Da qualche mese a questa parte - ci viene detto - siamo entrati in una nuova era, dove nulla sarà come prima. Ma questa consapevolezza non è qualcosa che la ragione si è dimostrata finora in grado di affrontare.

Il cambiamento, lo avvertiamo dalla nostra insicurezza, dalla nostra inadeguatezza. Siamo spaventati, ma non sappiamo bene da che cosa.

In nostro soccorso, se così si può dire, è venuta la nuova moneta europea. Il denaro, il nostro denaro, ciò di cui non sappiamo fare a meno, ciò per cui lavoriamo tutta la vita fino allo sfinimento, ciò che costituisce il fondamento della nostra civiltà, ha cambiato immagine. Forse di questo si tratta, forse questa sgradevole sensazione che si insinua nelle nostre faccende quotidiane, questa ansia, come di una vertigine davanti al baratro, è dovuta al terrore di perdere i nostri danari. Riusciremo a cambiarli tutti in tempo? Non rischiamo d'essere truffati? Le cose continueranno ad andare avanti come prima? Forse questa fitta al petto che proviamo non è male al cuore, è solo male al portafoglio. Passerà, faremo l'abitudine all'euro e allora potremo ancora svegliarci la mattina, andare a lavorare, pranzare con la famiglia, metterci davanti a uno schermo televisivo, trascorrere le serate con gli amici, prenderci una vacanza, fare un bel viaggio all'estero, magari in aereo...

In aereo? Ecco, di nuovo quella fitta. E questa volta non è il portafoglio. No, non è paura dell'euro. È proprio il cuore. È paura di perdere la vita. Tutto sembra sia cominciato lo scorso 11 settembre. Fino a quel giorno, potevamo godere in tutta tranquillità - chi più, chi meno - dei privilegi insiti nell'essere nati e vissuti nella parte giusta del pianeta, vale a dire in occidente, dove un tetto sulla testa e un pasto caldo non è negato "quasi" a nessuno. Sì, avevamo più volte sentito dire che il nostro benessere aveva come contropartita la miseria di miliardi di altre persone. Ma queste persone - peraltro tanto diverse da noi - erano altrove, a migliaia di chilometri di distanza e, come vuole il detto, lontano dagli occhi...

Quando qualcuno di loro, affrontando terribili traversie, osava spingersi fino a noi ed allungare le mani per elemosinare (o per rubare), non dovevamo fare altro che chiudere gli occhi (o chiamare la polizia). Poi tutto tornava come prima. È vero che all'ora di pranzo, tra un boccone di carne ed un bicchiere di vino, la televisione ci metteva sotto gli occhi immagini di guerre, carestie, fame e distruzione. Ma perché rovinarsi un buon pasto, quando è così facile togliere l'audio o cambiare canale? Quanto ai giornali, bastava limitarsi a leggere le pagine dello sport e degli spettacoli. Naturalmente, non tutti hanno mostrato tanta indifferenza verso i mali del mondo. C'è anche chi, confondendo il cuore col portafoglio, ha mostrato la propria generosità facendo versamenti su conti correnti intestati ad associazioni umanitarie. Se non si può nutrire lo stomaco del povero, che si nutra almeno la coscienza del ricco.

Comunque, in questi ultimi anni, malgrado una certa reticenza eravamo tutti a conoscenza dei feroci conflitti che stavano insanguinando la Palestina, il Ruanda, la Somalia, la Bosnia, l'Algeria, il Kosovo... ma a noi, per far regnare la pace almeno in noi stessi, bastava eliminare questi luoghi dalla lista delle possibili località dove trascorrere le prossime vacanze. La guerra - coi suoi bombardamenti, le sue vittime, le sue macerie, i suoi posti di blocco, la sua crudeltà - non era cosa che ci toccasse, non era cosa capace di mettere in dubbio la tranquilla replica quotidiana della nostra esistenza.

Fino allo scorso 11 settembre, appunto. Fino ad allora pensavamo che la "globalizzazione" comportasse solamente la crescita e l'espansione degli scambi commerciali, la penetrazione delle multinazionali nel mondo intero. Ci era stato assicurato che vivere in un "villaggio globale" prevede solo benefici, come quello di poter andare a fare la spesa tutti nello stesso ipermercato, dove è possibile trovare proprio di tutto. Pagato lo scontrino, ognuno poi se ne doveva tornare a casa propria (chi nella villa e chi nel tugurio), alla vita di sempre (chi nell'agio e chi nella sofferenza). Ma qualcuno non è stato d'accordo ed ha ritenuto che, se in oriente si deve consumare lo stile di vita occidentale, allora anche l'occidente doveva assaporare lo stile di vita orientale.

Come stupirsene? Del resto, se si fa di tutto per consentire che la Coca-Cola si possa bere a New York come a Gerusalemme, non si può certo impedire che gli attentati possano fare strage a Gerusalemme come a New York. Così lo scorso 11 settembre tutti abbiamo capito che ad essere onnipresente sull'intero pianeta non sono solo le merci, è anche il terrore con cui vengono imposte. Quel giorno tutto il mondo occidentale ha vissuto ciò che da molti anni si vive quotidianamente, nella parte sbagliata del pianeta: si contano i morti, si scava tra le macerie, si grida vendetta.


È la guerra. Ma questa volta non si svolge lontano da noi, bensì fuori dalla nostra porta di casa. "America under attack", strillava in quelle ore frenetiche la CNN. Che gli attentati dell'11 settembre siano stati un atto di guerra lo ha affermato fin dall'inizio il presidente statunitense Bush. Evidentemente, egli sa di cosa sta parlando.
Ci è voluto il primo attacco contro il territorio degli Stati Uniti mai avvenuto nella storia perché anche le giustificazioni ideologiche tanto care ai Signori della Guerra crollassero nella polvere. Se gli atti di terrorismo sono atti di guerra è perché gli atti di guerra sono atti di terrorismo. Con occhio esperto, Bush ha riconosciuto ciò in cui il suo governo è sempre stato all'avanguardia (bomba atomica ad Hiroshima, napalm in Vietnam, uranio impoverito nella ex Jugoslavia), ma fino a quel momento solo nel ruolo di carnefice, mai in quello di vittima.

Ma allora, dov'è la differenza fra i morti di New York e quelli di Baghdad? Dov'è la differenza fra terrorismo e guerra? L'involontaria franchezza delle parole di Bush ha fatto storcere il naso ai sostenitori del formalismo giuridico, ad esempio alla sinistra pacifista che ha sostenuto la necessità di non confondere una guerra - cioè un conflitto che vede impegnate due potenze contrapposte - con una operazione di polizia - cioè con la caccia a semplici delinquenti. Non si può equiparare il criminale che dirotta un aereo col soldato che sgancia le bombe, altrimenti la natura terroristica dello Stato risulterebbe evidente a tutti. È per questo motivo che la sinistra pacifista si è dichiarata contraria ad una guerra condotta dalla Nato, ma favorevole ad una vasta operazione di polizia coordinata dalle Nazioni Unite. In realtà una simile distinzione non ha più ragione di esistere, giacché oramai tutte le guerre sono operazioni di polizia.

La guerra non consiste più in una serie di battaglie volte alla resa o alla distruzione di un nemico che si trova solo all'esterno dei propri confini, al fine di spogliarlo dei suoi beni, bensì nel dispiegamento degli strumenti (compresi quelli mediatici) atti ad estendere il proprio controllo e ad espandere il proprio potere economico e politico, fuori e dentro i propri confini. Mentre la lotta rivolta soltanto contro nemici esterni si è sempre dimostrata un evento sporadico, quella contro nemici interni invece no, perché è costante. I poliziotti, a differenza dei soldati, sono sempre al lavoro. È così che la guerra moderna è diventata uno stato di conflitto permanente dove, spesso e volentieri, la linea di demarcazione fra i combattenti è sottilissima (in Italia lo Stato e la Mafia si combattono da anni, senza che si capisca bene dove finisce uno e dove comincia l'altro).

Scopo della guerra non è più conquistare ciò che sta fuori, ma governare ciò che sta dappertutto. E cos'altro è il terrorismo, se non un metodo di governo fondato sul terrore? Questo lo sanno bene i terroristi della Casa Bianca che, per vendicarsi dell'affronto subìto, dopo aver bombardato l'Afghanistan si apprestano a bombardare la Somalia, l'Iraq e l'Iran - per il momento -, considerati tutti sobborghi periferici del loro sterminato impero. E lo sanno anche i terroristi degli altipiani arabi che, dopo aver progettato gli attentati di settembre, potrebbero tornare a colpire qualche altro paese occidentale. Il campo di battaglia si è allargato a dismisura, non ci sono più zone di sicurezza, e nel prossimo futuro la morte che scende dal cielo per fare strage fra i civili potrebbe colpire dovunque. Anche accanto a noi.

In un simile contesto, è davvero importante sapere se queste offensive terroristiche verranno battezzate "libertà duratura" oppure "guerra santa"?

Molto più importante è sapere, quanto a noi, da che parte stiamo. McDonald's o Jihad?

A questo proposito, il dibattito che è andato sviluppandosi in questi ultimi mesi sembra ricalcare quello che negli anni '30 teneva banco qui in Europa, allorquando non si riusciva ad uscire della lugubre alternativa fra Hitler e Stalin (inutile dire che chi criticava uno dei due dittatori veniva accusato di fare "oggettivamente" il gioco dell'altro). Ieri ci si chiedeva se fosse meglio morire in un campo di sterminio nazista oppure crepare in un gulag stalinista. Oggi ci si interroga se sia meglio piegarsi alla dittatura economica capitalista oppure convertirsi al fanatismo religioso islamico.

Pur sapendo di far andare su tutte le furie i cantori della civiltà occidentale, ci ostiniamo a pensare che il sistema sociale in cui viviamo, laddove non venga sovvertito radicalmente, permetta solo sfumature alternative. Non riusciamo proprio a credere che nelle vene degli uomini di potere americani scorra il sangue della libertà e che nelle loro cellule alberghi il DNA della giustizia - motivo per cui ogni qualvolta assistono a qualche sopruso compiuto in giro per il mondo, corrono a scaldare i motori dei loro nobili cacciabombardieri. Anzi ci sembra che, prima dell'11 settembre, gli orrori perpetrati dal regime talebano lasciassero alquanto indifferente il governo statunitense, anche perché era stato proprio quest'ultimo ad addestrare Bin Laden e a permettere ai talebani di prendere il potere in Afghanistan come "ricompensa" per aver respinto l'invasione dell'esercito sovietico.

Finché non saremo in grado di cogliere la sostanziale unità presente in ogni forma di potere, finché non capiremo che non c'è nulla da scegliere fra i due versanti di una identica logica di dominio e sfruttamento, continueremo a dibatterci nella falsa alternativa fra Hitler e Stalin, fra Bush e Bin Laden. Si può leggere l'indice di Borsa o il Corano, basta che ci sia un testo sacro da osservare. La donna deve inginocchiarsi nella sala ovale della Casa Bianca o indossare il burka per le strade di Kabul, basta che sia umiliata e sottomessa. I condannati a morte possono venir giustiziati mediante sedia elettrica o per lapidazione, basta che chi abbia trasgredito la legge venga punito. I barili di petrolio possono essere comprati oppure venduti, basta che il loro commercio arricchisca petrolieri come Bush o Bin Laden.

Finché rimarremo intrappolati all'interno di questo dilemma, finché avvertiremo questa necessità di scegliere fra le due soluzioni imposteci - anziché andare alla ricerca di una nostra soluzione - non avremo scampo. Non potremo fare altro che venir mobilitati al grido di "W la guerra".

E naturalmente la consapevolezza del continuo pericolo che da essa deriva, ci farà sembrare del tutto naturale l'affidarci ciecamente a chi detiene il potere. Ma non è forse questo il senso ultimo del ricorso al terrorismo, "con-vincere" (cioè, letteralmente, indurre all'accettazione) che l'obbedienza è una inevitabile condizione di sopravvivenza? Se vogliamo essere sicuri di non venir mai uccisi da un "terrorista arabo" (oppure derubati da un "criminale albanese", o intossicati da uno "spacciatore marocchino", o infettati da una "prostituta nigeriana"), dovremo consentire che i nostri bagagli vengano perquisiti, che le nostre azioni vengano filmate, che le nostre strade siano pattugliate, che i nostri documenti siano controllati, che le nostre parole siano ascoltate... insomma, che la nostra intera esistenza non presenti zone oscure ma sia sempre sotto continua sorveglianza. È quello che già accade, d'altronde, e non da poco tempo.

Ma adesso lo Stato potrà liberarsi di ogni zavorra formale - basta pensare alla ridicola "tutela del diritto alla privacy" - e sguinzagliare i suoi cani da guardia in pieno giorno, non più solo di notte. Giacché da ora in poi i suoi mastini non incuteranno più timore ma saranno visti come difensori del nostro benessere, della nostra ricchezza, della nostra civiltà.

Una volta accettata l'immonda idea secondo cui fare la guerra è un mezzo per stabilire la pace, cosa controbattere a chi sostiene che il controllo più è esteso e più è garanzia di libertà? Nulla.

E così oggi restiamo indifferenti di fronte alle retate di immigrati che stanno conducendo le "nostre" forze dell'ordine, così come ieri eravamo indifferenti ai massacri che avvenivano nei loro paesi d'origine (nonostante fossero stati pure quei massacri a spingerli fino alle nostre spiagge, nonostante i committenti di quei massacri siedano vicino a noi). Allo stesso modo le migliaia di arresti compiuti negli Stati Uniti dopo l'11 settembre non turbano il nostro sonno, che non verrà scosso nemmeno dalle migliaia di arresti che verranno effettuati qui in Europa, non appena entreranno in vigore le nuove leggi-capestro europee "antiterrorismo".

Che importa, purché lo Stato, nostro Signore, ci dia oggi il nostro pane quotidiano e ci liberi dal male. Amen.

Conduciamo una vita che non ci appartiene. Non siamo stati noi a scegliere dove e quando nascere. Non siamo stati noi a scegliere la famiglia dove crescere ed abbiamo avuto sovente ben poca voce in capitolo anche per quanto riguarda il nostro aspetto, o la nostra educazione. Nemmeno sulla nostra morte siamo liberi di decidere da soli, vista la pena prevista per chi pratica l'eutanasia e la riprovazione con cui viene condannato il suicidio. Siamo talmente abituati a questo continuo, puntuale, inesauribile spossessamento di noi stessi, che oramai lo percepiamo come normale, addirittura auspicabile. Se vivere è una fatica, allora ben venga lo Stato che ci solleva dal gravoso incarico. Siamo venuti a questo mondo solo per essere messi in gabbia. Ma qualcosa è successo nel frattempo.

A quanto pare la storia non è davvero finita. Chi si dichiarava certo che non si potessero più produrre eventi capaci di modificare l'andamento delle cose si è dovuto ricredere.

Anche chi aveva giurato sull'assoluta inviolabilità dell'impero statunitense ha conosciuto le sue delusioni. I nostri giorni su questa terra non sono necessariamente condannati ad una noiosa ripetizione seriale. Tutto è ancora possibile, anche di vedere la più grande superpotenza del pianeta colpita a fondo da pochi uomini armati di taglierini. Tutto è ancora possibile, anche di vedere miliardi di individui scendere all'ultimo gradino della servitù volontaria.

Malgrado tutto, tutto è ancora possibile. Morire, certo, comodamente seduti sulla poltrona della passività, storditi dallo spettacolo delle vicende umane di cui non si è che attoniti spettatori. Ma anche iniziare, per la prima volta, a determinare il proprio destino, a scegliere, ad essere artefici della propria esistenza. In una parola, a vivere.


TERRORISTI!

Appena otto giorni dopo gli attentati contro il Pentagono e il World Trade Center, la Commissione europea ha presentato una PROPOSTA DI DECISIONE QUADRO DEL CONSIGLIO SULLA LOTTA CONTRO IL TERRORISMO, abbinata ad un'altra riguardante il mandato di arresto europeo. Queste disposizioni, che ricordano le leggi scellerate varate nel 1893-1894 per contrastare il dilagare della "propaganda col fatto" anarchica, consentiranno di qualificare come "terrorista" qualsiasi atto di contestazione esercitato da qualsiasi individuo. Esse chiariscono il senso dello stato di guerra decretato da Bush e avallato dalle istanze europee: la pace dei mercati, è la guerra sociale!


Lo spauracchio di un terrorismo dai mille volti permette a padroni e governanti di fare a meno del formalismo democratico.

La commissione europea ritiene che, nello spirito delle attuali legislazioni di alcuni paesi (In grecia, il codice penale e il codice di procedura penale sono stati sostanzialmente rimaneggiati a seguito della recente approvazione della legge n. 2928 del 27 giugno 2001. Il codice penale francese definisce terroristici gli atti che turbano gravemente l'ordine pubblico con l'intimidazione o il terrore. Il codice penale portoghese parla di pregiudizio agli interessi nazionali, di alterazione o sovvertimento del funzionamento delle istituzioni di stato, di costrizioni nei confronti delle pubbliche autorità e di intimidazioni alle persone o alla popolazione. Il codice penale spagnolo, come quello francese e portoghese, allude alla finalità di sovvertire l'ordine costituzionale e di turbare gravemente la pace pubblica. Un'espressione analoga, eversione dell'ordine democratico, e' contenuta nel codice penale italiano), la maggior parte degli atti terroristici consiste in reati ordinari che diventano reati terroristici per via delle motivazioni di chi li commette: se la motivazione e' alterare seriamente o distruggere i pilastri fondamentali dello stato, si tratta di un reato terroristico.

Essa si basa in primo luogo sul recente Terrorism Act 2000 britannico (www.uk-legislation.hmso.gov.uk/acts/acts2000/20000011.htm), che definisce il terrorismo come Un'azione o una minaccia d'azione mirata a "influire sul governo o a intimidire la popolazione o una parte di essa", come "l'azione o la minaccia d'azione compiuta allo scopo di promuovere una causa politica, religiosa o ideologica".

Per escludere una qualsivoglia connotazione politica di tali MOTIVAZIONI, la commissione ricorda che la Convenzione europea per la repressione del terrorismo (Strasburgo, 27 gennaio 1977) del Consiglio d'Europa nega un carattere politico agli atti qualificati come terroristici e alle motivazioni dei loro autori, considerazione importante ai fini dell'applicazione delle convenzioni di estradizione.

Del resto, è chi detiene il potere a decidere il significato delle parole. Un TERRORISTA viene definito tale in funzione delle sue MOTIVAZIONI, ma è chi detiene e gestisce l'autorità a decretare la natura di queste ultime.

Si può capire che simili amanti della semantica abbiano accolto l'11 settembre, con lacrime di circostanza, come un'autentica bazza. Accingendosi a stilare l'elenco dei reati terroristici più gravi, i commissari, brave persone, notano che la maggior parte di essi viene spesso considerata come un reato comune nei codici penali degli stati membri.

Il regolamento del Consiglio prevede quindi che quando sono commessi intenzionalmente da un individuo o un'organizzazione contro uno o più paesi, le loro istituzioni o popolazioni (intendendo per popolazioni anche le minoranze) a scopo intimidatorio e al fine di sovvertire o distruggere le strutture politiche, economiche o sociali di tali paesi, tali reati siano considerati reati terroristici. Tra essi figurano, tra l'altro, l'omicidio, le lesioni personali, i sequestri di persona, la cattura di ostaggi, le minacce, le estorsioni, i furti, le rapine; la fabbricazione, il possesso, l'acquisto, il trasporto o la fornitura di armi o esplosivi; l'occupazione abusiva o il danneggiamento di infrastrutture statali e pubbliche, mezzi di trasporto pubblico, luoghi pubblici e beni (pubblici e privati).

In quest'ultimo punto potrebbero rientrare, tra l'altro, gli atti di violenza urbana. Inoltre, la diffusione di sostanze contaminanti o atte a provocare incendi, inondazioni o esplosioni che arrechi danno alle persone, ai beni, agli animali e all'ambiente; l'intralcio o l'interruzione della fornitura di acqua, energia o altre risorse fondamentali; gli attentati mediante manomissione dei sistemi di informazione; la minaccia di commettere uno dei reati di cui sopra. Infine, benché i reati terroristici commessi mediante computer o dispositivi elettronici siano apparentemente meno violenti, possono essere altrettanto pericolosi dei reati sopra menzionati e mettere a rischio non solo la vita, la salute e la sicurezza delle persone ma anche l'ambiente.

E' facile notare come la ricchezza di questo elenco, che contempla sia gesti tecnologicamente sofisticati sia il semplice lancio di sanpietrini o il più banale dei furti, lasci pochi margini a chiunque sia coinvolto in qualche lotta radicale, persino di tipo rivendicativo. Anzitutto, per quanto riguarda il reato associativo, ormai attribuibile a chiunque: Si può affermare che un'organizzazione terroristica e' un'organizzazione strutturata, di più di due persone, stabilita da tempo, che agisce in modo concertato allo scopo di commettere atti terroristici.

Ma, se è possibile, c'è anche di peggio. L'esposizione dei motivi, da cui è tratto l'elenco dei reati testé menzionati, non si attarda su altre disposizioni esplicitamente dettagliate negli stessi articoli della legge. E' qui che ritroviamo la scellerata filiazione che ci porta ad evocare le leggi emanate contro gli anarchici alla fine del XIX secolo.

Infatti la nuova legge intende reprimere l'istigazione a commettere un atto considerato "terroristico". Detta istigazione, la cui definizione è lasciata beninteso alla creativa valutazione dei magistrati, è messa sullo stesso piano della partecipazione propriamente detta.

Questo inedito reato di "terrorismo" sarà punito con una pena minima di sette anni di detenzione. La semplice minaccia (non definita, naturalmente) di commettere uno dei REATI TERRORISTICI vale due anni di prigione come minimo. L'articolo 4 della legge è laconico: Gli stati membri prendono le misure opportune per garantire che l'istigazione, l'aiuto, il favoreggiamento e il tentativo di commettere reati terroristici siano punibili.

Durante la seduta della Camera dei deputati francese, tenutasi il 23 luglio 1894, il socialista Charpentier criticava il carattere volontariamente elastico delle nozioni di provocazione e di incitamento: Non c'e' nulla nel termine "provocazione" che permetta ai magistrati di condannare con certezza; saranno consegnati all'arbitrio della loro valutazione che dipenderà dalle circostanze; saranno loro a far nascere le circostanze... Ma cosa significa la parola "incitato"? Il vocabolo, in diritto, e' assolutamente sconosciuto.

Votata nel clima emotivo generato da una ondata di attentati anarchici, senza nemmeno essere stata stampata e distribuita ai deputati, la legge del 28 luglio 1894 riguardava coloro che a scopo di propaganda anarchica... Sia attraverso la provocazione sia attraverso l'apologia [avranno] incitato una o più persone a commettere un furto o i crimini di omicidio, saccheggio, incendio...

A completamento delle leggi del 12 e 18 dicembre 1893 sulle associazioni formate allo scopo di preparare dei crimini contro persone o proprietà, essa permise di perseguitare rivoluzionari (soprattutto anarchici) e di imbavagliare la loro stampa.
Vale la pena ricordare che queste leggi, ora in pratica ripristinate, vennero abrogate nel dicembre del 1992, ossia un secolo dopo!

Istigazione, incitamento: è evidente che simili concetti permetteranno di criminalizzare pesantemente qualsiasi atto di contestazione e di solidarietà sociale, compresi i cosiddetti REATI DI OPINIONE commessi dagli autori di volantini, manifesti, articoli di giornale o di scritti in rete, che esprimeranno giudizi troppo condiscendenti nei confronti di atti "terroristic*i*".

Il mandato europeo di perquisizione e d'arresto

Una volta allestiti alla bell'e meglio l'elastica definizione di TERRORISMO e l'arsenale penale deputato a sradicarlo, non restava che dotare l'unione europea di un mezzo d'azione comodo e rapido per assicurare la circolazione controllata e forzata delle persone sospette. E' l'oggetto della proposta che istituisce un mandato europeo di perquisizione e d'arresto, che ogni Stato membro potrà far applicare da qualsiasi altro Stato, anche nei confronti di uno dei suoi cittadini residenti all'estero. Il consiglio europeo, già nell'ottobre 1999, aveva deciso di abolire la procedura formale di estradizione tra gli Stati membri E DI SOSTITUIRLA CON IL SEMPLICE TRASFERIMENTO.

Quindi, il 5 settembre 2001, con una risoluzione il Parlamento europeo ha invitato il Consiglio ad adottare una decisione quadro per l'abolizione della procedura formale di estradizione, ad adottare il principio di riconoscimento reciproco delle decisioni in materia penale, comprese le decisioni preparatorie in materia penale relative ai reati terroristici, ad attuare il "mandato europeo di perquisizione e di arresto".

Questo nuovo mandato - che colpirà in primo luogo i rifugiati politici e i clandestini - annulla e sostituisce le vecchie procedure di estradizione, giudicate lunghe e obsolete, di cui elimina in particolare il ricorso amministrativo.
Esso permette di arrestare e di consegnare una persona che sia stata oggetto in uno degli stati membri, o di una condanna definitiva a una pena detentiva di durata superiore o uguale a quattro mesi, o di una decisione preprocessuale che ne autorizzi la detenzione, quando il reato per cui e' perseguita e' punibile con una pena detentiva superiore ad un anno.

ARTICOLO 6 - CONTENUTO DEL MANDATO D'ARRESTO EUROPEO

Il mandato d'arresto europeo contiene le seguenti informazioni, presentate conformemente al formulario in allegato.

A) l'identità della persona ricercata,

B) l'autorità giudiziaria che l'ha emesso,

C) l'eventuale esistenza di una sentenza definitiva o qualsiasi altra decisione processuale esecutiva che rientra nel campo d'applicazione dell'articolo 2,

D) se il mandato derivi oppure no da una sentenza in contumacia e, in tal caso, una dichiarazione concernente il diritto di formare opposizione e la procedura applicabile conformemente all'articolo 35, paragrafo 1, secondo capoverso;

E) la natura e la qualificazione giuridica del reato,

F) la descrizione delle circostanze in cui il reato è stato commesso, compresi il momento e il luogo della sua commissione e il grado di partecipazione al reato da parte della persona ricercata,

G) la pena comminata, se si tratta di una sentenza definitiva, o, in mancanza, la scala di sanzioni previste,

H) nella misura del possibile, le altre conseguenze del reato,

I) se la persona ricercata e' già stata arrestata per lo stesso reato ed e' stata lasciata in libertà o scarcerata dopo un periodo di detenzione provvisoria a condizione di ripresentarsi, oppure se la persona e' evasa dal carcere.

Poiché le pene previste per i nuovi REATI TERRORISTICI vanno da due a venti anni di prigione, è possibile che il ricorso al mandato d'arresto europeo avverrà con particolare frequenza.

Facciamo qualche esempio. Un manifestante francese che è stato identificato a Genova potrebbe essere arrestato a Parigi su mandato di un magistrato italiano, senza che le autorità francesi possano opporvisi (supposto che lo desiderino). L'autore di un testo di denuncia dell'assassinio di Carlo Giuliani, diffuso via Internet all'indomani della tragica morte del rivoltoso genovese, può essere convocato da un magistrato che lo potrà incriminare per istigazione alla violenza urbana definita "terrorista". Poco importa se chi non avesse apprezzato l'operato delle forze dell'ordine italiane non ha mai messo piede in Italia. Il magistrato sarà in ogni caso libero di procedere nei suoi confronti, dato che il suo testo era visibile a Genova e che spetta al magistrato competente valutare l'opportunità dell'incriminazione. Naturalmente, le combinazioni sono innumerevoli: potremmo immaginare l'arresto di uno spagnolo a Roma su mandato di un giudice tedesco, e così via.

Il mandato d'arresto europeo dovrebbe sostituire, nelle relazioni tra gli stati membri, tutti gli strumenti anteriori relativi all'estradizione, ivi comprese le disposizioni della convenzione di applicazione dell'accordo di schengen che trattano questa materia. Una volta combinati, la ridefinizione di TERRORISMO e la creazione del mandato di arresto europeo non avranno come conseguenza solo di rendere più agevoli le abituali procedure di estradizione, ma aprono un campo interamente nuovo alla repressione, in base alla valutazione e all'iniziativa dei singoli magistrati.

Alcuni giuristi democratici non hanno mancato di segnalare che il principio, rivendicato dalla commissione, del riconoscimento da parte di ogni Stato membro della legislazione penale integrale degli altri Stati, potrebbe condurne qualcuno ad applicare delle leggi straniere abbandonate dal proprio codice penale. Gli esempi citati riguardano l'aborto, il consumo di droghe, l'eutanasia.

Al fine di prevenire questa critica, è previsto che ogni Stato possa presentare un elenco di eccezioni, cioè di comportamenti depenalizzati in seguito a DIBATTITO DEMOCRATICO. D'altra parte, leggi poco applicate o anche totalmente cadute in disuso proibiscono ad uno Stato, per la loro stessa esistenza, di far figurare i relativi delitti sulla lista delle eccezioni.

Vengono le vertigini a pensare che il principio secondo cui SI PRESUME CHE NESSUNO IGNORI LA LEGGE d'ora in poi verrà moltiplicato per quindici legislazioni penali, di cui ignoreremo praticamente tutto. Infine, se è vero che questa nuova configurazione penale farà emergere alcune ambiguità locali, è anche vero che la tendenza del dominio nell'uniformare le varie normative - sociali, commerciali o penali - è di cancellare le specificità locali adottando quello peggiore come modello.

La guerra è la pace

La Casa Bianca l'ha annunciato. L'attuale guerra si distingue da quelle precedenti per il fatto che si svolge su tutto il pianeta (anche se le bombe sono per il momento destinate all'Afghanistan) e che indica come avversari tutti coloro che attaccano "il modo di vita americano". Questa guerra non avrà fine e utilizzerà dichiaratamente tutti i mezzi, compresi l'omicidio, la menzogna e la tortura. Viene così decretato lo stato di guerra permanente. Il "terrorismo criminale" fornisce una rappresentazione del male (e del peggio) abbastanza credibile per autorizzare il rilassamento delle precauzioni oratorie democratiche. Si ucciderà come ieri; si mentirà come sempre; si ricaverà un utile da tutto più che mai. Ma - ecco ciò che è nuovo - tutto avverrà alla luce del sole.

Che un governo democratico faccia ricorso apertamente e dichiaratamente alla violenza (contro le proprie popolazioni, e non più solo contro le popolazioni colonizzate o contro una classe "pericolosa" facilmente identificabile) senza che nessuno dei soliti progressisti a caccia di garanzie osi opporsi, per ragioni di forza maggiore: è questo a costituire una situazione abbastanza nuova e foriera di ulteriori conseguenze. D'altra parte, se il margine di manovra di una fattiva critica sociale rischia di restringersi notevolmente negli anni a venire, non per questo potrà mai essere ridotto a nulla.

Non sono le leggi a determinare i rapporti sociali esistenti: non fanno che esprimerli sotto forma giuridica. Il diritto è là per assicurare la riproduzione dei rapporti sociali e per affermarli, adattandosi ai rapporti di dominio che traduce in forma legale (basta pensare ai governanti italiani che si sono inizialmente allarmati contro il mandato di arresto europeo unicamente per ciò che concerne determinati reati di natura finanziaria, cioè quelli che li potrebbero riguardare da vicino).

L'opportunità di una legislazione sociale repressiva, l'opportunità della sua applicazione o della sua sospensione, dipendono dal rapporto di forze sociali presenti e non dai mezzi polizieschi chiamati ad applicarla.

E' stato più volte sperimentato che una legislazione repressiva non mira soltanto a colpire i conflitti sociali in atto, ma ad anticiparli minacciandone i possibili partecipanti. Ma in presenza di forti tensioni sociali, in presenza di un movimento sociale in espansione, intenzionato a battersi senza cedere al ricatto della paura, la legislazione repressiva viene sospesa per timore di eccitare ulteriormente gli animi. Le nuove euroleggi scellerate non fanno eccezione.
Non sono state promulgate per difendere l'Europa da un reale assalto rivoluzionario, ma per prevenirlo. In questo modo indicano, in negativo, il percorso da seguire per sbarazzarsene.

[Tratto in buona parte dalla rivista francese "Oiseau-Tempête"]


SOVVERSIONE SOCIALE O TERRORISMO?

Era inevitabile che gli avvenimenti dello scorso 11 settembre suscitassero reazioni diverse e contrastanti. Ma, per quanto si possano discutere le cause e soppesare minuziosamente le responsabilità dei fatti, ci si sarebbe aspettati che la violenza indiscriminata abbattutasi su New York, Washington e la Pennsylvania avrebbe fatto inorridire chiunque. Per lo meno qui in occidente, dove nessuno può dirsi immune dall'umanitarismo di cui è impregnata tutta la nostra cultura.

Non è stato così. C'è chi ha esultato alla notizia del crollo delle Torri Gemelle, simbolo del potere economico statunitense, e della parziale distruzione del Pentagono, simbolo del potere militare statunitense, non curandosi del contesto generale dei fatti.

Il cadavere del proprio nemico emana sempre un buon odore, recita un antico detto. E saremmo d'accordo anche noi, se non fosse che l'aroma dei militari e degli imprenditori statunitensi rimasti uccisi è stato ampiamente coperto da un tanfo decisamente sgradevole alle nostre narici, quello di tutte le altre vittime; dei passeggeri e del personale degli aerei di linea, dei dipendenti che lavoravano alle torri, dagli impiegati ai lavapiatti, dei visitatori e dei turisti presenti negli edifici, dei pompieri accorsi in aiuto, dei passanti curiosi che si trovavano nei pressi al momento del crollo...

La sproporzione numerica tra i primi e i secondi è talmente palese, che ci siamo domandati a chi può mai appartenere il naso che riesce a godere di un così lieve profumo ignorandone contemporaneamente il pesante fetore. Non siamo stati capaci di trovare altri al di fuori dei gesuiti, dei cripto-nazisti e degli esteti.

I primi, si sa, sono quelli che credono nella logica del fine che giustifica i mezzi. Pur di fare trionfare ciò che considerano Bene, non esitano a legittimare ciò che reputano Male. Proprio come il terrorista Bush.
Poco importa poi se, immersi nel Male fino al collo, abituati al "compromesso necessario", finiscono col perdersi per strada e a non riuscire più a distinguere altro. Massacratori in buona fede, ai loro occhi la tortura strazia ma redime, la guerra annienta ma pacifica, il terrorismo livella ma sovverte. Basta solo presentare tali pratiche con una certa abilità oratoria: minimizzarne gli effetti, tacerne le conseguenze, rivendicarne l'ineluttabilità. Gli inquisitori definiscono le sevizie che infliggono ai loro prigionieri "strumenti di persuasione", mentre i generali liquidano le carneficine con cui costruiscono la propria carriera come "danni collaterali".
Chissà con quale termine i gesuiti anestetizzeranno i civili morti l'11 settembre: "incidenti di percorso"?

Ma si può scendere ancora più a fondo nell'abiezione. Si può infatti cercare di confutare il carattere indiscriminato di quegli attentati. È quel che fanno i cripto-nazisti i quali, credendo evidentemente nel sistema rappresentativo più di quanto ci credano gli stessi eletti e gli elettori, ritengono tutti gli americani responsabili per l'operato del loro governo.

Poiché il concetto di responsabilità di classe appare troppo difficile da definire in un mondo in cui sembra che stia scomparendo ogni differenza, oltre ad essere andato terribilmente fuori moda, essi preferiscono optare per una più moderna responsabilità etnico-genetica, percepibile da chiunque perché facile da decifrare alla stregua degli orari ferroviari.

Attraverso questa scorciatoia, i cripto-nazisti superano la contraddizione fra fini liberatori e mezzi oppressivi in cui erano incappati i gesuiti. Per loro infatti non esistono tristi ma inevitabili esigenze: sterminare una razza reazionaria è giusto. La strada verso il genocidio è aperta.

Infine, gli esteti. Essendo tutti artisti, o sottoderivati, gli esteti non hanno idee da diffondere, valori da mettere in pratica, aspirazioni da realizzare. Hanno solo occhi da gremire di immagini, orecchie da colmare di suoni, bocche da riempire di battute. E più le immagini sono forti, più i suoni sono fragorosi, più le battute sono estreme, più loro sono felici. Il significato è niente, l'effetto è tutto. Costoro hanno un illustre precursore, Laurent Tailhade, lo scrittore francese che nel 1894 lanciò l'espressione beau geste salutando l'attentato di Vaillant contro la Camera con le immortali parole: "che importano le vittime quando il gesto è bello?". Un anno dopo Tailhade, che bazzicava ambienti anarchici per rompere la noia della propria vita borghese, perse un occhio a causa dell'esplosione di una bomba nell'esclusivo ristorante dove stava cenando.

Ci pensino, gli esteti, agli strani scherzi giocati dal destino, la prossima volta che prenderanno un aereo per andare chi a dirigere un concerto, chi in vacanza in qualche amena isola mediterranea.

Queste nostre considerazioni non sono originate solo dalla ferocia che ha caratterizzato quegli attentati, ma anche dalle motivazioni che li hanno determinati. Ci sembra chiaro che a far mangiare la polvere all'arroganza del dominio statunitense non è stato affatto un suo nemico, quanto un suo rivale, un suo concorrente.
Motivo per cui non abbiamo ragioni di rallegrarci né per il cosa è accaduto né per il perché.

Bisogna proprio aver perso ogni speranza in un cambiamento sociale, per ritenere chiunque non la pensi come noi un nemico da abbattere. Bisogna proprio essere ridotti all'impotenza, per applaudire chi si trova nonostante tutto dall'altra parte della barricata. Bisogna proprio non possedere alcuna stima di sé, per sentirsi gratificati dalla riprovazione degli altri. Bisogna proprio aver rinunciato ad ogni amore per la vita, per approvare in modo incondizionato la morte. Tramutando così l'utopia in nientismo, l'odio in rancore, la generosità in sacrificio, la sovversione sociale in terrorismo.

"Oramai è risaputo: allorché si vuole compiere una conquista ed estendere il proprio dominio, si comincia sempre col bandire ai quattro venti che il tale o il tale altro popolo è di razza inferiore, indegno di reggersi da se stesso, ostile ad ogni forma d'incivilimento. Si frugano le storie, la letteratura popolare, i libri di viaggi, la geografia, le statistiche; s'invocano l'antropologia e l'etnografia per dimostrare con matematica certezza che quel popolo è perfido, ingrato, infingardo, vile, assassino, feroce, e che non merita nulla dalla forca e dalla mitraglia in fuori. Si proclama in faccia al mondo che la propria razza è la razza superiore, prediletta da dio, predestinata a portare in giro per i quattro punti cardinali la fiaccola della scienza e del diritto; che la guerra intrapresa è guerra di civiltà e d'umanità, o per lo meno guerra di difesa di libertà (…)"

[1912]

 
 

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