È tornata la guerra e — saremo considerati estremamente cinici per questo — non ce ne stupiamo affatto. Non ce ne stupiamo perché sappiamo benissimo a cosa mirano gli Stati: dominare, controllare, sfruttare territori e persone. E per raggiungere questi obbiettivi ogni strumento è buono, massacri compresi. Chi comanda non si fa impressionare dal fatto che a crepare per le sue scelte e per i suoi interessi sia la gente comune.

In questo momento l’opposizione alla guerra si fa sentire in vari modi, tutti, comunque, sintomo di un profondo disgusto per i massacri voluti dai potenti di turno. Ma oltre alle fiaccolate e alle tende per la pace ci sono stati episodi degni di nota. Varie strutture e edifici del potere — municipi, sedi di partito, negozi di catene multinazionali — sono stati bersagliati, alla fine di alcune manifestazioni, dai più svariati oggetti (verdura, vernice, uova, sassi, etc.) e di meno svariati ma comunque efficaci liquidi infiammabili durante le tiepide notti primaverili.

Sono più o meno cinquanta le azioni, a quanto ci dice la stampa, che hanno riscaldato il clima italico da quando è iniziata la guerra. Non sappiamo con esattezza il numero, che è alquanto relativo. Non ci interessa neanche fare differenze tra azioni notturne e contestazioni, più o meno forti, diurne. Tutti i fatti di questo ultimo mese si inseriscono, secondo noi, in un unico quadro: non certamente quello dell*’allarme terrorismo* ma in un contesto molto più ampio di mobilitazione contro i diretti responsabili della guerra.

Quello che hanno ottenuto le BR facendo fuori D’Antona è stato il ridurre il conflitto sociale, anche se minimo comunque reale, ad uno scontro fittizio, a mero spettacolo.

A nostro avviso la scelta totalizzante della lotta armata come dimensione specialistica e separata riduce la complessità dello scontro sociale ad una faida tra bande, restando comunque su di un terreno che lo Stato riesce poi sempre a gestire con profitto. Indipendentemente dalle intenzioni e dall’ardore rivoluzionario dei singoli individui, noi cogliamo in questo tipo di lotta armata i germi del recupero. Non solo e non tanto nel senso della cannibalizzazione poliziesca, ma nella riduzione, lo ripetiamo, assolutamente funzionale al potere della rivoluzione ad una mera questione militare.

A ciò noi opponiamo quella che consideriamo vera lotta, lotta che attraversa la totalità e non si lascia ridurre al solo confronto armato. L’uso delle armi, molto spesso, è una prosecuzione della politica con altri metodi.

Ci sembra chiara l’intenzione degli organi di informazione, da una parte, di ridurre le azioni di questi ultimi mesi ad un piano militare, affibbiandone la responsabilità a pochi specialisti dello scontro; degli organi repressivi dello Stato, dall’altra, di eliminare quelle realtà più attive nelle mobilitazioni contro la guerra.

Da quanto siamo riusciti a cogliere ci pare, invece, data la diffusione sul territorio e la scarsità di rivendicazioni da parte di organizzazioni specifiche, di essere di fronte ad un fenomeno interessante di rivolta in ordine sparso che nulla ha che vedere con lo specialismo lottarmatista di alcuni. È proprio nell’anonimato che ogni calcolo politico scompare per lasciar posto alle mille tensioni e vibrazioni individuali, e alla loro possibilità di incontrarsi, unirsi, abbandonandovisi. A chi non ha merci da vendere nulla servono le insegne luminose.

Ciò che più ci preme in questo momento è contribuire alla lotta contro la guerra in corso e contro la pace di tutti i giorni. Quella pace fatta di imposizioni e soprusi che prepara le guerre . Eliminare dalla faccia della terra padroni e politici, ecco ciò che realmente conta: eliminarli per riprenderci il nostro tempo, con una lotta che ci cambi la vita, che distrugga un mondo vecchio, noioso, insensato e intollerabile. Che sia una lotta fatta di occupazioni e di parole, di amore e di saccheggi, di pugnali e di passione, di scioperi selvaggi e di vita: che sia una guerra sociale.

*s**cintille alla ricerca di polveriere***

MARZO 1999

26, Roma: Manifestazione termina in scontri con la polizia davanti la sede Onu di piazza San Marco, i manifestanti tentavano di assaltare la sede dei Ds. Contemporaneamente, in un’altra zona, sono state distrutte le vetrine di Planet Hollywood ed un’auto della polizia.

27, Roma: Molotov contro una sezione Ds.

APRILE 1999

1, Pisa: Occupata sede dei Democratici di sinistra.

2, Aviano (PN): Incendiata l’auto di due dipendenti della base.

3, Brescia: Occupata sede dei Ds.

8, Trieste: Lanciato nel pomeriggio un fumogeno all’interno della sede dei Ds.

10, Bergamo: Uova contro la sede Ds durante una manifestazione.

11, Aviano (PN): Bruciata la macchina di un dipendente NATO.

Varese: Occupata la Camera del lavoro, per chiamare i lavoratori allo sciopero contro la guerra.

16, Roma: Colpite tre sezioni dei Ds.

17, Verona: Doppio attentato, nella notte, a due sedi dei Ds.

Viterbo: 40 aderenti al «Comitato anti-imperialista contro la guerra» occupano e devastano una sede Ds.

20, Cremona: Occupata la sede Ds.

Roma: Tre azioni incendiarie contro la multinazionale Blockbuster.

Trovate lattine di Coca-Cola contenenti lombrichi con etichetta “a morte gli USA”. Lattine contraffatte sono state sequestrate a Roma, Firenze, Ascoli e Perugia.

21, Milano: Pietre e scritte contro la sede Ds.

22, Milano: Cinque negozi della catena Blockbuster attaccati nella notte.

A Terni e a Torino telefonate anonime annunciano ordigni all’interno di Blockbuster.

24, San Benedetto del Tronto: 30 appartenenti a un centro sociale occupano la sede della Quercia.

25, Milano: Distrutte le vetrine di una sede Ds.

28, Roma: Bomba incendiaria alla sezione Ds «La Rustica».

MAGGIO 1999

1, Genova: Sassi e altri oggetti contro una sede Ds. Protesta di un gruppo di persone alla festa de l’Unità in presenza del sindaco e di altri politici.

5, Roma: Danneggiata da un ordigno una sede dei Ds.

6, Roma: Gruppo di donne occupa il Ministero della Difesa.

7, Roma: Danneggiato un Blockbuster.

9, Parma: Tre molotov contro altrettante sedi Ds.

11, Roma: A fuoco un portone di una sede Ds.

Milano: Incendiati i portoni di due sedi Ds ed uno della CGIL.

13, Firenze: Occupata sede Ds.

22, Bologna: Appiccato il fuoco alla sede Ds di via Giambologna.

22, Trieste: Molotov contro il portone del nucleo rastrellatori dell’Esercito Italiano.

Verona: Dopo esser saliti su un palazzo in restauro del centro alcuni anarchici stendono dall’impalcatura uno striscione lungo 25 metri, mentre nella piazza sottostante autorità e militari sfilano in parata.

23, Bologna: Ignoti appiccano il fuoco, servendosi di giornali e di alcuni litri di nafta, alla sezione Ds di Ozzano Emilia.

24, Roma: Bruciata l’auto di Bobo Craxi parcheggiata a Saxa Rubra mentre partecipava ad una tribuna elettorale.

Operazioni bancarie relative a esportazioni di armi dall’Italia (in miliardi di lire)

1995

1996

1997

Totale

Banca Commerciale Italiana

266.2

794.5

559.6

1620.4

Istituto San Paolo di Torino

107.2

440.1

316.1

863.4

Credito Italiano

114.5

100.3

189.4

404.3

BNL

220.5

92.7

62.3

375.5

Monte dei Paschi di Siena

5.5

34.6

190.0

230.1

Barclays Bank Plc

224.5

224.5

Banca di Roma

23.5

74.0

126.3

223.9

Banca Nazionale dell’Agricoltura

202.6

20.5

223.2

Cariplo

10.5

28.1

10.7

49.4

Cassa di Risparmio di La Spezia

2.7

0.5

35.9

39.2

Banca Popolare di Bergamo – Credito Varesino

10.9

8.0

0.9

19.9

Credito Emiliano

19.0

19.0

Banca Popolare di Novara

13.0

0.6

13.5

Arab Banking Corporation

11.7

11.7

Banca Popolare di Lodi

7.1

2.5

9.7

Banca Popolare di Brescia

4.9

4.9

Cassa di Risparmio di Torino

4.4

4.4

Cassa di Risparmio di Firenze

3.8

3.8

Banco di Chiavari e della Riviera Ligure

1.0

2.6

3.6

perché non andremo ad aviano

L’idea di entrare nella base USAF di Aviano e di bloccare la partenza degli aerei ci piace, ma alla manifestazione del 6 giugno non ci saremo.

Non ci saremo perché Aviano viene considerato il luogo simbolo della guerra e a forza di indicare luoghi simbolo si tende a deresponsabilizzare tutte quelle organizzazioni, quelle persone e quelle strutture invischiate nella guerra. Strutture diffuse ovunque e su cui non si punta mai l’indice.

Non ci saremo, quindi, anche perché se la manifestazione riuscisse come vorrebbero gli organizzatori, se venisse cioè bloccata la partenza degli aerei grazie all’occupazione temporanea delle piste, lo considereremmo comunque non una vittoria ma un passo indietro rispetto ad una reale autorganizzazione della lotta in corso.

Ci teniamo a sottolineare che il nostro non è un rifiuto ideologico ma una scelta lucida anche perché, oltre ai motivi sopra esposti sappiamo fin troppo bene come si muovono le tute bianche e i dirigenti del Melting dei Centri sociali del Nordest: l’esperienza del 24 ottobre a Trieste dello scorso anno ne è un esempio. In quel caso la pantomima aveva per oggetto il centro-lager per immigrati del porto vecchio. A differenza di quanto dettoci in precedenza — voler entrare nella struttura e liberare gli immigrati rinchiusi — le tute bianche si sono prese gioco di chi ha partecipato a quella iniziativa sapendo di questa intenzione. La polizia in quell’occasione ha caricato in seguito al tentativo da parte delle tute bianche di sfondare il cordone degli sbirri. Senza nessun pudore è stato fatto circolare poi su internet un comunicato in cui dichiaravano di averlo fatto apposta, a mo’ di pubblicità: è evidente che il Melting non propone, quindi, una reale liberazione ma è una struttura partitica inserita nello squallore dello spettacolo e della politica. Poco importa se giocano a fare i duri con caschi e scudi, non è questo che li fa meno socialdemocratici.

Non siamo interessati alla carriera politica di questi figuri, tantomeno siamo intenzionati ad aiutarli nella loro affannosa ricerca di qualche spazio istituzionale. Per cui i nostri rapporti con loro possono limitarsi esclusivamente nello spazio che ci consente la considerazione di quello che sono: arrivisti che fanno i loro sporchi giochi sulla pelle di altri individui.

Trieste, 28 maggio 1999

Della complicata questione dei Balcani si parla molto. Ogni giorno pagine e pagine di quotidiani si riempiono di cronache, resoconti giornalistici, opinioni. Tuttavia non dicono nulla, non vogliono dire nulla. Qui noi non vogliamo unirci allo spettacolo delle parole dicendo la nostra sulla guerra in corso. Di fronte all’atroce massacro in atto la nostra volontà è un’altra: attaccare i responsabili.

Siamo ben coscienti che per fare questo è necessario avere degli adeguati strumenti di analisi, ma le assemblee e i dibattiti possono diventare paraventi ideologici per mettersi a posto con la coscienza.

L’analisi teorica, invece, ha un senso solo se finalizzata all’azione, a colpire con maggiore determinazione e lucidità il nemico di classe.

Le grandi adunate attorno alle cattedrali del dominio, i presidi caratterizzati da un puro dissenso verbale, le occupazioni simboliche sono manifestazioni che diventano parodia, parole al vento tollerate e accettate dal baraccone democratico delle opinioni.

A meno che non si intenda schierarsi dalla parte dei potenti non ci sono molte alternative per chi vuole opporsi ai progetti economici e politici internazionali: colpire chi il massacro lo vuole e lo sostiene.

Solo chi non vuole vedere non si accorge che ovunque — in ogni città, in ogni paese — ci sono strutture e persone responsabili della guerra in corso.

 
 

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