Pensierini sulla città

(e sulla storia)

“Il progresso non distrugge mai così a fondo come quando costruisce.”

Gomez Dàvila

La frase di Gomez Dàvila contiene una profonda verità.

Ciò che rimane delle città – centri storici, muri di pietra, vicoli, strade e piazze che ancora pullulano di vita – non può essere compiutamente cancellato con la semplice demolizione. L’opera di distruzione è completa quando le tracce sensibili di ciò che è stato, e quindi di ciò che può essere, scompaiono per lasciare spazio a costruzioni nuove in acciaio e cemento: banche, centri commerciali, orripilanti condomìni.

Solo allora il colpo alla memoria storica – non quella mummificata delle commemorazioni, ma quella vissuta con i sensi e con i sogni – è davvero fatale.

L’esperienza storica, così come il pensiero critico, ha bisogno di confrontare contesti, epoche, modi di vivere. Per questo la guerra che il Progresso muove al passato non si accontenta di produrre rovine: vuole proiettare retrospettivamente il proprio deserto urbanizzato. “Non riesco a ricordare cosa ci fosse prima di questo centro commerciale...”.

Se, come ha scritto Mike Davis, l’urbanistica è la continuazione nello spazio della lotta di classe, basta un colpo d’occhio agli attuali ectoplasmi urbani per capire quanto la nostra classe ha perso.

La Blitzkrieg della merce e del cemento, con i suoi larghi viali per la polizia, con la privatizzazione massiccia di spazi comuni, con vetrine sgargianti, telecamere e uniformi ovunque, con giganteschi alveari dove concentrare i poveri, ha reso letteralmente invivibili e inabitabili le grandi città.

Ma il totalitarismo del profitto e del controllo non ha certo risparmiato le città più piccole.

Il Progresso, come diceva Bacone a proposito della natura, non fa salti.

Per poter privatizzare l’acqua, bisogna prima aver privatizzato la vita sociale. Perché la socializzazione di immagini e di opinioni operata dai mass media sia efficace, occorre aver distrutto gli spazi reali del dialogo e del confronto (circoli operai, assemblee di quartiere, cortili, piazze, panchine). Per poter militarizzare le città, è necessario averle prima desertificate, cioè aver reso materialmente fuoriluogo esperienze e pensieri diversi da quelli ammessi e amministrati.

Bisogna, insomma, dare dell’ideologia una definizione concreta. Essa è sempre più incorporata nello spazio e negli oggetti. L’“uomo nuovo” delle ideologie totalitarie del ventesimo°secolo non viene più annunciato, ma prodotto attraverso l’edificazione di un ambiente, di un modo di vivere.

Alla stessa maniera, bisognerebbe avere del concetto di memoria storica – su cui in genere si spreca tanta retorica – una visione più materiale, in quanto luogo dell’esperienza.

Anche nel piccolo di Rovereto, si può facilmente constatare come la città si sia degradata a vista d’occhio. La sua museificazione – Mart, casa Depero, installazioni cosiddette artistiche in centro – procede di pari passo con la sua privatizzazione. Se non esistono spazi sociali in cui incontrarsi all’infuori dei bar dove si accalca la gioventù cittadina, in compenso sono decine le agenzie interinali e immobiliari, e ben trentaquattro le banche: una ogni mille abitanti, una concentrazione tra le più alte d’Italia.

Il messaggio è chiaro.

Appena si esce al casello di Rovereto sud si scorge sulla rotatoria un mosaico con immagini di montagne, un grottesco biglietto da visita per i turisti; ma basta percorre qualche decina di metri ed ecco comparire l’agghiacciante Area 22: hotel, locali e negozi. È la periferia, si dirà. Vogliamo parlare delle gabbie per polli di viale Trento? Del supermercato Spin nel rione storico di Santa Maria? Dei complessi edilizi costruiti ovunque, a dispetto di una popolazione demograficamente ferma da vent’anni? Del progetto di costruire un grattacielo nell’ex piazzale delle corriere?

Se proviamo a immaginare cosa diventerà la città con i progetti di tangenziali, poli tecnologici e nuove lottizzazioni ci rendiamo conto della tendenza al trionfo di ciò che è privato, mercificato, pubblicitario, angusto, brutto.

Benché si tratti in apparenza di piccola cosa (se la paragoniamo con il TAV, con il progetto per l’ex Manifattura o anche solo con il secondo inceneritore della Sandoz) vorremmo parlare di un edificio storico e del suo futuro: Palazzo Balista.

Il Comune ha deciso di cederlo alla Cassa Rurale, che ne vorrebbe fare la sua cede centrale. Una banca, in uno dei palazzi più vissuti della città, nel 1945 sede del locale Comitato di Liberazione Nazionale. Costruito nel 1727, in stile barocco, il suo cortile e i suoi spazi interni hanno ospitato nel tempo diverse attività comuni, compresi laboratori artigianali.

Per almeno vent’anni, vi abbiamo svolto, come tanti altri, decine di incontri, assemblee, proiezioni, mostre. I suoi muri hanno ospitato assai spesso scritte di rivolta e di libertà. I politici, che per rispetto di ciò che è comune intendono i muri bianchi (cioè il popolo muto), hanno deliberato di mettere all’asta questo palazzo comunale, e ora di venderlo a una banca.

Dobbiamo difenderlo dalla privatizzazione. Non solo perché il potere delle banche ci sta strozzando (mutui alle stelle, drastico aumento dei pignoramenti e degli sfratti per gli insolventi), ma perché i muri e le stanze di quel palazzo alludono alla libertà, non al profitto.

Alludono ad assemblee comunitarie in cui affrontare collettivamente problemi collettivi. Alludono a una socialità liberata dalla mediazione delle merci. Alludono a ciò che le città hanno smesso di essere: il luogo dell’incontro.

Proviamo a guardare quei muri con gli occhi della passione. Potremmo forse scorgervi una storia diversa: una storia di autonomia, quartiere per quartiere, rione per rione. Una storia che affonda le proprie radici negli aspetti migliori del Medioevo, e riaffiora nelle tracce comunaliste dei secoli successivi; come nel caso del borgo di Santa Maria, che in pieno ottocento monarchico diventava, il dì del giovedì grasso, la “Repubblica de Zinevra” (letteralmente: un ginepraio di tutti contrapposto alla quercia, simbolo ufficiale di Rovereto). Una storia in cui il denaro non soffoca il piacere. Una storia in cui gli abitanti della città sanno che non possono vivere senza la campagna, perché ciò di cui hanno bisogno non sgorga dalle tubature e non cresce sugli scaffali dei supermercati. Un storia di donne e uomini che non scialacquano se stessi scialacquando il proprio ambiente. E che non confondono ciò che è comune con ciò che è pubblico (cioè statale). Una storia che fiorisce sulle rovine della proprietà privata degli esseri e delle cose. Una storia che procede in senso contrario rispetto alla frenesia motorizzata. Una storia in cui l’arte non è una rappresentazione separata dalla vita, ma arte di vivere. Una storia di individui affrancati da signori e signorotti, capaci di smantellare gli ambienti del potere, e costruire gli spazi della libertà.

Una storia possibile.

Una storia per cui battersi.

“Guardo con una certa delizia melanconica attraverso gli anni profondi.”

“Con furore e pazienza.”

Charles Baudelaire

 
 

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