L’avevamo quasi dimenticata, circondati come eravamo dal mondo delle garanzie. Eccola di nuovo che ci sorprende e ci fa sobbalzare, la paura del futuro. Vi ricordate come eravamo, solo venti, trenta anni fa? La scansione meccanica e continua delle presse, i giorni ritmati dalla sirena della fabbrica, la lenta costruzione di progetti di vita nei quali il sacrificio quotidiano del lavoro prometteva, perlomeno, una tranquillità a venire. Quanti di noi sono scappati dalle terre del Sud, in cerca di questa promessa? E quanti di noi, polentoni e montanari fino al midollo, hanno scoperto in quegli anni che era proprio con i nuovi arrivati, con i terroni, che si poteva lottare e strappare ai padroni una vita migliore? E quanti arncora, dal Nord o dal Sud, hanno voluto avere tutto e subito, hanno sognato un mondo libero dal ritmo delle presse, libero dai padroni e dai governi?

Ci avevano intrappolato nelle fabbriche, a quei tempi, e per farci stare più buoni si erano fatti strappare tante promesse: pensioni, statuti dei lavoratori, scale mobili e diritti sindacali... I potenti, ora, quelle fabbriche le hanno fatte scoppiare, le hanno sbriciolate, le hanno trasformate in una rete fitta di boite che coprono i nostri campi. E le promesse se le sono rimangiate, tutte. Ci hanno tolto la terra da sotto ai piedi, tra cassa integrazione, licenziamenti, contratti trimestrali e lavoro in affitto.

Anche il nostro vecchio modo di stare assieme, nei quartieri, nei paesi, sul lavoro, non esiste più: i padroni ce l'hanno tolto, rendendoci muti e sordi ai nostri simili. Viviamo circondati da marchingegni sempre più "intelligenti", studiati per renderci ogni giorno più stupidi e inutili, più dipendenti in ogni gesto da un apparato tecnologico che non potremo mai né comprendere né controllare.

Niente è più come prima, ogni rimpianto è vano. Siamo sempre più precari e soli, nudi nelle mani della tecnologia. Ecco perché abbiamo di nuovo paura del futuro.

Questa paura deve prima o poi trovare un nemico: i padroni, i governi e i loro tirapiedi dei giornali lo sanno bene e ci indicano quello più a portata di mano, gli immigrati. È facile odiare chi ha un diverso colore della pelle, chi arriva da terre insolite, chi parla un'altra lingua. È troppo facile prendersela con chi è ancora più precario e spossessato di noi, ancora più impaurito, con chi approda sulle nostre coste per fuggire i disastri apparecchiati dai padroni in giro per il mondo. La guerra etnica è sempre dietro l'angolo. Nuovi fascisti, per le strade di questa città, annusano l'aria e affilano i coltelli.

I nemici, quelli veri, hanno la nostra stessa pelle, calpestano la stessa nostra terra e parlano la nostra lingua: sono proprio loro, i gestori della paura, i padroni ed i governi. Che i poveri lottino a fianco dei poveri, allora, ed alla guerra etnica allestita dai potenti oppongano la guerra di classe.

STRANIERI OVUNQUE

 
 

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