Di motivi per attaccare le banche ce ne sarebbero fin troppi, e sarà forse proprio per smentire il vecchio detto di Brecht che afferma che “il vero ladro non è chi rapina una banca, ma chi la fonda”, che sempre più spesso i vari istituti di credito si coinvolgono in operazioni che, agli occhi di una sempre più cieca “opinione pubblica”, appaiono come lodevoli iniziative di solidarietà. Tutto questo possiamo vederlo con i vari Telethon, con le raccolte fondi a favore delle più svariate associazioni benefiche o enti di ricerca o, per restare al Salento, col progetto “Cuore Amico”.

Nella questione specifica, però, vorrei parlare di Banca Intesa, ovverosia il più grande gruppo bancario italiano, colosso dello strozzinaggio legalizzato nato dalla fusione di tre differenti gruppi bancari: Banco Ambrosiano Veneto, Cariplo e Banca Commerciale Italiana.

Alcuni mesi fa tale istituto di credito è stato coinvolto nel progetto “La fabbrica del sorriso”, a cui partecipavano anche i comici di Zelig, che si occupava di raccogliere fondi da destinare ai bambini africani; sicuramente l’apporto dei comici avrà contribuito, tra una risata e l’altra, a rendere meno gravosa a tanti cittadini sensibili l’operazione di sfilare i portafogli dalle tasche e versare un po’ di denaro destinato ad una miserabile e pidocchiosa beneficenza.

In questi giorni di fine anno, una nuova operazione di lifting coinvolge Banca Intesa, ancora una volta in combutta con Canale 5, e per la precisione col suo telegiornale; si tratta, stavolta, di raccogliere fondi da utilizzare per i soccorsi alle persone colpite dal gravissimo terremoto in Iran, che ha lasciato decine di migliaia di persone senza casa, senza acqua e senza cibo. È certo che anche stavolta saranno in tantissimi a partecipare a questa “gara di solidarietà” (come amano chiamare queste iniziative…), anche perché le condizioni ci sono davvero tutte: tredicesima appena giunta nelle tasche di coloro che possono ancora contare su un lavoro garantito, atmosfera natalizia che, si sa, rende tutti più buoni, catastrofe naturale (ma su questo argomento potrete rileggervi uno scritto presente su Peggio n° 0…) troppo grande per poter restare a guardare, e quindi una gran voglia di sciacquarsi la coscienza da parte di tutte la anime buone: basta versare un piccolo contributo in denaro. Senza contare che coloro sui quali questa catastrofe si è abbattuta sono anche degli arabi schifosi e tutti potenzialmente kamikaze e sgozzatori di occidentali, ma anche per questo un po’ di merdosa elemosina sarà la conferma, come già affermato dal Presidente del Consiglio italiano, che la civiltà occidentale è superiore a quella araba.

Banca Intesa, intanto, vede passare sui propri conti milioni di euro e, di sicuro, non avrà di che lamentarsi.

Altri milioni di euro sono quelli che Banca Intesa gestisce sui suoi conti e custodisce nelle sue casseforti: sono i soldi della fondazione “Regina Pacis”, facente capo alla curia leccese, che a San Foca gestisce l’omonimo centro di carcerazione per immigrati. Per versare contributi a favore di questa altra “caritatevole istituzione”, infatti, è possibile farlo mediante un conto corrente bancario di Banca Intesa. Non c’è che dire: una bella collaborazione tra due istituzioni benefiche!

Certo, questa collaborazione potrebbe suscitare un certo sospetto tra quanti hanno guardato oltre le celesti mura del Regina Pacis e si sono resi conto che quella praticata da questo e da tutti gli altri centri del genere non è accoglienza, come vogliono farci credere, bensì reclusione; non c’è dubbio che la stranezza del caso dovrebbe essere evidente anche a coloro che sui propri occhi continuano a tenere due spesse fette di prosciutto. Proprio non mi riesce di vedere come questo istituto di credito possa pretendere di apparire credibile, da un punto di vista etico – per quanto di etica si possa parlare di una banca –, presso i suoi clienti, quando da una parte si adopera per raccogliere fondi per i bambini africani che patiscono la fame e per le popolazioni rimaste senza più nulla, e poi quando quegli stessi bambini e quelle stesse genti tentano di raggiungere l’occidente per cercare semplicemente di continuare a vivere, lo stesso istituto che finge di aiutarli nel Paese d’origine, si rende in Italia partecipe e quindi complice della loro carcerazione e della loro espulsione, con conseguente ritorno alla fame ed al nulla della propria vita. È un cane che si morde la coda.

È evidente che tutto è solo parte di un meccanismo circolare che si riproduce all’infinito, senza soluzione di continuità. Unica soluzione, unico possibile tentativo di interrompere questo perverso meccanismo, è attaccarlo in uno qualunque dei suoi anelli, smascherandone l’ipocrisia di fondo con ogni mezzo si ritenga opportuno.

In questo senso, gli anonimi che hanno deciso di attaccare alcuni bancomat di Banca Intesa col fuoco, alcuni mesi fa, hanno sicuramente colpito nel segno.

 
 

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