa inerzia, per lo più dovuta a neghittosità, infingardaggine, scarso senso del dovere», ma anche «vita lussuosa e spensierata consentita dall’agiatezza economica». Queste definizioni hanno se non altro il merito di spiegare come l’ozio possa essere l’oggetto di una comune esecrazione: è disprezzato dagli sfruttatori perché danneggia il ritmo produttivo del capitale, e dagli stalinisti perché a loro modo di vedere simboleggia i privilegi degli stessi capitalisti. Insomma, il senso comune insegna che una persona oziosa è abulica, senza interessi, indolente, priva di energia: incapace di lavorare quanto di fare la rivoluzione.

Ma il vocabolario trova nella sua infallibilità descrittiva il proprio limite. Tanto per fare un esempio, alla voce «polizia» non indicherà anche la sua funzione repressiva, fatta di pestaggi, di morti ammazzati, di torture e di soprusi quotidiani. Così come non è in grado di spiegarci perché un individuo scegliendo di oziare sia affetto da «inerzia» o abbia uno «scarso senso del dovere». Ma noi sì. Noi sappiamo fin troppo bene perché non si ama lavorare o non si ha senso del dovere: perché non si vuole buttare via la propria esistenza per qualcun altro o qualcos’altro, ma viverla solo per se stessi, per il proprio godimento.

L’ozio è odiato in misura della sua gratuità, del rifiuto che implica di lavorare per chicchessia, per il suo stretto legame con il piacere e la voluttà. Fare nulla, produrre nulla, ecco qual’è la colpa maggiore di chi ozia per chi preferisce stare ad ascoltare la voce del padrone o della causa, anziché la propria. Il disprezzo nei confronti dell’ozio va quindi di pari passo con la rivendicazione del diritto al lavoro, questa terrificante forma di miseria umana tanto diffusa in tutta Italia, in base alla quale gli schiavi si incatenano e si seppelliscono da soli, solo per poter continuare ad essere incatenati e seppelliti dai loro padroni. Non esiste spettacolo più triste ed umiliante di uno schiavo che rivendica il diritto alla propria schiavitù e a quella altrui.

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Questo testo, "L’Apologia dell’Ozio", risente molto dell’influenza che il Tao, con la sua filosofia del «non-fare» (we-wei), esercitò sul suo autore Clément Pansaers, dadaista dei più radicali e sconosciuto ai più, e ha il pregio di sottolineare fortemente la sostanziale complicità che unisce l’ozio all’eros.

Non è forse vero che il letto è il luogo ozioso per eccellenza? E non è forse vero che la critica al lavoro e ai luoghi fisici in cui viene esercitato (uffici e fabbriche), se può essere talora tollerata in sede politica, non verrebbe accettata se lanciata da una alcova? Eppure il letto è uno dei pochi posti al mondo dove la legge del capitale viene messa a dura prova, tant’è che si cerca disperatamente di farne una semplice stazione di riposo. Un tentativo inutile. Malgrado tutte le ridicole pretese delle formichine del produttivismo, a letto non ci si limita a ricaricare le pile per affrontare una nuova giornata di lavoro: a letto si sogna, ci si accarezza, si gode fino al punto di diventare sordi agli ordini, insensibili alla paura, avidi di infinite voluttà.

È vero, l’ozio rappresenta la vita «lussuosa e spensierata», una vita ricca di piacere e divertimenti. Solo che, a dispetto di tutti i vocabolari di questo mondo, questa vita non sarà resa possibile dall’agiatezza economica, uno squallido privilegio per pochi pescecani, ma al contrario sarà data dalla distruzione stessa dell’economia, dalla soppressione dei concetti del dare e dell’avere, del lavoro e del riposo, dell’utile e dell’inutile. Così, se c’è una cosa per cui valga la pena di alzarsi dal letto, è per fare una rivoluzione che ci permetta di vivere oziando, di gustare gioie sempre più intense.

L’apologia dell’ozio è dunque un primo passo verso la liquidazione di chi vorrebbe imporre la brutalità del lavoro, sia nella sua attuale forma capitalistica, sia nella sua versione socialista del "lavoro giusto" che vorrebbe farci lavorare tutti ma meno — aspirazione tipica di chi avendo bandito il piacere dalla propria vita, è intenzionato a proibirlo anche agli altri.

 
 

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