Tutte le conquiste sociali sono state strappate con la lotta, e con la lotta difese.

Il potere del governo e dei padroni è sempre il risultato di un rapporto di forza. Le leggi, il diritto non fanno altro che formalizzare questo rapporto di forza. Quando l’offensiva degli sfruttati è minacciosa, le classi dominanti rispondono in due modi: con la polizia e con le riforme. Quando la resistenza dei subalterni cala, i dirigenti si prendono quello che avevano dovuto concedere, mostrando ai recalcitranti la polizia.

Partire dalle leggi e non dalle lotte è affrontare il problema al contrario. Di più, è illudere i lavoratori che la loro emancipazione dal lavoro possa avvenire dall’alto, per decreto. È sottrargli lo strumento per ogni conquista reale: l’azione diretta.

Non c’è dubbio che la modifica dell’art. 18 peggiora le condizioni di lavoro e di vita. Non c’è dubbio che questo referendum, il quale si prefigge di difendere e di allargare l’applicazione appunto dell’art. 18, è osteggiato da quasi tutti i partiti (compresi quelli della sinistra moderata, di un’ipocrisia davvero esemplare) e dalla confindustria. Ma ragioniamo un po’ più a fondo. L’iniziativa referendaria è sostenuta da quella stessa CGIL che – dalla scala mobile al lavoro interinale – è responsabile diretta degli attacchi padronali che il referendum vorrebbe arginare. Un’eventuale vittoria del sì darebbe ancora più credibilità al collaborazionismo sindacale. I contenuti con cui si è propagandato il referendum lo confermano: la vittoria del sì, ci dicono, difenderebbe allo stesso tempo operai e imprenditori e rilancerebbe l’economia. Insomma, proprio quel meraviglioso programma di cogestione delle imprese tra padroni e sindacato che ci ha portati alla situazione attuale.

Intanto votiamo, e poi rilanciamo le lotte – ci si potrebbe rispondere, in nome di quel realismo senza il quale non si fa politica. Anarchici, crediamo invece che la nostra forza sia la coerenza tra i mezzi e i fini, perché senza il rifiuto del legalismo e della delega nessun cambiamento reale è possibile. Lo Stato non è affatto un mediatore tra lavoratori ed imprenditori a cui rivolgere richieste popolari, bensì il braccio armato dei capitalisti. Le vittorie che rinforzano la fiducia nelle istituzioni sono frutti avvelenati, in quanto allontanano l’autorganizzazione e l’offensiva degli sfruttati.

Di fronte a condizioni di vita sempre più disastrose (con o senza art. 18), preferiamo, alla rivendicazione legale dei diritti, la soddisfazione diretta dei bisogni. Prendersi le case, autoridursi o interrompere il pagamento di affitti, bollette, biglietti di trasporto, mense, ecc, sono mezzi per farsi ricattare e sfruttare meno e cominciare a cospirare – cioè a respirare insieme – di più. Si tratta di mettere in discussione un’intera organizzazione sociale basata sul profitto e sulla distruzione della Terra, di reiventarsi gli spazi e l’attività. È forse un percorso lungo, ma le presunte scorciatoie portano da tutt’altra parte, sulla strada maestra dell’esistente, dei suoi fini e dei suoi valori.

Gli appuntamenti segreti tra le generazioni, mescolando idee e pratiche lontane, hanno fornito splendide armi agli insorti di tutti i tempi.

Spesso non si colgono le possibilità del presente perché non si conoscono i fatti del passato. La storia del movimento operaio e rivoluzionario offre mille esempi di lotte che hanno scavalcato ogni illusione legalitaria. Vi invitiamo a conoscere e discutere alcune di queste esperienze.

***Giovedì 19 giugno 2003 incontro/discussione su "L’esperienza dei Consigli operai -* una sfida contro Stato e padroni*** " ** -** al Bocciodromo occupato - Rovereto</strong>

 
 

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