Metafisica della gioventù

“Siamo troppo giovani, non possiamo più aspettare”

su un muro di Parigi

ESISTE UNA PICCOLA MA TENACE TRADIZIONE di “appelli alla gioventù” lanciati da anarchici e sovversivi in genere. Gioventù non nel senso anagrafico, ma come categoria dello spirito, come insoddisfazione attiva, come potenzialità, come eccedenza.

Lontani dalla retorica vitalistica (cara, come noto, anche ad un certo fascismo), vorremmo comunicare e condividere un’esigenza.

Quale che sia il modo in cui si intendono i concetti di etica e di valore, essi esprimono uno scarto, un conflitto tra ciò che si considera giusto e la realtà, una realtà percepita come inaccettabile o come insufficiente. Un’etica che si appiattisca sul visibile, su ciò che esiste, è infatti mera giustificazione del dato, banale apologia. Accomodarsi sul carrozzone vincente significa subordinarsi alla tirannia della forza e dell’efficienza. I nostri sogni, le nostre tensioni sono umiliati e sviliti dall’esistente. I compromessi, gli accomodamenti ci fanno invecchiare anzitempo.

Quanti giovani sono già vecchi ancora prima di aver vissuto! Quanti cuori sono corrotti dalla carriera, quanti fuochi in-fantili – ancora privi, cioè, di parole – sono spenti dalle gelide secchiate del buonsenso e del realismo!

Piero Gobetti scrisse che il fascismo era un’“autobiografia della nazione”. Si può dire oggi la stessa cosa del “berlusconismo”. Il gesto rozzo e sicuro di sé dell’uomo d’affari, la faccia rifatta e il sorriso affilato da barracuda, la cultura comprata al supermercato e le battutacce sulle donne rappresentano così bene il maschio italiano… Non tanto sul piano delle idee – “cerco un’idea” direbbe oggi Diogene con una lanterna in mano – e nemmeno su quello dei “valori” – liquidati a favore di qualche immagine spettacolare evanescente e rinnovabile –, bensì sul piano degli affetti, delle passioni. L’uomo berlusconiano – tipo antropologico che si staglia sovranamente, come un re di cartapesta, sulla risibile distinzione tra “destra” e “sinistra” – è prevaricante con i deboli, servile con i potenti, rancoroso con i diversi. È il concentrato fantasmagorico e brutale di una massa amorfa e paurosa. Si crede un Individuo, ma ne è la più seriale e contraffatta parodia.

Più i giovani sono indifferenti, privi di idee, corrotti dai narcotici tecnologici, più quest’epoca meschina li adula e li adora. Guardateli, i “bravi giovani” delle città e, forse ancor più, delle valli. Quando sono insieme, assembrati da qualche divertimento massificato e consentito, emanano un bel profumo di stupro e di linciaggio. Si spalleggiano contro il diverso. Parlano delle donne come se fossero delle buche da riempire di merda (e come fanno mostra di ridere, in virtù di un ignobile cameratismo, le loro fidanzate!). Smargiassi e arroganti con gli isolati e i “perdenti”, ossequienti e sottomessi fino alla nausea con i capetti in fabbrica o in ufficio. Dileggiano i sindacati – questi fantasmi riuniti in casta – ma accettano condizioni di lavoro che anche solo trent’anni fa i padroni non sarebbero riusciti a imporre nemmeno a bastonate. Hanno le rate dell’auto o della moto da pagare, i nostri bravi ragazzi.

Ma allora perché – diranno a questo punto i nostri venticinque lettori – vi rivolgete ai giovani, ai contemporanei?

Perché gli esseri umani possono più di ciò che sono o fanno.

Perché è pur sempre dalla folla anonima che escono gli ammutinati.

Non scriviamo per convincere la massa – ingraziarsi quella bestia collettiva che chiamano “opinione pubblica” è un’attività che lasciamo agli imbonitori e ai giornalisti –, bensì per impedirne la formazione.

Ci sono giovani di tutte le età che sentono istintivamente ciò che Tagore scrisse una volta: “Noi portiamo come un fardello tutto ciò che non siamo riusciti a donare”.

Ci sono giovani che non hanno immolato se stessi per la propria carriera. Disprezzano l’autorità, trasgrediscono le leggi del profitto, si mettono in gioco in prima persona, fedeli ai loro liberi patti. Di fronte

all’oppressione e all’ingiustizia, invece di girarsi dall’altra parte, incolpando l’epoca, la storia o la “natura umana” matrigna e malvagia, si chiedono: “Se non io, chi? Se non ora, quando?”. Invece dell’applauso generale, cercano l’intimo accordo con se stessi, con il demone che fa loro visita la sera, prima di addormentarsi. La moneta con cui li ripaga questa società meschina è spesso la solitudine morale, il disprezzo, la gogna, il carcere. Eppure, contro e al di fuori della comunella dei gregari, sanno trovare complicità, gioia, festa. A volte in altri contemporanei, altre volte in quella singolare regione dell’animo e della memoria che abolisce il tempo storico e unisce i ribelli di tutte le epoche. Non scrivono o agiscono per le generazioni passate né per quelle future, bensì per una sorta di interregno fatto di interlocutori e compagni di viaggio sconosciuti, ipotetici, non-nati, potenziali.

“Giovane” è colui che non ha una vita già tracciata, irrigidita nelle forme. Giovane è chi non assomiglia a un libro già scritto, ma a una tavoletta di cera che contiene tutte le parole possibili. Giovane è chi rimane aperto non solo al fare, ma anche all’agire.

L’azione – diceva Hannah Arendt – è la risposta tipicamente umana al fatto di essere nati, la rinnovata possibilità di trasformare un mondo già dato. Un nuovo inizio. Un ricominciare continuo.

“Inizia di nuovo!”, “Agisci!”, ci sussurra la nostra aurora interiore.

È difficile donare il meglio di sé ad un mondo che ci chiede costantemente il peggio. Difficile, ma non impossibile. Nella congiura dei nostri slanci si scopre una nuova comunanza – “mi rivolto, dunque siamo” – e un diverso equilibrio tra l’odio e l’amore.

Siamo convinti che in un mondo diverso – a misura della natura potenziale dell’essere umano – molti avrebbero delle cose meravigliose da regalare. Ed è proprio da questa meraviglia che può scaturire l’odio verso una società che fa quotidianamente strage d’ogni stupore. Ma anche nell’odio, nella rivolta, nell’attacco contro il potere rimane un’eccedenza che chiede di donarsi. Odiamo ciò che esiste perché amiamo ciò che è possibile.

Accarezzando in sé la potenza che non si esaurisce nella parola, nell’atto, nell’insieme delle scelte già compiute, si rinnova la storia dell’homo sapiens, che non è la storia progressiva di un “animale sociale” né quella luminosa del “vivente che ha il linguaggio”, bensì la storia aperta e discontinua di un essere potenziale.

Di questa potenzialità il potere ha fatto un incubo confortevole, un deserto climatizzato che sta annichilendo la vita sul pianeta.

Il mondo – un luogo per noi abitabile –, più che ciò che abbiamo trovato, è ciò di cui siamo privi e che dobbiamo costruire. Fuggendo con armi e bagagli le forme irrigidite della società – famiglia, lavoro, classi, ruoli – verso un esilio volontario, insieme terribile e gioioso. Un esilio dal realismo – “è sempre stato così, cosa ci posso fare io…” – per amore del reale, cioè dei possibili che questo illumina e nasconde.

A chi ci insegna – con le parole, ma ancor più con la persuasione della merce e del manganello – la brama di potere, la competizione, l’indifferenza, la gelosia, la paura, la depressione, opponiamo la potenza delle virtù neglette e pericolose. La lealtà verso gli sconosciuti, la non-sottomissione ai comandi, l’incredulità verso l’onnipotenza del visibile, la determinazione a non tradire noi stessi, la disciplina dell’attenzione, la risolutezza a rischiare. Scopriremo allora che fiducia, coraggio, gaiezza, perseveranza “operano a ritroso nella lontananza del tempo”, mettendo sempre di nuovo in discussione “ogni vittoria che mai sia toccata a chi è al potere”.

Nella nostra rivolta possiamo riscattare gli schiavi di Roma e d’Egitto e lanciare un messaggio nella bottiglia alle generazioni a venire: “Noi ci abbiamo provato. A voi la partita”.

Male che vada, avremo vissuto.

Rovereto, 29 luglio 2009

P.S. Centonove anni fa, un giovane gentiluomo uccideva a revolverate, in quel di Monza, Umberto I, il “re mitraglia”, così ribattezzato per aver premiato il generale Bava Beccaris, responsabile, due anni prima, dell’eccidio di decine di operai e disoccupati contro cui aveva fatto aprire il fuoco durante uno sciopero a Milano. Gaetano Bresci – così si chiamava il giovane – era partito da Paterson, negli Stati Uniti, con un biglietto di sola andata. Operaio tessile originario di Prato, anarchico, Bresci, scampato al linciaggio degli adoratori del tiranno, morì in carcere, suicidato dallo Stato. Le sue revolverate troveranno sempre dei cuori in cui riecheggiare.


 
 

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