Titolo: La morale anarchica, Petr Kropotkin
Note: ["Canenero" - settimanale anarchico, n. 15, 17 febbraio 1995]

(La fiaccola, Ragusa 1994)

Si tratta di un saggio che apparve a puntate su "La Révolte", il giornale anarchico parigino, nel 1890. L'ultima edizione italiana (la terza) fu pubblicata nel 1921 dalla Casa Editrice Sociale di Monanni. L'opuscolo può essere letto come introduzione all'Etica, l'opera fondamentale e rimasta incompiuta dell’anarchico russo.

Due sono le preoccupazioni fondamentali di Kropotkin. Da un lato quella di sottrarre la morale alle pastoie metafisiche per ricondurla ad un'immanente ricerca della felicità; dall'altro quella di contrastare le teorie di Darwin che mettevano al centro dell'evoluzione la lotta per l'esistenza.

Per il principe russo la base di ogni principio morale è la ricerca del piacere e non l'applicazione di un dovere trascendente (Dio o la legge). La lotta per l'esistenza ha un peso infinitamente trascurabile rispetto all'altro fattore dell'evoluzione: il mutuo appoggio all'interno della stessa specie. Partendo dalle proprie conoscenze del mondo animale, egli concilia i due aspetti – cioè la ricerca del piacere e il mutuo appoggio – definendo la morale come la tendenza a considerare bene ciò che è utile alla società nella quale si vive, tendenza che dovrebbe favorire, in assenza dello Stato, la libertà e l'uguaglianza.

Tralasciando le fin troppo note critiche al positivismo kropotkiniano, critiche che comunque sollevano problemi i quali vanno ben oltre le idee dell'anarchico russo, e tralasciando pure quel concetto di utilità sociale su cui ci sarebbe molto da dire, vorrei soffermarmi su un altro aspetto.

L'etica di cui parla Kropotkin non è un'etica del limite, bensì dell'eccesso. La concezione della libertà che cominciava ad affermarsi al tempo de La morale anarchica, e che oggi domina incontrastata, è quella utilitaria, cioè una concezione da caserma.

I rapporti tra gli individui in essa sono visti come un compromesso, sia pure in nome della personale felicità, tra i propri desideri e i propri bisogni. Un uomo che per ogni azione finisce col chiedere il conto, è un uomo rinsecchito che si apre al mondo con la vigoria di un bottegaio.

La concezione kropotkiniana della libertà e della solidarietà manifesta invece una visione della vita basata sulla pienezza. L'uomo di Kropotkin vive i propri rapporti come un universo di possibilità; la sua forza non è qualcosa da amministrare o preservare per il futuro, bensì un'esuberanza che vuole essere donata, senza calcoli e senza paura dei rischi.

La vita chiede di espandersi continuamente. Un'etica che ne favorisce e ne esalta la ricca e gioiosa manifestazione è vera, una morale che ne predica la gregaria conservazione è falsa. La stessa solidarietà non è che la dimensione relazionale dell'eccesso nell’amore di sé, il piacere di circondarsi di individualità uniche e libere. Ed è questo il Kropotkin che, nell'oblio del suo rigido determinismo, afferma: «L'uomo convinto non vuole che gli si prometta di dormire tranquillo in attesa che tutto cambi da sé».

Credo che il suo appello alla pienezza della rivolta contro tutto ciò che umilia e soffoca gli individui sia quanto di meglio il suo pensiero ci può suggerire.

 
 

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