In fondo ci ricaschiamo ogni volta, un po’ stupidamente.

Eppure li conosciamo bene, questi avvoltoi molesti, da tempo ormai non dovremmo più nutrire una seppur piccola speranza di trovare nelle loro parole e nel loro agire la dignità, il coraggio, la coerenza, la capacità di mettersi in gioco. Insomma, non proprio dei compagni, troppo distanti i nostri sogni dalle loro mire, ma, quantomeno, dei dignitosi avversari, delle persone che chiaramente hanno scelto da che parte stare, senza giochi squallidi con cui tentare di ingannare chi è ancora capace di emozionarsi, di indignarsi, di guardare senza troppi filtri ideologici la realtà orrenda e onnivora che ci circonda tutti, e trova in sé la forza del desiderio di fare qualcosa, e magari, nella ricerca di compagni di lotta, si imbatte proprio in loro, nelle tute bianche, nei centri sociali del nord-est, nell’associazione ya basta, nel leoncavallo, in un’altra tra la miriade di proteiformi sigle con cui queste persone tentano di camuffarsi e di irretire consensi.

Però noi no, noi, che peraltro amiamo ancora definirci anarchici – e sussultiamo quando i giornalisti si permettono di fare dei distinguo anche in questo, discettando su chi lo è veramente e chi no – non ci riteniamo così ingenui, e guardiamo con distacco al “popolo di Seattle”, troppo scoperto ci pare il meccanismo di una lotta e di un metodo (che pure ci ha interessato, ed entusiasmato, anche) che offre così largamente il fianco alla strumentalizzazione, all’attacco repressivo, ma soprattutto alla banalizzazione mediatica ed alla spettacolarizzazione più squallida, e quindi alla sua sostanziale resa all’inoffensivo gioco delle parti. Noi avevamo scelto di non far parte di quel “popolo”, il cui solo battesimo giornalistico ci disgusta, rifiutandoci di farci inglobare in un qualsivoglia gruppo o sottogruppo, rischiando anche – non solo per questa scelta, per carità – di chiuderci in una fortezza la cui connotazione ideologicamente pura fosse capace di preservarci, oltre che dallo sporcarci troppo le mani e le coscienze, anche dalle nostre frustrazioni e dalle nostre mancanze. Ci siamo chiamati fuori con la pretesa di essere dentro ad altro, di ben più significativo, importante, nostro. Purtroppo non è sempre così. Comunque, ci siamo chiamati fuori di lì, con la presunzione, che continuiamo a ritenere fondata, di stare troppo stretti lì dentro, forti anche di alcune esperienze che ci hanno coinvolto direttamente, e che ci hanno deluso.

Eppure, eccoci di nuovo a sorprenderci. Per due motivi, diversissimi tra loro e che diversissime reazioni, per quanto sempre di sorpresa, hanno suscitato in noi.

Per prima cosa, i compagni a Genova, la loro vitalità, le loro capacità, il loro numero, anche. Ci riferiamo, per chiarezza e in considerazione del fatto che anche noi abbiamo conosciuto questi avvenimenti soprattutto attraverso il filtro giornalistico, al cosiddetto black bloc. Ci siamo stupiti, in fondo, che dei compagni fossero riusciti a trovare così ampi spazi di azione in un contesto che sapevamo dominato dal doppio controllo esercitato sul territorio, dalla polizia da un lato, dalle forze della contestazione organizzata dall’altro, nemiche l’una e le altre (e nel caso degli “antiglobalizzatori” ci riferiamo ai “responsabili”, ai promotori, ai vari “quartieri generali”, ai servizi d’ordine, non certo ai singoli manifestanti, tra i quali crediamo ci fossero molti, vestiti del colore preferito, quale esso fosse, che ritenevano di non dover necessariamente essere rappresentati da chi si era autoproclamato leader dell’anima buona della protesta e quindi in diritto-dovere di epurare i cortei da presenze non gradite).

Ma spesso gli anarchici sono cattivi profeti, fortunatamente.

Ci siamo stupiti e abbiamo immediatamente amato quei compagni, anche se permanevano, permangono tuttora in noi delle perplessità, delle distanze, non tanto di metodo, quanto piuttosto di interessi diversi, di prospettive che divergono, ma che in ogni caso non ci consentono di non considerarli compagni nostri. Quello che infatti nessuno dice è che a Genova si è manifestato il conflitto di classe, che si esprime anche in queste forme: l’attacco degli sfruttati alle strutture del capitale e ai gendarmi che lo difendono. Tutte le incarnazioni dello sfruttamento ci fanno schifo sul serio, non simbolicamente, non democraticamente. La guerra sociale non è una nostra invenzione.

Il secondo motivo di sorpresa: le reazioni delle tute bianche. Inutile allargare il discorso, che il genova social forum nel suo complesso si sia espresso come ha fatto è assolutamente conseguente alla sua stessa natura e ragione d’essere. In realtà – e questo è motivo di sorpresa per la nostra sorpresa – anche ciò che hanno detto e fatto gli imbianchini di casa nostra, o di poco più in là, è perfettamente congruente con quello che sono, e che abbiamo ben imparato a conoscere negli anni, quando non usavano certi travestimenti, ma altri che hanno ingannato anche noi, quando, per nostra ingenuità e superficialità, siamo riusciti a considerarli dei lontani compagni di lotta, frastornati da un linguaggio che sentivamo, senza dubbio – ripeto – per nostra stupidità, come meno oltraggioso di quello che non immaginavamo sarebbe diventato poi, con i suoi richiami all’autonomia, alla lotta di classe, ci sembravano persino ironici, anche se non avevamo compreso bene che la direzione di quell’ironia era diametralmente opposta a quella che sarebbe stata auspicabile. Ora i giochi si sono fatti più chiari, le loro capacità politiche si sono affinate (sempre ad un livello di estrema miseria culturale, ma non possiamo scordare che tutto lo scenario politico ha subìto un feroce abbassamento intellettuale, con la società tutta che arranca nella sua magnificente ignoranza informatizzata), i loro nomi sono apparsi inequivocabilmente ad affiancare quello dei nemici di classe: eppure, in tutto questo, gioca ancora un qualche ruolo una componente antagonista, tirata fuori ad arte nei momenti più opportuni, o comunque ritenuti tali, come una provocazione da neo-avanguardia fuori tempo massimo, o un residuo di adrenalina risalente a quando — ragazzini, in fondo, quando tutti ci si sente un po’ anarchici … — giocavano agli scontri con la polizia, pratica che peraltro continua a riscuotere una certa simpatia. Certo, noi ricordiamo che all’epoca non usavano bardature e formazioni a testuggine (ma lo hanno fatto veramente o è una folkloristica invenzione dei giornalisti? ce lo chiediamo ancora) e amenità del genere, ma gli accordi con la digos erano già pratica di piazza ricorrente e nota.

Ora, perché stupirci se il loro portavoce si dissocia dalle violenze del black bloc, prima, per poi ritrattare e pubblicamente indignarsi per la repressione che colpisce a morte?

Perché credere che non avrebbero approfittato di questa occasione? Un compagno è morto, ucciso da un carabiniere. Un compagno ha messo in gioco sé stesso, mentre gli avvoltoi squallidamente chiedevano che la repressione non colpisse il loro corteo di bravi e corretti disobbedienti, ma che si rivolgesse altrove, contro chi non rispetta le regole. Non appena questo è accaduto, l’indignazione ipocrita e comoda e dalla memoria più corta del mondo esplode fiammeggiando dagli occhi del capo panciuto degli imbianchini che subodora l’occasione che un martire, pure nemico fino al momento in cui la pallottola assassina non l’ha colpito (non sarebbe stato sufficiente arrestarlo e bastonarlo democraticamente in caserma?), gli offre.

Ma l’unica cosa veramente sorprendente rimane la nostra sorpresa di fronte a tutto questo. È forse necessario ricordare le altre occasioni in cui abbiamo avuto modo di conoscerli nella loro intima essenza? Quando ci hanno picchiato “scambiandoci” per fascisti, quando ci hanno fatto credere di possedere la determinazione di oltrepassare la soglia che li rende graditi a vicesindaci-senatori-consiglieri-società civile? Quando si sono volutamente resi responsabili dell’attacco poliziesco contro i loro stessi compagni (ammesso che si chiamino così tra di loro) per ottenere udienza dal ministro degli interni? Quando hanno indetto o supportato manifestazioni forcaiole (contro cattivoni fascisti razzisti picchiatori leghisti attentatori dell’unità nazionale, per carità che gentaglia) invocando durezza da parte della giustizia di Stato? Quando si sono candidati alle elezioni? Quando si sono alleati agli alleati di Haider? Che cosa ancora è necessario, per aprire gli occhi?

 
 

Il sito guerrasociale.org non è più attivo da molto tempo. In queste pagine sono stati raccolti e archiviati in maniera pressoché automatica tutti i testi pubblicati. Attenzione: gli indirizzi (caselle postali, spazi occupati, centri di documentazione, email, ecc.) sono quelli riportati nella pubblicazione originale. Non se ne garantisce quindi in nessun modo l'accuratezza.