Nella Patagonia argentina Benetton e il governo della provincia del Chubut preparano un nuovo sgombero; questa volta si tratta di 8 famiglie costituite per lo più da donne, bambini e anziani. L'obiettivo è quello di aggiungere un ettaro agli oltre 900.000 che il gruppo italiano possiede in Patagonia, per impiantarvi un’attività turistica approfittando della linea ferroviaria. Per portare avanti il progetto sia l'impresa che il governo provinciale considerano indispensabile espropriare la casa a più di 50 persone e smantellare la scuola numero 90 che istruisce e alimenta 18 di questi bambini, alcuni dei quali con seri problemi di denutrizione.
Questa è la storia di un nuovo sgombero che può ancora essere evitato.


Il treno della Patagonia
La Trochita, una delle linee ferroviarie più famose della Patagonia, è stata completata nel 1945. Per decenni è stata il principale mezzo di trasporto per le merci e gli animali della Argentine Southern Land Company, un agglomerato di estancias produttive inglesi donate dal governo argentino dopo il genocidio etnico conosciuto come "La Campaña del Desierto".
La gran parte del tracciato ferroviario e le stazioni erano collocate all’interno delle proprietà inglesi ed in un centinaio di piccoli paesi, movimentando fino a 6 treni al giorno. “La compagnia caricava lana e animali nei tanti punti lungo il tragitto” stando al racconto di Roberto Yanez, un ferroviere in pensione che ha visto nascere il treno. Negli anni 70, con l' arrivo dell' asfalto e dei camion, il trasporto ferroviario delle merci cominciò a declinare in Argentina. Durante gli anni 90, nel periodo menemista, la politica di privatizzazioni investì anche il trasporto pubblico e La Trochita finì in decadenza. La stessa politica menemista permise a Benetton di comprare a prezzi stracciati la Argentine Southern Land Company (d'ora in avanti la Compañía), divenendo di fatto padrone del 9% delle migliori terre della regione patagonica.
Oggi, dopo un decennio, il nuovo progetto turistico auspicato dal governo della provincia del Chubut consiste nel riabilitare il treno predisponendo un percorso guidato per la regione e, anche se i funzionari statali negano qualsiasi relazione con l'impresa italiana, una delle principali offerte del percorso turistico sarà la visita alle proprietà Benetton. Il progetto viene presentato come “un vero viaggio alle origini che parte dalla stazione Cabecera El Maitén fino a Leleque, in cui si potrà visitare il museo Leleque e degustare una tipica grigliata di carne della Patagonia nella tenuta della compagnia Benetton”.
Anche il museo è di proprietà Benetton. Nel servizio offerto dal treno, chiamato 'SCHE', per il passeggero è previsto un biglietto unico: treno, entrata al museo e pranzo nella estancia della multinazionale; facendo capire fino a che punto arriva l'integrazione tra gli interessi dello Stato e quelli dell'impresa. L'unica piccola difficoltà, un “impiccio” come lo chiama Miguel Mateo coordinatore generale del progetto, sono i circa 50 bambini che con le loro madri vivono nella stazione ferroviaria di Leleque e la scuola che frequentano insieme ai figli di coloro che lavorano per Benetton.

La stazione
In tutte le stazioni della linea de La Trochita ci sono delle case, assegnate in passato agli addetti alla ferrovia. Dopo la chiusura della linea ferroviaria, lì sono rimasti alcuni impiegati, in gran parte in pensione, e lavoratori agricoli senza dimora che si installarono in queste abitazioni dopo aver ricevuto l'autorizzazione dalla società ferroviaria. A spingerli in quella zona è stata soprattutto la vicinanza con la scuola. Per tutta la metà del ventesimo secolo la stazione di Leleque ha sognato di diventare una cittadina, con servizi quali la posta, un posto di polizia e una strada asfaltata vera e propria. Don Yanez, 74 anni di età di cui 40 passati a Leleque, racconta: “qui era bello, non c'erano problemi, non c’erano furti. I Serquis avevano un bar proprio dove ora c’è il museo e si riempiva di gente. Era una meraviglia, c'era abbastanza gente, con famiglie anche numerose ed è per questo che è stata aperta la piccola scuola. Chiunque camminava come un padrone, andava per i campi, cacciava qualche animale, raccoglieva uova di struzzo. Una volta dissero addirittura che la zona sarebbe divenuta una riserva indigena, ma alla fine non se ne fece nulla”.
Con la chiusura della linea ferroviaria e l'arrivo in zona dei nuovi padroni, tutto cambiò e, a detta di tutti i vecchi abitanti, per il peggio. Laura, impiegata della Compañía da 40 anni e profonda conoscitrice della zona, ci spiega che “Benetton appena arrivato licenziò molta gente. Se prima c’erano 250 lavoratori, adesso il numero non arriva a 100 nell’intera estancia Leleque”. Oltre a ciò, si presero nuove terre; Laura spiega: “la strada per il fiume Chubut, che è una strada comunitaria, non dovrebbe essere chiusa. Ci sono cancellate a chiave, per entrare devi chiedere loro il permesso e non si può pescare più del consentito perché non te lo permettono. In fondo alla strada vivono delle famiglie, ma non possono uscire da lì, devono fare 90 chilometri in più”.
Anche la vecchia stazione di Leleque ha subito dei cambiamenti. Don Yanez si lamenta: “adesso siamo intrappolati e possiamo uscire solo da un lato, perché da anni le vecchie strade comunitarie sono state incorporate dalle proprietà Benetton. Leleque è rimasta un’isola di un ettaro nel mezzo di un mare di recinzioni, nemmeno si può transitare per le vecchie vie provinciali”. I problemi con la multinazionale sono frequenti. Don Yanez è stato protagonista di alcuni di questi. “Una volta sono stato attaccato dall' amministratore. Mi chiese perché gli stessi occupando il campo. Io gli risposi che non stavo occupando nessun campo, che lavoro questo terreno da 40 anni. Non successe nulla ma mi rimproverò ugualmente. Io avevo solo un ramo e lui aveva le guardie del corpo”.
Da 3 anni l'ostilità degli amministratori della estancia, agli ordini di un responsabile non casualmente di nome Ronald MacDonalds, s’è trasformata in un progetto concreto. Le intenzioni della Compañía sono di sgomberare le case, smantellare la stazione e spostare il tutto sul retro del museo, affinché si completi il percorso turistico. Ma il progetto è paralizzato per via di un ricorso per il quale la stazione è stata dichiarata “patrimonio provinciale”. Tuttavia la minaccia di sgombero sta rovinando la vita degli abitanti del luogo. Lo Stato, al solito, s’è assunto l’incarico di fare “il lavoro sporco”, di togliere gli abitanti dal luogo in cui vivono.

Gli sgomberati di sempre
E’ sufficiente una rapida occhiata ai cognomi delle famiglie minacciate per farsi un’idea della situazione: Nahuelquir, Curiñanco, Antieco, Quilaqueo. Tutti cognomi originari del popolo Mapuche, indigeni strappati alle loro terre e costretti a lavorare per un salario da fame affinché i loro sfruttatori continuino ad arricchirsi.
La situazione sociale nella zona è critica. Le case non hanno acqua potabile, per recuperarla bisogna scavalcare una recinzione di Benetton e andare con le taniche fino ad un ruscello che d’estate diventa secco. Non c’è gas, mentre la caccia e la raccolta delle uova di struzzo sono regolate dal capriccio della Compañía. Non c’è nemmeno un presidio sanitario perché la Compañía non vuole. Molti abitanti segnalano che la guardia medica aveva parlato con MacDonalds, ma lui non ha dato l'approvazione. Il medico, quindi, viene una sola volta al mese, quando “già tutto il mondo è guarito. Il mese scorso tutti i bambini avevano la tosse, ma quando è arrivato stavano già tutti bene”. Nonostante questa “disattenzione”, o forse grazie ad essa, tutte le donne del luogo ricevono gratuitamente il DIU, dispositivo intrauterino che impedisce che possano restare di nuovo incinte.
Silvana Vazquez è la direttrice e una delle maestre della scuola numero 90 di Leleque. Gli alunni, divisi in due piccole classi, ricevono tutti i giorni un pasto caldo e una educazione che permette loro di terminare le scuole dell’obbligo. Silvana racconta con angoscia le peripezie che stanno vivendo gli alunni e il personale della scuola. “Sono 2 o 3 anni che non possiamo più portare avanti i nostri progetti. Vogliamo fare un orto biologico e piantare alberi, ma viviamo sempre sotto la minaccia di dovercene andare. E' una situazione stressante, nonostante il luogo sia tranquillo, perché non sappiamo cosa potrà accadere il prossimo anno. Fanno delle pressioni direttamente sulle famiglie, sulle madri che vivono in casa con i loro figli. Vanno di casa in casa, ma nella scuola non sono mai venuti. In ogni casa danno una notizia diversa. Queste pressioni vengono fatte direttamente dal personale della Compañía.”
Una delle principali promesse che gli abitanti di Leleque hanno ricevuto da parte dello Stato è la consegna di case e terreni a Esquel o a El Maitén, a basso costo o attraverso dei crediti emessi dallo Stato stesso. A Patricia, che ha 6 figli, hanno detto che “ci avrebbero fatto una casa a basso costo a Esquel. Che dobbiamo trovare il terreno e che loro poi si fanno carico dei materiali”. A Norma e ai suoi 9 figli hanno offerto un’altra soluzione. Racconta che le hanno chiesto “se abbiamo un altro posto dove andare o se potevamo trovarne uno, perché vogliono sistemare questa zona per le attività turistiche”. A Dona Candelaria, una pensionata ferroviaria di 87 anni, hanno promesso prima una casa a Esquel, da lei rifiutata perché “vivere in quella città sarebbe come essere detenuta”, e allora le hanno suggerito che forse sarebbe potuta rimanere lì. Ma al suo vicino, Don Yanez, hanno detto che “sarà difficile che la vecchietta che vive qui a lato potrà rimanere”. Così è stato con tutte le famiglie.
Le tante promesse non sono mai state mantenute, nonostante la minaccia di sgombero divenisse giorno dopo giorno più concreta. “Vogliamo fare il trasloco prima dell'estate” spiega diligentemente il funzionario della compagnia ferroviaria, come se si trattasse di un semplice spostamento di oggetti. Sul finire di agosto, per aumentare la pressione, è arrivata una circolare che soddisfa una vecchia aspirazione degli amministratori della Compañía: la proibizione di tenere animali, dal bestiame fino ai cani e le galline, una delle
poche forme di sussistenza che hanno gli abitanti del luogo.
Le pressioni sono continuate tentando di convincere i ragazzi della scuola, proponendo addirittura di portarli in centri d'accoglienza della zona. Patricia racconta: “quando è venuto Don Matteo mi ha chiesto se avevo ritirato i libretti dei ragazzi, lui voleva toglierli dalla scuola ma io non glieli diedi”. Lo stesso funzionario ha redatto richieste di terreni a El Maitén e Esquel, a nome della sua famiglia, per accelerare i trasferimenti. In merito Miguel Mateo si giustifica: “ho fatto la richiesta come un favore, perché lei l’aveva chiesto ma ancora l'aveva fatta. Le ho detto di leggerla e di tenersi una copia”. Patricia invece afferma: “ha voluto che firmassimo delle carte, però io non ne ho firmata nessuna, perché non so leggere”.


Il vecchio mestiere di resistere

Da poco, e con la minaccia dello sgombero sempre più imminente, gli abitanti hanno iniziato a organizzarsi. Patricia ci racconta che “il funzionario della compagnia ferroviaria prima andava di casa in casa e noi non sapevamo cosa diceva agli altri, non ci riceveva mai insieme; adesso c’è più unione e ne parliamo tra tutti noi”.
Uno degli esempi che portano gli abitanti è quello della stazione di Nahuelpan, che sta sulla stessa tratta ferroviaria, dove arrivano quasi 12.000 turisti l’anno. A differenza della stazione Leleque, quella di Nahuelpan è all' interno di una comunità Mapuche e le case della vecchia stazione sono stare ristrutturate dal comune. Dal momento che lì non ci sono interessi di Benetton, i poveri sembrano non dare fastidio. La gran parte di essi vendono torte fritte, organizzano cavalcate e vendono artigianato Mapuche ai turisti. Humberto Prane, uno dei Tehuelche che vive a Nahuelpan, ci racconta che tutte le volte che passa il treno guadagna tra i 40 e gli 80 pesos, e che la maggior parte delle volte la domanda finisce per essere superiore all'offerta di pane e torte che cucina a casa sua.
Patricia vede le cose in modo diverso. Si rammarica: “per loro o non serviamo a nulla o non abbiamo alcuna capacità”. Però tutte loro, dalla più giovane fino a Dona Candelaria, sono esperte come qualsiasi altra donna Mapuche sia nella tessitura che nella cucina, attività dalle quali si potrebbe trarre guadagno in campo turistico”. Anche i bambini di Leleque hanno molto da dire. La maestra racconta: “arrivò a scuola un progetto del ministero dell’educazione in collaborazione con le poste, per il quale i bambini dovevano scrivere lettere con il francobollo già affrancato dalle poste. Abbiamo fatto un lavoro con gli alunni del terzo ciclo e loro hanno inviato lettere a tutti i giornali del paese nella quali si lamentano della penosa situazione in cui vivono, affermano che vogliono restare e che non vogliono che si chiuda la scuola”. Perfino coloro che lavorano per Benetton sono scontenti della situazione. Laura ci conferma: “non è solo la compagnia ferroviaria a voler sgomberare la gente. E’ che non vogliono lasciare gente estranea alla Compañía”.

Il vecchio mestiere di sgomberare
I tramonti a Leleque, tra le colline e l'orizzonte recintato da Benetton, sono uno spettacolo imponente. Il vento fa volare le foglie degli alberi, mentre tutto si tinge di dorato, e si ascoltano le risa dei bambini che giocano a calcio dentro il perimetro della stazione. E' uno spettacolo patagonico. Inospitale, ma con tutto il fascino che solo questa natura può dare. E' una vita così tranquilla che una visita o qualsiasi fatto fuori dalla consuetudine si trasforma in una notizia di cui si parla per molto tempo, entrando a far parte della serie di aneddoti che, condividendo un mate amaro, raccontano gli abitanti del luogo. Di notte il silenzio solo viene interrotto dal crepitare della legna nelle stufe e dal latrato dei cani che da lontano difendono le pecore dalle volpi in cerca di cibo.
Benetton, per il fatto di smantellare questo luogo, non può togliere il sorriso ad un pugno di bambini, non ha alcun diritto di appropriarsi di un centimetro in più. Questa sopraffazione sarebbe solo l’ultima di una serie d’ingiustizie che ormai si succedono da oltre 100 anni e che l'arrivo di nuovi re della Patagonia non ha fatto altro che ravvivare. L'acquisto di un’intera provincia, lo sgombero dei Curiñanco nel 2002, la chiusura e la deviazione del corso di alcuni fiumi e strade comunitarie, la recinzione di terre e riserve indigene, sono solo i precedenti di questo nuovo caso, forse il più grande e il più auspicato da parte dello Stato negli ultimi anni.

 
 

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