La questione dell’antifascismo, negli ultimi anni, si è posta quasi esclusivamente come reazione a gravi attacchi neofascisti. La risposta è stata per lo più un proliferare di dichiarazioni roboanti di lotta contro il neofascismo.

Il problema è che la maggior parte di questi eventi reattivi mostrano la corda dell’antifascismo come ideologia con il suo inevitabile bagaglio di retorica, mitizzazione, enfasi, ecc.

L’antifascismo, come altri campi d’azione (anche militanti) animalismo, antimilitarismo, antirazzismo, antisessismo, ecc. sono limitati e limitanti alla reazione antagonistica, ma progettualmente sono pari allo zero.

Qualsiasi percorso che non sia teso alla sovversione totale, all’autodeterminazione, è tragicamente destinato al fallimento. La resistenza ha un futuro democratico non rivoluzionario e non previene alcuna perdita di libertà né quelli che consideriamo attacchi liberticidi; gli attacchi neofascisti, così come lo sfruttamento di uomini, animali e risorse naturali, crescono sul terreno fertile delle ideologie, dell’omologazione e della pace sociale cui così sovente ci si adatta.

La mancanza di prospettive rivoluzionarie ci spinge inevitabilmente e lo farà sempre più verso il conformismo del male minore, ma ciò determina un lento e inesorabile avanzamento verso ulteriori perdite di libertà.

In questa situazione, spicca pericolosamente l’atteggiamento di quelli che preferiscono essere considerati vittime piuttosto che fautori di sovversione, forse incomprensibile alle masse, le stesse masse cui si ammicca con proclami populistici o vittimistici. Sono antifascisti anche coloro che riscrissero la sorte dell’anarchico Ferrero, vendendone la salma come quella di “comunista”. Sono antifascisti anche coloro che hanno voluto i CPT, l’intervento in Kossovo, la legalizzazione degli spazi occupati e che hanno chiuso entrambi gli occhi di fronte alla repressione del pm Marini contro gli anarchici e all’operazione Cervantes. Coloro che di fronte a metodologie di attacco diverse dalle proprie, o forse solo più radicali, prestano il fianco alla delazione; sono antifa anche gli esteti amanti del gesto bombarolo e del pugnale solo se distante da casa propria. Anche i pompieri insomma, sono antifascisti.

Nel fronte antifascista c’è spazio per ogni tipo di autoritarismo e ambiguità.

Non c’è quindi da stupirsi se una lotta così parziale incide solo in modo simbolico.

Le coltellate fasciste sono solo la punta dell’iceberg, ma senza una cultura e soprattutto una critica e una pratica antiautoritaria sarà impossibile non solo una reazione alle violenze, ma anche un attacco alle fondamenta da cui sorgono.

È chiaro altresì che muoversi sul terreno dell’emergenza, del particolare, fa il buon gioco di tutti i politicanti che, sventolando la propria bandierina, mirano esclusivamente a limitare gli episodi più eclatanti per avallare non solo la pace sociale nella quale prosperano ma, con la scusa dell’ormai mitico e storicamente tragico “Fronte Antifascista”, per omologare qualsiasi forma di lotta alla partecipazione democratica e istituzionale, recuperando e schiacciando le tensioni più radicali sotto l’egida dell’unità tout court.

O l’antifascismo s’inserisce in una prospettiva antiautoritaria, o è semplicemente una formalità rituale.

antiautoritari sfrontati

Torino, 20/7/05

 
 

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