Nella storia delle società e degli Stati, ci sono dei miti fondatori. Verità incontestabili, almeno per l’essenziale, la loro funzione è sempre quella di giustificare il modo di dominio in atto e di soffocare sul nascere i tentativi embrionali di rimetterlo in discussione allorquando esso comincia ad apparire per ciò che è. Accade lo stesso per i miti fondatori della scienza. Di fronte al cumulo di catastrofi e di scandali in cui è coinvolto, il corpo degli scienziati ha ancora l’impudenza di sostenere che si tratta solo di errori, nient’altro che errori, imputabili ad alcuni ricercatori irresponsabili, a politici corrotti o a militari pazzi furiosi. Ma la scienza in quanto tale non avrebbe nulla a che vedere con simili orrori. Ormai la fauna dei riformatori e dei moralisti, ricercatori ancora in attività o già in pensione, si fa avanti. Costoro si servono di ogni mezzo pubblicitario e mediatico messo a loro disposizione dallo Stato per rendere la scienza più presentabile agli occhi dei disillusi. A loro dire, basterebbe che essa riacquistasse quello spirito che aveva — così sembra — in origine, per tornare sulla strada giusta. Non ci sembra quindi inutile ripercorrere un po’ questa genesi immaginaria.

Per la storia ufficiale, l’avanzata decisiva della scienza, verso la fine del Rinascimento, fu opera di personalità fuori dal comune, solitarie, integre e disinteressate, perseguitate dalla Chiesa e pronte al sacrificio supremo pur di far trionfare la propria causa: dissipare le tenebre dell’oscurantismo, rischiarare coi lumi della conoscenza della natura il cammino dell’umanità per farla progredire verso la conquista della felicità.

Ma, lungi dall’essere intrepidi rivoluzionari, i padri fondatori della scienza erano di regola riformatori freddolosi, ecclesiastici convinti, proprietari terrieri e borghesi, insomma delle bestie di potere, come Francis Bacon, cancelliere d’Inghilterra e principale ideologo della scienza sperimentale. Erano anche ostili alla radicale rimessa in causa della religione: Bacon fece espellere Giordano Bruno dall’università di Londra con l’accusa di eresia. In compenso, tutti rimproveravano alla Chiesa di prendere posizione su argomenti che non la riguardavano. I teologi non dovevano più essere i censori dei ricercatori in scienza naturali: «Bisogna ridare alla fede ciò che è della fede, alla scienza ciò che è della scienza»(1). La separazione del divino e del profano era all’ordine del giorno. L’emancipazione della scienza rispetto alla teologia andava di pari passo con l’emancipazione della borghesia rispetto all’aristocrazia e alla Chiesa romana, in particolare in Inghilterra, culla dell’accumulazione capitalista. Malgrado gli anatemi della Chiesa, il riconoscimento della scienza da parte dello Stato fu ben presto acquisito. Gli Stati assolutisti, prototipi degli Stati nazionali odierni, erano impegnati in guerre per il controllo del mercato mondiale in corso di costituzione e per la spartizione delle colonie. Erano ansiosi di consolidare la propria base manifatturiera, civile e militare. Da cui la fondazione, nel corso del Grande secolo, delle accademie reali delle scienze, poste sotto la tutela dei monarchi, ma anche di accademie parallele, finanziate dalle compagnie bancarie e commerciali che avevano il monopolio degli scambi con le colonie. Gli accademici erano pensionati dello Stato e a volte salariati di imprenditori, banchieri e commercianti. I luminari accademici poterono così acquisire notorietà e lucrosi introiti per effettuare, all’ombra del dispotismo, le loro care ricerche.

Isaac Newton, simbolo della scienza dell’epoca, presidente dell’accademia reale d’Inghilterra, fu anche uno dei principali azionisti e amministratori della Compagnia inglese delle Indie orientali e della futura banca d’Inghilterra. Il credito della scienza andava di pari passo con lo sviluppo del credito stesso. L’autonomia di pensiero nei confronti della Chiesa romana era stata la grande rivendicazione dei padri fondatori. Nel loro spirito, il dispotismo illuminato dello Stato doveva proteggerli dalle persecuzioni della Chiesa. Ma i monarchi e i cavalieri dell’industria, della banca e del commercio non si limitavano a finanziare gli accademici. Intervenivano nelle loro discussioni e nelle loro scelte. L’intervento dello Stato diventò ancora più sistematico, in particolare in Francia durante il regno del "Re Sole". I ministri del re francese, nei decenni che precedettero la Rivoluzione, proibirono addirittura agli accademici di continuare a studiare fisica nel senso di Aristotele, santificato da Roma come il maestro della meccanica. La fisica di Newton aveva già preso piede ed era riconosciuta come il modello della scienza sperimentale.

Lo Stato stimolò lo sviluppo delle scienze indispensabili all’accumulazione del capitale e all’accrescimento della potenza sovrana. Così, la botanica assunse importanza in relazione all’estensione delle piantagioni poste sotto il controllo delle diverse compagnie delle Indie. I giardini botanici che queste finanziavano nella madrepatria erano laboratori dove i naturalisti studiavano le possibilità di aumentare il rendimento delle coltivazioni esotiche nelle colonie.

Secondo gli ideologi della scienza, il concetto di natura aveva una funzione ben precisa: la religione aveva regnato nel nome di Dio, la scienza si apprestava a farlo nel nome della Natura.

Strana natura, del resto, quella che si presumeva essi rappresentassero. Reificata, non aveva più nulla a che vedere con la natura interpretata dai migliori critici del cristianesimo — come Giordano Bruno —, malgrado i loro limiti panteisti: natura creatrice, sorgente di vita, che non esisteva se non attraverso la moltitudine delle cose e degli esseri transitori da cui era composta. Trasformata da forze dinamiche e contraddittorie, l’evoluzione della natura non si riassumeva nella perpetua ripetizione degli stessi fenomeni, anche quando questi presentavano, nel corso del loro movimento nello spazio e nel tempo, considerevoli regolarità.

Per G. Bruno, la nozione di creatività, in senso profano e non divino, implicava che ci fossero state e che ancora ci sarebbero state creazioni, sparizioni e trasformazioni spontanee impreviste nella natura, e che l’insieme delle evoluzioni, delle mutazioni e delle regressioni non è dato in anticipo e non è prevedibile. V’era qualcosa di inafferrabile, di indicibile e di impensabile nella natura a meno di immaginare che l’umanità, su immagine di Dio, fosse il vero demiurgo dell’universo. Di più, egli non si accontentò di riconoscere l’importanza delle connessioni e delle correlazioni tra l’umanità e la natura, intesa come l’ambiente indispensabile alla vita umana. Gli umani stessi costituivano una manifestazione della potenza creatrice della natura. Essi ne facevano parte pur differenziandosi grazie alle loro facoltà particolari, di cui egli poneva in primo piano la sensibilità e il pensiero.

L’idea che la natura potesse essere creatrice non piaceva alla scienza. La natura doveva essere muta e, quando non lo era, gli scienziati non esitavano a zittirla: «La sola speranza del progresso risiede nel riassetto della scienza e l’inizio di questo riassetto deve prendere in considerazione la totalità della storia naturale ma è di un genere inedito. Poiché ciò che reclama l’intelletto è la preparazione della cosa appropriata ed è per questo che noi ci interessiamo molto poco alla storia di una natura libera e slegata nell’opera e nel corso spontanei che le sono propri. Noi ci preoccupiamo della storia di una natura frenata e tormentata, come diventa quando lo sforzo e l’arte del mortale la strappano dal proprio stato, la spingono e la forgiano. Non ci curiamo dell’orgoglio e del prestigio della cosa e la natura ci appare più attraverso i tormenti e i ferri dell’arte che nella propria libertà»(2).

«Sapere è potere»(3): Bacon, col cinismo dell’uomo di Stato, ha avuto per lo meno il merito di dichiarare il colore. La formula lapidaria tranciava alla radice la pretesa innocenza della scienza, distinta dai bisogni del capitale, motivata dalla ricerca della conoscenza per il piacere della conoscenza della natura. Lo zoccolo su cui poggiava la scienza era il processo storico della separazione fra la natura e la società fondata sullo sfruttamento e sul dominio, il processo d’appropriazione della natura attraverso il lavoro, in procinto di assumere dimensioni sconosciute fino a quel momento con l’apparizione del lavoro salariato e degli strumenti necessari alla valorizzazione del capitale. Nell’ottica degli ideologi della scienza, la natura era sempre stata la sede di forze straniere e ostili all’umanità. Il progresso dell’umanità consisteva nel soggiogarle sempre più al fine di trasformare la natura in un ambiente adeguato alle esigenze della proprietà e dello Stato. E il ruolo che assegnavano alla scienza era di contribuire ad inasprire il processo di addomesticamento per «renderci infine padroni e possessori della totalità della natura»(4). In quanto élite del sapere, essi mettevano ovviamente le loro attività di ricerca ben al di sopra di quelle dei comuni mortali. Ma, a dispetto dei sofisticati mezzi utilizzati, queste restavano comunque un mero lavoro destinato a valorizzare il capitale. È per questo che, fin dagli albori dell’industrializzazione, essi non si preoccuparono tanto di pura ricerca ma cercarono di fondere insieme scienza e tecnologia. I loro strumenti di laboratorio erano già al tempo stesso i modelli e i prototipi di quelli che cominciavano ad essere usati dal capitalismo, in particolare nel campo decisivo della forza motrice.

In seguito, non è affatto sorprendente che essi abbiano assimilato la storia naturale alla storia delle società di classe, in particolare a quella della società capitalista. Quando Bacon affermava che «noi, ministri e interpreti della natura, non possiamo governarla che a condizione di obbedirle»(5), rivelava che, nel mondo rovesciato della scienza, era il capitalismo stesso a rivelarsi Natura, in quanto autorità suprema alla quale tutti dovevano fedeltà. Le pretese leggi naturali erano allora l’immagine delle leggi che idealizzavano le modalità di funzionamento del capitale, guidato dal bisogno di generare, di investire e reinvestire continuamente i benefici per sopravvivere, anche a rischio di devastare e sterilizzare la natura. In altri termini, esse non esprimevano che la sottomissione alle necessità di accumulazione. Il libro delle meraviglie della natura interpretato dalla scienza assomigliava molto ai prosaici libri contabili della borghesia e dello Stato.

Seguendo i padri della fede, quelli della scienza intendevano soggiogare anche gli esseri umani. Essi sapevano d’altronde che la realizzazione dei loro obiettivi dipendeva in ultima analisi dai dannati della Terra. Non pensavano di rovesciare il mondo da soli. In compenso, volevano assicurarsene la direzione. Ecco perché, dalla fine del Rinascimento, cominciarono a tracciare progetti di riorganizzazione della società e dello Stato. Nella società utopica e totalitaria che immagina, "La Nuova Atlantide", Bacon anticipa per molti aspetti lo scientista futuro. Anche se la religione e la morale cristiane continuano ad avere il proprio posto ad Atlantis, l’impero della Ragione è succeduto al regno di Dio sulla Terra. Nessuna autorità senza potere, nessun potere senza sapere, nessun sapere senza la scienza che lo convalidi, questo è il tema centrale dell’utopia di Bacon. Ricchi della loro esperienza nel dominare cose ed esseri, gli scienziati costituiscono il nocciolo della gerarchia. Essi la dirigono e regolano la vita di tutti i giorni, dal laboratorio alla cucina domestica. La città ideale funziona, su immagine degli automi, regolarmente sotto il controllo dei maestri del sapere. Guidata dalla conoscenza del mondo detenuta dal cenacolo, essa è esente dalle contraddizioni che turbavano fino a quel momento l’armonia della società. Quando queste appaiono, non possono che essere il prodotto di persone inadeguate che rifiutano di mettere le leggi della comunità, fondate sulla scienza, al di sopra delle proprie passioni individuali. Se i perturbatori dell’armonia rifiutano di capire, bisogna saperli neutralizzare. Su immagine della ragion di Stato, la Ragione aveva orrore della contraddizione.

Come si vede, fin dall’inizio gli scienziati hanno avuto l’incredibile pretesa di insegnare al resto dell’umanità a vivere e a morire. Il «comandare obbedendo» rivelava la loro smisurata sete di potere. Nulla è più implacabile degli ideologi che immaginano di detenere infine la chiave della comprensione del mondo. Specchi del mondo, ne sono dunque gli autentici interpreti e il resto dell’universo deve loro obbedienza. Come evidenziava Bakunin, «il loro governo non può che essere crudele, sfruttatore e oppressore»(6).

L’odio per i sensi, per i sogni e per le passioni umane era una delle caratteristiche principali dei teologi. L’adorazione del mondo divino la sola passione che riconoscevano come degna di essere vissuta. Gli scientisti, ostili al sensualismo, fecero altrettanto in nome della conoscenza del mondo profano. Essi sostenevano, come Bacon, che «il nostro spirito non ha bisogno di ali ma di suole di piombo» e combatterono come la peste «i sensi e le passioni che ci ingannano, l’immaginazione e le rappresentazioni fantastiche e superflue che ingombrano il nostro spirito»(7). Lungi dal liberare queste facoltà essenziali della specie umana come la sensibilità, la riflessione, l’immaginazione, essi avevano dunque l’obiettivo di domarle ancor più per adattarle alle necessità del loro idolo.

Secondo loro, il rigore scientifico scaturiva dalla messa in opera del metodo di pensiero induttivo e deduttivo. Considerato come preliminare al processo di formazione dei concetti stessi, esso doveva sbarrare la strada alla vana speculazione e facilitare l’investigazione realista della natura grazie alla cura apportata allo studio dei dettagli fino ad allora trascurati. Ma, all’occorrenza, il «discorso del metodo» sanzionava il trionfo dell’ideologia strumentalista, il regno del funzionalismo del pensiero, della greve cogitazione formalista, analogica, ripetitiva e incapace di dar prova di spirito critico. Di fronte ad esso, i processi spontanei di formazione delle idee, sia individuali che collettivi, che mettevano in opera l’insieme delle facoltà umane, non avevano più importanza. L’ideale era la matematizzazione della natura.

In effetti, non poteva esserci scienza se non computabile, la quale non avrebbe potuto dirigere il mondo senza calcolo. I sacerdoti avevano il latino, come linguaggio codificato, veicolo del disvelamento dei miti della fede. Gli scienziati ebbero il loro, il linguaggio matematico, come mezzo per tenere aggiornati i propri conti con la natura. Non facevano mistero del carattere riduttivo della matematica, dove la reiterazione fa le veci dell’argomentazione «ma la scienza è l’arte della misura e la misura esiste a questo prezzo. Fuori della comodità del calcolo, tutto sembra troppo ingarbugliato e sottile»(8). Grazie ad essa, poterono infine realizzare la propria ossessione: trasformare il mondo in entità equivalenti, ponderabili, misurabili, calcolabili, quantificabili e formulabili con simboli matematici. Le famose leggi non erano esse stesse che comodi mezzi per mettere in equazione i fenomeni della vita. Non spiegavano nulla ma si rivelavano utili per constatare e calcolare lo stato e l’evoluzione dei sistemi e delle funzioni.

Come potenza aspirante al dominio, la scienza aveva bisogno di martiri. La celebrità di Galileo presso il pubblico illuminato dell’epoca derivò molto più dal processo che gli intentò l’Inquisizione che dalle prove poco attendibili che si riteneva egli portasse per fondare il principio di inerzia, chiave di volta della fisica sperimentale. Ma la martirologia si rivelò nondimeno insufficiente. Da religiosa, la verità doveva diventare scientifica, non rivelata ma provata. Nacque così il mito della prova sperimentale.

L’umanità non aveva atteso la scienza per fare esperienze. Tutti gli esseri umani ne realizzano dalla nascita fino alla morte. Esse sono sempre state parte integrante della vita umana, e anche non umana, da quando questa possiede facoltà come la sensibilità, la memoria e la riflessione, fossero anche in embrione. Secondo lo spirito dei migliori pensatori dell’epoca, come Giordano Bruno, l’esperienza, il sensibile associato al pensato, era una delle fonti principali della conoscenza del mondo ma anche di se stessi.

Pieni di sé, gli ideologi della scienza disprezzavano l’esperienza del senso comune, pur essendo obbligati a tenerne conto nella misura in cui le proprie sperimentazioni apparivano alquanto ermetiche agli occhi delle persone che volevano attrarre, aristocratici e borghesi illuminati. Così, sulla loro bocca l’appello al buon senso aveva la funzione di colpire l’immaginazione degli ingenui abbagliati. Newton avrebbe formulato il principio di gravità grazie alla caduta di alcune mele nel giardino di Oxford. Prova indiscutibile di genio poiché, da quando i meli fiorivano nei giardini inglesi, nessuno aveva avuto l’idea di trarne un simile principio universale. Ma gli imbroglioni hanno scordato di dire che, senza l’accettazione dell’assioma di Galileo sull’inerzia, l’ipotesi di Newton non avrebbe avuto valore.

In realtà, per gli scienziati l’esperienza umana era qualcosa di inferiore e di inessenziale: «Il dominio delle cose volgari, che non può insegnarci nulla sull’intimità della natura»(9). Staccata dalla vita e considerata come superiore ad essa, l’esperienza diventò il loro campo riservato: essa doveva rivelare loro i misteri nascosti della natura, la sostanza invisibile e un po’ immutabile, rannicchiata in seno ai fenomeni visibili e di cui doveva determinare l’evoluzione. Ma, prigionieri dei loro pregiudizi strumentalisti, non riuscirono mai a comprendere in maniera approfondita il mondo che si riteneva essi osservassero in modo imparziale. Essi studiavano, così sembra, la vita, ma le proprietà tanto essenziali alla vita — come la sensibilità — non le incontrarono mai sotto i loro strumenti di misura, se non a titolo di ostacoli da superare. In generale, tutti i fenomeni che non entravano nel modello fissato dai cancri della sperimentazione erano considerati come annessi. Lo stesso Bacon lo ammise senza fronzoli: «È degna di questo nome, quella concepita e presentata con l’abilità e il rigore dell’arte in vista di ottenere ciò che si ricerca. L’induzione procede per separazione nella sperimentazione e la conclusione necessaria dipende dall’esclusione obbligata. E il necessario, è il misurabile»(10). L’a posteriori verificava l’a priori a condizione di non esitare a manipolare la manipolazione. Bastava circoscrivere e isolare l’ambito di validità dei test e definire in anticipo ciò che doveva essere frammentato e scartato. In ultima analisi, il criterio di validità dipendeva dalla scelta dei campioni e degli strumenti di misura che permettevano di confermare, correggere o anche infirmare gli assiomi di base allorquando i test non conducevano alle conseguenze auspicate. Al limite era persino possibile dimostrare grosso modo qualsiasi cosa. Ma in realtà le scelte non vennero mai fatte senza secondi fini. Gli sperimentatori non potevano lasciare l’ideologia alla porta dei loro laboratori. E, aggrappati al loro statuto di corpo privilegiato, era molto raro che non orientassero i propri esperimenti nella direzione determinata dalle esigenze del capitalismo e dello Stato.

La sperimentazione non ha mai provato altro che il carattere mortifero della scienza. Nell’azione, i ricercatori non dovevano cedere a «nessuna sorta di sensibilità leziosa»(11). Non dovevano esitare a distruggere per conoscere. La cosa non avvenne senza problemi poiché alcuni, anche fra gli accademici poco inclini al sentimentalismo, erano recalcitranti a partecipare al massacro programmato e rabbrividivano di disgusto di fronte alle ignominie perpetrate nelle sale di sperimentazione. L’approccio sperimentale non rivelava l’analisi bensì la dissezione della vita, in senso proprio e in quello figurato, vita recisa, tagliata, smembrata, squartata e mutilata. Le cose e gli esseri sottomessi agli strumenti erano essi stessi strumenti, carne da sperimentazione. Preparati per e dalla sperimentazione, ormai non erano che l’ombra di se stessi. E dopo la scomposizione, arrivava la ricomposizione formale, la creazione di modelli che si riteneva rappresentassero nella loro generalità i fenomeni della vita sottomessa ai test. La scienza sembrava così riportare in vita le cose e gli esseri effimeri e transitori che aveva annientato. Ma simili generalizzazioni abusive non sono mai state altro che estrapolazioni cristallizzate, fantasmi di individualità strappate dal proprio ambiente, dunque private per sempre della loro vita, anche quando palpitavano ancora sotto gli strumenti.

In accordo con l’ideologia umanistica, la scienza aveva posto l’individuo umano in cima alla gerarchia delle specie, al fianco di Dio, poi al posto di Dio. Ecco che sembrava offrire almeno la garanzia che non avrebbe fatto subire alla specie umana ciò che faceva subire alle specie considerate subalterne. Ma, col pretesto di favorire il progresso dell’umanità, non ha esitato a sacrificare degli esseri umani sull’altare della sperimentazione. La fredda passione dello sperimentatore a volte lo spingeva ai peggiori estremi. Bacon, per primo, propose di utilizzare detenuti da sottoporre a tortura per fini sperimentali e, dietro di lui, i Newton, i Lavoisier e altre eminenze accademiche dell’epoca del Grande Secolo e poi dell’epoca dei Lumi. Gli onorevoli membri delle accademie reali uscivano dai propri laboratori per effettuare nella folla, in piena Londra per esempio, alcuni esperimenti di elettricità e di chimica che finivano con lo storpiare dei vagabondi. L’epoca dei Lumi vide manifestarsi la pratica dell’adescamento dei miserabili, generalizzata più tardi dai laboratori, a partire da quello del buon dottore Pasteur. Per qualche soldo, le squadre di procacciatori li trascinavano nelle cantine delle accademie reali, dove gli sperimentatori facevano loro ingurgitare dei preparati che a volte li avvelenavano. Ad eccezione di Diderot, che ne denunciò la disumanità, la cosa non impedì al bel mondo di dormire sonni tranquilli, anche agli enciclopedisti. Considerando di cosa erano capaci gli umanisti delle accademie, non può sorprendere che abbiano costruito senza il minimo scrupolo strumenti di guerra e di tortura.

Non si tratta di trasformare tutti gli uomini di scienza dell’epoca, non più dei loro successori, in mostri assetati di sangue. Tuttavia, la facilità con cui diventavano indifferenti ed anche spietati nell’ambito della loro attività la dice lunga sul carattere disumano della scienza. Che è pragmatica. Contano solo i risultati, e il fine giustifica i mezzi. Di fronte alla Ragione, il principio dell’individualità ostentato dalla scienza non ha mai pesato granché. Principio umanistico astratto, ha sempre mascherato la poca attenzione che accordava agli individui concreti, umani e non umani. Per gli scienziati, gli individui non sono mai stati che abbozzi, non sempre ben compiuti, del prototipo che essi intendevano rifinire per ottenere la perfezione del modello.

Come vediamo, l’idea che la scienza sia capace di autocorrezione a patto di ricollegarsi con l’umanesimo è ridicola. La piega era già stata presa fin dalla fine del Rinascimento e, da allora, essa ha mostrato di cosa sia capace in materia di umanità.

È nella natura degli umani creare un mondo che gli sia proprio, trasformare l’ambiente non umano che li circonda e che li penetra in funzione degli obiettivi, delle idee, dei desideri e dei bisogni che hanno, attività che include anche la loro trasformazione, in particolare attraverso lo stratagemma della formazione del pensiero concettuale e del linguaggio articolato. Da quel che sappiamo, simili facoltà creatrici sono uniche sul pianeta, perlomeno a un tale livello di complessità. La potenza trasformatrice posseduta dall’umanità è allo stesso tempo promettente ed inquietante. Parafrasando il detto popolare, se essa può generare il meglio, è anche capace, quando le circostanze storiche lo permettono, di generare il peggio. E il peggio arriva sempre quando gli esseri umani ritengono che il mondo sia null’altro che una loro proprietà, che possono e devono possedere grazie al loro lavoro.

Più che mai, devono affrontare il problema di trasformare in profondità le attività e i rapporti propri del mondo dello sfruttamento e del dominio. Una delle condizioni indispensabili per avanzare in questa direzione è che essi comprendano infine che la natura è ben altra cosa del loro semplice campo di gioco. Non si accontenteranno mai di osservarla senza toccarla, di interpretarla senza modificarla. L’essenziale è che le modificazioni e le trasformazioni che effettueranno tengano conto al massimo dell’evoluzione spontanea dei fenomeni naturali. Ne va della loro stessa libertà poiché, come dimostra la storia umana, il dominio dell’uomo sull’uomo è il corollario del dominio dell’uomo sulla natura. «La creatura umana non sarà libera se non quando lo saranno tutte le creature terrestri»(12), profetizzava Münzer con qualche ragione. Ma, supponendo che tali condizioni si verifichino, l’avventura umana non sarebbe per questo terminata, a meno di credere che, come gli dèi, gli umani non siano capaci di padroneggiare interamente il proprio destino. Nulla garantisce che, benché liberatisi del capitale, essi non ricadranno talora in errori troppo noti ed anche in altri, sconosciuti, che oggi non riusciamo nemmeno ad immaginare. La vita umana è fatta anche di critiche, di tentativi, di messe in opera e di rimesse in discussione, di esperienze sia individuali che collettive, attraverso scambi in seno alla nostra specie e col resto della natura.

La riconciliazione con la natura è uno dei sogni antidiluviani dell’uomo, senza dubbio fin dalla comparsa della proprietà e dello Stato. Ma non ci è concessa. Va conquistata senza sosta. Del resto, a meno di voler riportare forzatamente la vita umana allo stadio idealizzato della sopravvivenza vegetativa, la semplice presenza di esseri umani sul pianeta implica che essi lo modifichino per vivere. Anche in assenza di sfruttamento e di oppressione, non è detto che ciò possa avvenire senza conseguenze spiacevoli, pure mortali, per alcuni di noi e per altri esseri della natura. L’importante non è rimuovere le contraddizioni nel nome dell’armonia universale, ma riconoscerle come tali quando si manifestano e cercare di creare condizioni favorevoli per impedire che esse si volgano verso un antagonismo distruttivo e autodistruttivo. Di contraddizioni ce ne saranno senza dubbio sempre nella storia naturale e umana, in particolare tra gli individui. Poiché l’individualizzazione è una delle proprietà della vita che appare anche nella natura non umana, sebbene a volte in maniera poco percettibile da noi. Ma noi non possiamo ignorarla a meno di ridurci noi stessi a oggetti indifferenziati e intercambiabili. Il riconoscimento delle dimensioni individuali dell’esistenza è una delle condizioni per ritrovare e sviluppare il senso della socialità, della simbiosi e della reciprocità nella natura e con la natura.

Note

1. F. Bacon, Sul progresso delle conoscenze, 1605

2. F. Bacon, Il Valore e il progresso delle scienze, 1623

3. F. Bacon, La Nuova Atlantide, 1625

4. R. Descartes, Il Discorso del metodo, 1637

5. F. Bacon, Il Valore e il progresso delle scienze, 1623

6. M. Bakunin, Dio e lo Stato, 1872

7. F. Bacon, Dei principi e delle origini, 1620

8. F. Bacon, Il Valore e il progresso delle scienze, 1623

9. F. Bacon, Sul progresso delle conoscenze, 1605

10. F. Bacon, La Nuova Logica, 1620

11. F. Bacon, Il Valore e il progresso delle scienze, 1623

12. Th. Münzer, Gli Articoli di Mulhausen, 1524

 
 

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