Slealtà verso il padrone

Dopo qualche mese di assenza, eccoci con il numero 15 di Adesso*. In queste pagine torneremo ad affrontare questioni locali. Visti i tempi che corrono, tuttavia, è impossibile ignorare il contesto nazionale e internazionale. Pensiamo in special modo alle lotte degli operai della Fiat e ad una guerra di fatto già cominciata: quella degli Stati Uniti contro l'Irak.

Si tratta in fondo di due facce della stessa medaglia. Quando i padroni hanno bisogno di ristrutturare i loro impianti impongono delle misure drastiche: il licenziamento di migliaia di operai o la guerra a un altro paese sono solo due di queste misure.

La Fiat ha concordato con il governo come eliminare dalla produzione 8110 lavoratori. Il primo passo sarà la cassintegrazione, che per molti ridurrà i salari reali (tredicesima, indennità varie, eccetera) del 40 per cento, e a seguire i licenziamenti. Lo stabilimento di Arese ha già chiuso, quello di Mirafiori è stato ridimensionato, per la Fiat di Termini Imerese sono previsti il dimezzamento degli organici e la riduzione dei salari. I costi di tutto ciò, sotto forma di miserabili sussidi agli operai, saranno sostenuti dal governo: la famosa politica non assistenzialista, tanto sbandierata quando si parla di pensioni o sanità, non è più tale quando i soldi vengono sborsati... agli industriali. Nei piani del fu Gianni Agnelli e di Berlusconi il peso dei sindacati è nullo. Gli attuali dirigenti sindacali seduti al tavolo delle trattative sono esattamente gli stessi che hanno permesso gli accordi sui licenziamenti alla Fiat nel luglio scorso, quelli sull'articolo 18, la liquidazione della scala mobile e così via. Dopo tanta preziosa collaborazione, lo Stato li ha messi da parte, preferendo far da sé. Gli operai non li rimpiangono.

Ma questa volta i lavoratori non sono rimasti a guardare. Da Termini a Torino, è stato un continuo susseguirsi di blocchi come non si vedeva da anni: cancelli di fabbrica, autostrade, stazioni, aeroporti - nessuno ha potuto ignorare il problema. E siamo agli inizi. Contro tutti i tentativi di isolamento realizzati dai sindacati e da Rifondazione, gli operai hanno cominciato ad autorganizzarsi, a bloccare i crumiri, a scavalcare gli scioperi ufficiali. A fatica, con tante contraddizioni e dopo anni di pacificazione, stanno imparando ad agire direttamente. Le fabbriche sono luoghi del nemico, e rivendicare il posto di lavoro significa, lo sappiamo tutti, rivendicare il proprio sfruttamento. Ma così sarà fino al rovesciamento del capitalismo e dello Stato. Per il momento, ciò che conta è soprattutto come si lotta, quali rapporti sociali si creano nel corso delle lotte. È solo dall'autonomia dell'azione e dall'assoluta* slealtà verso il padrone *che nascerà la possibilità di andare oltre, verso la messa in discussione dell'intera società. Gli operai della Fiat, spinti dalla rabbia e dalla forza della disperazione, hanno preso la parola. Sta agli altri sfruttati, a ciascuno di noi, darvi ascolto generalizzando le stesse pratiche.

Quando la "crisi" del capitalismo assume dimensioni gigantesche, il ricorso alla guerra è una costante. Dati ufficiali alla mano, le loro riserve petrolifere permetterebbero agli Stati Uniti di reggere, al ritmo economico attuale, ancora 11 anni. Viceversa, quelle irachene si stanno rivelando le maggiori risorse a livello mondiale. Ecco detto il perché della guerra all'Irak, dei pretesti sempre più manifestamente falsi, della crescente arroganza nelle dichiarazioni americane. Il gendarme statunitense vuol far da sé. Questa volta, non si limiterà a bombardare una popolazione già stremata dalle 250 mila bombe sganciate nel 1991 e poi da dodici anni di embargo: scopo dei suoi soldati (già 250 mila nella regione) è oggi la conquista e il controllo delle zone petrolifere. La questione è talmente centrale, che non c'è freno ai ricatti verso i paesi indebitati con il Fondo Monetario Internazionale affinché collaborino; non c'è freno alle operazioni militari, con o senza Onu, addirittura con o senza Nato. Persino la partenza del "satana" Hussein non cambierebbe nulla. Qualche freno viene invece dalla stessa economia statunitense. I problemi di questa guerra sono sì di consenso internazionale, ma sono principalmente di costi: per i massacri del '91 sono stati spesi 400 mila miliardi, poco meno della metà dell'ultimo bilancio militare americano, a sua volta un quinto dell'intero bilancio federale. Questa volta i costi ricadranno solo sugli Stati Uniti, sulla Gran Bretagna e su qualche potenza minore (ad esempio la Turchia, la quale vorrebbe un po' di petrolio senza perdere un'altra preziosa materia prima: i kurdi). Senza contare che un'occupazione militare comporterebbe ben più perdite che non i bombardamenti del '91. Ma la posta in palio è enorme.

Viceversa, le grandi potenze europee hanno ben poco da guadagnare e molto da perdere. Per questo, al di là del noto servilismo del governo italiano, assistiamo a tanti caroselli sulla pace. Gli stessi che hanno bombardato (o giustificato coloro che bombardavano) nel Kosovo, ora fanno i girotondi pacifisti. Gli stessi che hanno massacrato la popolazione afgana o stanno massacrando - come lo Stato francese - gli insorti della Nuova Guinea, si prodigano ora in soluzioni diplomatiche. Il Diritto è solo l 'altra faccia della guerra.

Qualche giorno fa Bush ha inaugurato la "Giornata Nazionale della Santità della Vita Umana" condannando l'aborto. Come ha notato persino un giornalista, che dire dei 500 mila bambini iracheni morti a causa dell'embargo imposto dagli USA e dei tanti mai venuti alla vita per i bombardamenti all'uranio impoverito?

La faccenda del petrolio dimostra chiaramente una cosa: chi difende la presente organizzazione sociale, difende la distruzione di massa. Solo la rivolta degli sfruttati contro i rispettivi Stati e padroni potrà impedirla. Il resto non è che un ipocrita girotondo.*


IL MART È MARCIO

Così titolavano i manifesti che "alcuni nemici del migliore dei mondi" hanno affisso di giorno sui muri e sulle vetrine delle Aziende di promozione turistica a Rovereto, la vigilia [7 dicembre 2002]dell'inaugurazione del museo. Eccone il testo:

Nella sua totalità, l’avvenire è propaganda. </right>

Josif Brodskij

Il Mart è un monumento perfetto di questa civiltà. La costruzione è gigantesca, ma il terreno frana da tutte le parti.

Esempio di sperpero ottuso e di imbecillità, è un manifesto del Progresso. A causa sua la roccia si sbriciola e le case si crepano. Ma lo show, si sa, deve andare avanti. Ecco allora un bel muro protettivo sulla collina circostante, da far pagare ovviamente agli abitanti delle case. Di fronte al gigantismo di politici, imprenditori e mercanti d’arte, le donne e gli uomini contano ben poco. Anzi, diciamolo: i bisogni umani, di fronte alla perfezione della tecnica, sono sempre cocciuti e inadeguati.

Titanic immobile dell’arte e della cultura, le cupole e le gallerie del Mart illustrano alla perfezione cos’è la "creatività" in questo mondo: non la ricerca di ambienti più appassionanti e di rapporti più pieni, bensì un terreno per affaristi e amministratori. L’arte, divenuta sfera separata della vita, è ridotta a un insieme di opere, di oggetti da esporre e vendere ai turisti (cola-cola e hamburger, tutto compreso).

L’Alitalia offre al prestigioso museo, ci dicono, i suoi aerei per trasportare dal mondo intero le opere d’arte. Gli stessi aerei che in genere la compagnia usa per deportare, su ordine del ministero degli Interni, gli immigrati senza documenti. Ieri donne e uomini legati ai sedili, oggi un bel quadro di de Chirico, meraviglia e varietà delle merci!

Chi non può fare a meno del Mart, delle città e del mondo che rappresenta, chi non sente le urla della terra e degli uomini sotto i messaggi pubblicitari, si affretti.

Le insegne luccicano, ma le fondamenta stanno crollando. Buon divertimento.

<right> Alcuni nemici del migliore dei mondi </right>

Ma le disgrazie, si dice, non vengono mai sole. Finito il museo, costato 150 miliardi di lire, ora politici ed imprenditori devono pensare al contesto. Così si comincia a parlare di costruire alberghi di lusso, di creare nella futura università di Rovereto una laurea breve in storia dell’arte, di rilanciare il nefasto progetto della Valdastico, l’autostrada che dovrebbe collegare Rovereto a Vicenza. Dopo le Fondazioni delle banche (Caritro prima di tutte) e i vari capitalisti, ora il Comune interpella direttamente gli abitanti per una sottoscrizione finalizzata all’acquisto di un quadro di Segantini (35 miliardi). Secondo i loro migliori auspici, su un costo di gestione annuale di 15 miliardi, le entrate del museo raggiungeranno il miliardo. E il resto? Indovinate. Mentre migliaia di famiglie faticano a campare, mentre c’è chi vive in strada…i turisti potranno consumare arte e coca-cola. Ma non saremo certo noi a proporre una gestione differente del “denaro pubblico” (cioè estorto dallo Stato). I soldi sono un criterio astratto, interno alla logica capitalista. Il dato concreto è l’attività umana di cui il denaro è allo stesso tempo prodotto e padrone. Costruire palazzoni, bucare montagne, spianare campagne e tutto il resto è un’attività imposta per gli interessi di pochi e contro le necessità primarie di molti. Per tutti i non-politici, i non-imprenditori, i non-commercianti, i poveri insomma, aumenterà il lavoro, cioè lo sfruttamento, per avere una casa, per andare al bar, per sopravvivere. Il Mart, infatti, avrà un impatto diretto sugli affitti e sui prezzi in genere. In più, il fatto che il piazzale sotto il cupolone venga pubblicizzato come la futura agorà cittadina, la dice lunga sugli spazi sociali della città. Un’agorà non può essere uno spazio sorvegliato da telecamere e vigilantes, e votato alla contemplazione passiva. Contrariamente a quanto afferma un cartellone pubblicitario, non c’è vita su Mart, ma solo merce.

Il Mart è marcio: non si tratta di una battuta di spirito. La pavimentazione del museo è già rovinata a causa della condensa prodotta dalla gigantesca cupola. Di fronte alla passività umana, ci penseranno gli elementi della natura?

LA CULTURA, C'EST MOI

E' do qualche giorno fa la notizia che il questore di Trento, lo sceriffo De Luca, ha inviato la polizia politica in una scuola elementare perché una zia di qualche alunno gli aveva riferito che le maestre spiegavano ai bambini che le multinazionali sfruttano il lavoro di tanti loro coetanei costretti in condizioni di schiavitù, e altre cose estremamente sovversive. "Anarchiche! Comuniste! Nel mio rione, nella mia città!", deve aver pensato il povero questore, e via gli sbirri a controllare. A parte l'infame zia, i genitori hanno difeso le maestre.

MULTATI DI TUTTO IL MONDO, UNITEVI!

Il 9 gennaio scorso, degli ignoti hanno lanciato tre molotov contro la sede comprensoriale del Comune. Pochi i danni. Sul posto, stando ai giornali, è stato lasciato un volantino con scritto "Contro lo Stato, libertà per gli oppressi" (oppure "Contro lo Stato la rivolta degli oppressi", i giornalisti si contraddicono l'un l'altro). Subito l'azione è stata attribuita agli anarchici, come nel caso delle molotov contro il Municipio di un paio di mesi prima. Poi invece hanno parlato di un multato in collera contro i vigili (nel cortile dell'edificio ci sono infatti alcune auto della polizia municipale). Dal canto nostro, saremmo contenti se le istituzioni dello Stato fossero colpite dai multati e da tanti anonimi vessati, umiliati, arrabbiati. Chissà, per una rimozione forzata qualcuno potrebbe far saltare Montecitorio. Leggiamo su di un giornale pugliese di critica sociale: "19 agosto, Gallipoli. Un centinaio di persone multate per sosta vietata mentre erano ad un concerto, assediano la Capitaneria, picchiano coi pugni sulla porta e una ragazza sale su una finestra e tenta di rompere i vetri. Le multe vengono tutte ritirate". Andiamo forse verso la guerra sociale?

BANDIERINE

Non si sa bene in base a quale legge ma sembra che vogliano proibire l'esposizione in edifici pubblici delle bandiere della "Pace", quelle arcobaleno, per intenderci, che è possibile acquistare nei Supermercati Trentini (anche le bandiere si comprano al supermercato, ormai) e che tanti hanno appeso alle proprie finestre. Di questi tempi, parlare di pace (neanche un "contro la guerra", ma un "pace" solo soletto) è antinazionale, quindi sovversivo. Pensavamo fosse solo tristemente generico.


COME I BAMBINI, MA SENZA INNOCENZA

L'Associazione Industriali del Tirolo ha assegnato, qualche settimana fa, il premio Wallnöfer al fisico roveretano Tommaso Calarco, coordinatore di un progetto di ricerca presso l'ECT (European Center for Theoreticals Studies in Nuclear Physics and Related Areas) di Villazzano (Trento). Il progetto, finanziato dalla Commissione europea e basato sull'attività di sette gruppi sperimentali in Germania, Austria, Francia, Inghilterra ed Israele, ha come scopo la creazione di un computer che funziona con dei processori quantistici. Invece di utilizzare la tecnologia del silicio e i flussi degli elettroni, questo computer si servirebbe di atomi "addomesticati". Questa ricerca, che potrebbe cambiare radicalmente il sistema informatico ed energetico, è particolarmente cara all'istituzione militare. Infatti, a fronte dei tre miliardi e mezzo di lire assegnati dalla Comunità Europea per tale progetto, gli Stati Uniti finanziano un analogo centro di ricerca di Washington - coordinato dall'ex premio Nobel per la fisica Phillips e a cui partecipa, unico fisico italiano, lo stesso Calarco - con più di duecento miliardi. Si tratta per lo più di finanziamenti militari.

Il perché di tanto interessamento da parte dell'esercito, lo spiegava lo stesso Calarco in un'intervista rilasciata qualche anno fa ad un quotidiano locale: "I computer quantistici possono fare alcune cose che per i computer 'normali' sono impossibili: decifrare un messaggio crittografato. Questo significa che chiunque possieda uno di questi computer a quanti, può rompere le chiavi di accesso di un qualsiasi computer normale e, per esempio, può comandare le armi nucleari del nemico. Viceversa, chi usa il computer a quanti ha una sicurezza quasi assoluta: non ci può essere un 'quantum hacker', un pirata quantistico. Un'altra virtù di queste macchine è la capacità di trovare un nome all'interno di un enorme elenco". Chiarissimo. Possibilità fantascientifiche? Un microprocessore quantistico è già stato costruito in un centro di ricerca israeliano.

Il giornalista chiedeva al fisico roveretano come potesse conciliare simili ricerche con il suo "impegno per la pace" (Calarco collabora infatti con l'Universià della Pace di Rovereto). Ecco la risposta: "Nel contratto legale che vincola il brevetto sulle nostre scoperte è espressamente dichiarato che nessuno dei nostri risultati può essere usato da organizzazioni militari. È una formalità a cui teniamo molto". Una formalità, appunto. Solo uno scienziato può credere che l'esercito assegni centinaia di miliardi di lire per determinate ricerche senza poi poterne sfruttare le applicazioni. Se, finito il computer "atomico", questo venisse usato da un qualsiasi Stato per uno sterminio nucleare, cosa farebbe il nostro fisico: lo denuncerebbe a un tribunale?

Tutto questo ci sembra davvero esemplare di cos'è la ricerca scientifica e tecnologica in questa società. Simili macchine, contrariamente al pregiudizio tecnofilo e al senso comune da esso addomesticato, non sono affatto neutre: al contrario, portano in se stesse l'organizzazione sociale che le ha volute, le sue divisioni, il suo sapere, i suoi valori. Simili centri sono inconcepibili senza la massificazione industriale, senza la tirannia del profitto e la guerra come fondamento del potere. Lla stessa specializzazione a cui i ricercatori sono soggetti li rende ciechi sia rispetto al contesto in cui avviene la loro attività, sia rispetto alle sue conseguenze. Questi scienziati sono come dei bambini, senza la scusa dell'innocenza. Innamorati della loro ricerca - giacché questo amore supera talvolta la stessa brama di denaro e di fama -, dopo aver paventato lo spettro dello sterminio nucleare, eccoli dichiarare (ancora Calarco): "Nel corso degli esperimenti ho potuto vedere con un microscopio ottico un singolo atomo sperso nell'immensità. Mi fa fatto una grande tenerezza, un puntino verdolino in un grande vuoto". Una poesia dentro un deposito di scorie radioattive.

Non abbiamo alcuna difficoltà, anche per conoscenza personale, ad ammettere che il nostro fisico sia un sincero pacifista; così come è sicuro che Einstein era un profondo antimilitarista. È sicuro, come è sicura la morte degli abitanti di Hiroshima e Nagasaki. Nelle bombe che li hanno vaporizzati, c'era anche l'intelligenza di Einstein.

Ecco, alla fine, l'aspetto più tragico: l'uomo è un animale profondamente creativo; quando non può creare per la vita, crea per la morte. Finché i suoi simili glielo permettono.

UN CALDO CONTRIBUTO

Domenica 8 dicembre [2002], si è svolta a Rovereto l’inaugurazione del Mart, alla presenza del ministro della cultura Urbani (Forza Italia). Mentre le forze di polizia erano concentrate attorno al museo, alcuni ignoti hanno bloccato le due strade principali di accesso a nord e sud della città con dei cassonetti incendiati. Stando ai giornali, sul posto sono stati lasciati dei volantini di cui la stampa ha riportato i seguenti stralci:

“Il ministro che oggi inaugura il Mart ha le mani sporche di sangue. Non staremo a guardare”. Poi un riferimento alle lotte degli operai della Fiat, “spinti alla disperazione da padroni e Stato”.

*“Il governo vuole archiviare l’assassinio di Carlo Giuliani, arresta decine di oppositori al G8, processa 150 lavoratori delle pulizie ferroviarie per i blocchi della primavera scorsa, precarizza sempre più la vita di milioni di salariati, rinchiude ed espelle gli immigrati senza documenti.

“Il nostro modo di essere solidali con chi blocca una normalità che lo soffoca è bloccarla a nostra volta”.*

RAZZISTI RASATI, RAZZISTI PERBENE

Galvanizzati dall'aggressione squadrista ai danni di Adel Smith da parte di un gruppo di Forza Nuova, alcuni fascisti trentíni hanno coperto la sede locale della Margherita con scritte razziste. Le frasi si segnalavano, oltre che per i simboli nazisti, per la più smaccata imbecillità: "Adel Smíth ebreo", "Maometto ebreo", " Porco Allah negro", eccetera. Della sede della Margherita non ce ne potrebbe, ovviamente, fregare di meno. Il diffondersi dei gruppi neofascisti, apertamente sostenuti da partiti come la Lega, è invece indicativo dei tempi in cui viviamo e in alcune zone (ad esempio in Veneto) rappresenta un problema serio. Se con i fascisti che aggrediscono la faccenda si regola solo a sprangate, ciò che non va trascurato è il razzismo istituzionale e sociale. Tanto per fare un esempio: qualche giorno prima delle scritte, due rumeni che suonavano per le vie di Trento sono stati deportati nel lager di via Corelli a Milano e poi espulsi perché senza permesso di soggiorno. Un terzo è stato addirittura arrestato, perché già fermato a Treviso in possesso solo del passaporto, e poi scarcerato con l'obbligo di presentarsi in questura per farsi espellere. La moglie, incinta, è disperata. Questo razzismo ordinario e quotidiano non disturba evidentemente i politici che condannano le scritte fasciste, né disturba il responsabile della comunità ebraica trentina. Molto più comodo rinviare il tutto al nazismo e alla seconda guerra mondiale, celebrando così la democrazia, senza vedere come funziona concretamente il potere democratico (ad esempio con i neri, i latinos, gli indios o gli arabi).

In mezzo a tutti questi ritornelli sulla tolleranza e contro la violenza, un giornalista (in un articolo de L'Adige del 13 gennaio) non ha trovato nulla di meglio che citare, come precedente pericoloso, alcune azioni contro le sedi... di destra. Insomma, ancora una volta gli "opposti estremismi", con al centro la tollerante società democratica. Come se il razzismo fosse semplicemente "un'idea" e non si materializzasse in istituzioni, dispositivi, gruppi, rapporti, pratiche che è possibile ostacolare e attaccare. Anche con le idee, certo, ma non solo con quelle.

In questa totale mistificazione, il giornalista è arrivato ad inventarsi un dibattito organizzato a Sociologia, a Trento, da alcuni "simpatizzanti di destra" che sarebbero stati aggrediti da un gruppo di anarchici. L'esatto contrario di quello che gli stessi giornali avevano scritto un po' più di un mese fa; e cioè che si trattava di una serata contro il razzismo, che ad aggredire erano stati i fascisti, i quali avevano avuto la peggio. Stando sempre ai giornali, qualche compagno è ora indagato per tentato omicidio.

Aggiungiamo due note fra loro collegate: i Disobbedienti chiedevano a Napoli la messa fuori legge di Forza Nuova, e il Social Forum di Bologna, dopo che uno spezzone all'interno del "suo" corteo aveva cercato di attaccare una manifestazione del partito di Fiore, ha provato a far passare una mozione contro 1' "antifascismo militante". Insomma, da un lato si urla al fascismo (spesso per nascondere il quotidiano razzismo capitalista e democratico), dall'altro si condannano i compagni che si scontrano con i nostalgici di Hitler e Mussolíni; infine, si chiede allo Stato di garantire la democrazia. Che questo rafforzi la repressione; che le leggi sui reati associativi finiscano immancabilmente per abbattersi contro le lotte sociali e contro i rivoluzionari, non è certo faccenda che può preoccupare chi va a braccetto con le istituzioni.

 
 

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