I suoi gestori si affannano a chiamarlo centro di accoglienza, ma il Regina Pacis di San Foca, definito dalla legge centro di permanenza temporanea per immigrati, può trovare la sua definizione solo guardando i volti delle persone che vi sono recluse, e che chiedono libertà da dietro le sbarre.

Alte cancellate e mura, filo spinato, telecamere in ogni luogo e guardiani in divisa che sorvegliano ogni movimento. Rigorosamente si può dire che esso è un lager, dove gli individui vengono reclusi, semplicemente per non avere i documenti in regola, stretta conseguenza della loro povertà o mancanza di mezzi. Se si provasse a leggere quali sono i requisiti richiesti dalla legge attuale e passata, per poter giungere in Italia e negli altri Paesi occidentali regolarmente, si capirebbe che l’essere clandestino è uno stato di fatto, dal quale chi intende fuggire dalla propria terra, per miseria, carestie, guerre o semplicemente perché alla ricerca di condizioni di vita migliori, non può sfuggire. Alcuni di questi requisiti prevedono un lavoro regolare prima dell’ingresso in Italia e il possesso di una consistente somma di denaro.

Rinchiudere degli uomini, delle donne, dei bambini e privarli della loro libertà e autodeterminazione; ammassarli tutti insieme come merce o come bestiame non ha nulla a che vedere con l’accoglienza. Questa è solo una violenza, un abuso e una sopraffazione che si intende operare nei confronti di individui, che per il solo fatto di non avere un documento, sono considerati come non-persone, spogliati di ogni dignità.

I campi di concentramento nazisti non differivano molto dai CPT. Anch’essi stabilivano un’eccezione al diritto e vi ammassavano coloro che non erano graditi all’ordine pubblico. Chiunque neghi questa realtà dei fatti, lo fa solo per un tornaconto politico o economico e i gestori del Regina Pacis, coinvolti tra l’altro in pestaggi, insieme a dei carabinieri, a danno di alcuni maghrebini, sono tra questi mistificatori.

Gli unici gesti di buon senso che si possono effettuare contro questi luoghi, devono essere diretti alla loro distruzione o alla fuga da essi. Alcuni giorni fa cinque persone sono riuscite a scappare dal CPT di San Foca e a riprendere in mano la propria vita, negatagli durante il tempo in cui sono stati trattenuti. In altri quindici vi hanno tentato, senza purtroppo riuscirci, mentre quotidiane sono le ribellioni o gli autolesionismi, in tutti i CPT d’Italia, segno che gli psico-farmaci e i pestaggi usati all’interno di essi non bastano a sedare la voglia di libertà degli individui e la voglia di non subire un’ingiustizia intollerabile.

Le iniquità e le torture non avvengono solo in Iraq, ma sono anche a due passi da casa nostra. Ciò che possiamo fare è una scelta molto chiara, volgere lo sguardo altrove o impegnarci perché questi posti vengano chiusi definitivamente.

**LIBERTA’ PER TUTTI.
IL REGINA PACIS DEVE CHIUDERE.
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Nemici di ogni frontiera
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