Sono sempre esistite due anime all’interno del movimento antiautoritario.

Una è quella — oggi palesemente maggioritaria — che tende a creare una sorta di comunità all’interno della quale i rapporti umani siano più vivibili, non gerarchici, che si caratterizza con una pressoché totale indifferenza nei confronti del potere; comportandosi come se lo Stato non costituisca per la nostra vita e per i nostri desideri, anche i più minuti, un problema da superare, un ostacolo da abbattere. Ove lo Stato pone dei limiti precisi alla nostra attività — cioè ovunque — questi limiti vengono semplicemente registrati e "digeriti"; come se la presenza dello Stato sia qualcosa di ineluttabile e di insopprimibile.

L’altra si fonda sulla convinzione che non ci possa essere una decisiva trasformazione sociale senza rivoluzione e che non ci sia rivoluzione senza distruzione dello Stato. Questo testo — a cui abbiamo provocatoriamente dato il pretenzioso titolo La distruzione dello Stato — ripropone per l’appunto la questione della demolizione dell’autorità, riaccendendo la questione dell’attacco — da non intendersi come un invito alla violenza fine a se stessa, ma alla guerra sociale generalizzata e spregiudicata.

Questo preambolo non serve per distinguere i buoni dai cattivi, i puri dagli impuri, ma per evidenziare le differenze e prenderne atto, senza più farsi illusioni né fomentare opportunismi di sorta. La Grande Famiglia non esiste ed è inutile continuare ad alimentare affinità che non ci sono, legami che non hanno alcun significato ed amicizie artificiali. Non siamo tutti fratelli, che ognuno vada avanti per la propria strada, fino in fondo.

Per chi vuole, ancora e malgrado tutto, sconvolgere questo mondo, si tratta di riprendere le ostilità, in una lotta che coinvolga ogni aspetto della società e dell’esistenza, nessuno escluso. E deve essere chiaro che in questa lotta non è lo strumento a fare la differenza, ma l’utilizzo che se ne fa. In altre parole, non è nostro compagno chi usa il tritolo e nostro nemico chi usa la penna, o viceversa; ma è sicuramente nostro compagno chi — con i mezzi che ritiene più idonei e in relazione alle proprie particolari attitudini — attacca questa società, mentre è nostro nemico chi vi partecipa, chi la alimenta, chi basa la propria attività sull’atteggiamento conciliante, sull’accomodamento, in ultima analisi sulla rassegnazione.

Ad un esame superficiale sembrerebbe che oggi tutti siano diventati reazionari, negli atti e nel dichiarare il proprio pensiero; fino a qualche anno fa — prima della rimozione del desiderio di cambiamento — si aveva la sensazione di avere tanti amici a cui si era uniti con un cordone di apparente solidarietà che si è via via assottigliato fino a venire eliminato persino dalla memoria. Ma le cose non stanno proprio così. È l’impressionante capacità delle persone di adeguarsi per sopravvivere, di confondersi con gli altri per non soccombere, che può generare qualche falsa illusione e un po’ di confusione. Ecco perché ci sono in effetti alcuni individui — pochissimi, come è ovvio — che non hanno mai cessato di manifestare in diversi modi ostilità a tutto ciò che è causa della propria infelicità.

Se vogliamo abbattere questa società — e non limitarci a sopportarla nel modo migliore possibile — la nostra attività non può che essere dichiaratamente ostile, non può esentarsi dall’essere manifestamente aggressiva. Quando oggi le lotte assumono un carattere conflittuale, ad esempio per evitare lo sgombero di uno spazio occupato, non si può non notare la natura difensiva di tale lotta. Perché limitiamo la nostra ostilità, riducendola a spettacolo da consumare all’interno di una situazione predeterminata? Perché il primo maggio deve essere una giornata di lotta, e gli altri trecentosessantaquattro giorni dell’anno no? Perché durante i cortei diamo, a volte, sfoggio di aggressività, ma basta allontanarci di pochi metri e torniamo ad essere agnelli? Perché siamo pronti a distruggere macchine e televisori nelle performances, ma non a farlo fuori del palcoscenico?

Insomma, perché ci accontentiamo di difendere le briciole raccattate? Non è meglio dare l’assalto all’intero panificio?

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La distruzione dello Stato

pp. 40 - 1,50 Euro

 
 

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