Un messaggio nella bottiglia

Questo quattrodicesimo numero di Adesso esce, con più pagine, come contributo sulla questione degli spazi sociali, dell'occupazione di case, dell'autogestione.

L’occupazione dell’ex-Peterlini, il 21 settembre scorso [2002] a Rovereto, ha lanciato una bottiglia in mare con qualche messaggio. Lo sgombero ha solo chiarito una volta di più come il potere risponde ad una reale pratica autogestionaria; si tratta ora di continuare allargando altri spazi di comunicazione diretta. In una successiva assemblea di piazza, poi durante un concerto selvaggio in uno stabile occupato apposta per la serata, e in altri incontri più o meno fortuiti, si è cercato di approfondire il senso di quel messaggio. Abbiamo voluto unire il problema della casa, degli affitti sempre più esorbitanti, degli appartamenti tenuti in ostaggio dalla speculazione al problema dei luoghi collettivi in cui sperimentare rapporti non mercantili e non gerarchici.

L’autorganizzazione degli sfruttati, la soddisfazione diretta dei bisogni è inconciliabile con l’ordine costituito. Abbiamo occupato perché vogliamo spazi per noi e per tutti. Non abbiamo chiesto il permesso perché ce ne infischiamo della legalità: è la forza che fonda il diritto dei padroni, non certo il diritto a fondare la loro forza.

Tutto quello che è stato strappato allo Stato e ai capitalisti i poveri lo hanno sempre strappato con l’azione diretta. Questa è la nostra sola tradizione.

Anche se è una parola usata in mille salse sempre più insipide o disgustose, per noi "autogestione" significa qualcosa di preciso: significa dialogo senza mediatori, assemblea orizzontale, rifiuto della rappresentanza, conflitto con ogni forma di potere. Il loro "dialogo" lo conosciamo benissimo, e le gabbie per polli in cui vorrebbero rinchiuderci i loro urbanisti anche.

Proprio di dialogo e di spazi urbani parlano per lo più le riflessione che seguono. Ai nostri lettori, cui regaliamo questi pensieri, chiediamo in cambio sempre lo stesso regalo: offrirci idee più profonde e azioni più autonome delle nostre.


Le palme nel cortile

Quella che segue é una classifica in cui vincono tutti. O, se preferite, é una competizione dove, nel confronto con l'intelligenza di cui sappiamo forniti i nostri lettori, tutti i vincitori perdono la faccia. Il giorno dello sgombero e quelli immediatamente successivi si e infatti svolta una singolare sfida a chi sparava la stronzata più grossa, giocata su alti livelli da veri professionisti. Non potevamo non darne conto. Ci sembrava infatti un vero peccato lasciar scivolare nell'oblio il ricordo di chi aveva dato prova di una così brillante imbecillità. Ecco quindi la ragione dell'encomio al neo questore di Trento De Luca e alle veline del sabato pomeriggio; hanno sgambettato nella sua scia come meglio potevano. Al primo, incontrastata star di giornata, la palma del più gradasso. Semplicemente indimenticabile Gli altri meritano due righe affinché ci si ricordi di loro e di quello che indecentemente hanno affermato.

Prendiamo il vicequestore Tognarelli, ad esempio, il quale in un impeto di truculenta eccitazione ha avanzato il sospetto che gli occupanti cercassero di "arrivare ad una nuova Diaz". Qualcuno avrebbe spiegargli che chi si trovava a Genova all'interno della scuola Diaz non avevano la minima intenzione di "essere la prima Diaz". E che la responsabilità di quanto é avvenuto ricade in pieno sui suoi colleghi, gente come lui. D'altronde é vicequalcuno mica per niente. Gli va senz'altro riconosciuta la palma del più carogna.

Da parte sua il sagace PM Biasi si è prodotto in un exploit prodigioso, aggiudicandosi la palma del più idiota. Compiendo un'evoluzione sublime nella logica, e atterrando in piena fantascienza, ha dichiarato: "Non vorrei che volessero (sic) essere arrestati per sobillare la rivolta dall'interno (del carcere)". Un'intuizione folgorante e, in parte, forse perfino lusinghiera. Una prestazione che riscatta il suo piuttosto deludente e dozzinale "sono tutti figli di papà, pieni di soldi".

Ed è proprio un bel sindaco! Incapace di comprendere ciò che gli anarchici volevano, compreso prenderlo in giro, Maffei ha recitato sino in fondo la sua parte. L'uomo sbagliato nel posto sbagliato. Nel mondo al rovescio in cui viviamo il burattino e chi ne tieni i fili si confondono a volte sino a incarnarsi nella stessa persona. Ha fatto la figura del buffone. E' stato accolto così: "Scusi, ma lei chi sarebbe?". Scontata la palma del più ridicolo.

La palma dei più patetico va a Corrado Corradini, autore, suo malgrado, di una prestazione maiuscola. In questa foto di famiglia lo si riconosce al volo. E' quello che sta giusto nel mezzo, sospeso nel vuoto. Il mediatore che pretende dirimere ogni questione, il pompiere cui nessuno da retta. Inconsistente come, presumiamo, il suo successo politico. "Allora, prendo una scala e vengo su con voi, eh?". Ce lo immaginiamo bene, a penzolare fra la terra della realpolitik e il cielo dell'utopia. Impagabile.

Come al solito abbondantemente sopra le righe Nicola Guarnieri, NiGua per gli amici, scribacchino de l'Adige. Difettando tanto di acume che di vergogna scrive: "Occupare uno stabile, però, piace ancora meno alla gente comune che teme un'appropriazione indebita delle proprie abitazioni". Deploriamo il fatto che stia cercando di appropriarsi indebitamente dell credulità di quella che lui chiama la gente comune. Noi stimiamo chi si imbatte nei suoi sproloqui capace di prenderli per ciò che sono. D'alto canto il suo cervello è sfitto per lo meno dal tempo in cui era sfitta la casa di via Prati. Scrive falsità e il suo stile ci piace ancora meno. La palma del più bugiardo non gliela leva nessuno.


<center> "Meglio anarco-ricchi che poveri stronzi" </center>

In fondo si potrebbe liquidare così, come un sottile umorista ha fatto su un muro, le calunnie a proposito degli anarchici "figli di papà" spacciate dai giornalisti, dal povero procuratore Biasi, da Leo Baldracca della Lega Nord e da qualche coraggioso quanto anonimo cittadino. Ma, come accade talvolta, dietro una calunnia può esserci, rovesciato, un problema importante.

È un fatto che ribelli e rivoluzionari sono usciti da tutte le classi sociali. È un altro fatto che per i figli di famiglie ricche essere rivoluzionari ha significato tradire la propria classe, portando dall’altro lato della barricata, tra gli sfruttati, armi e bagagli. Oltre al disgusto per la vita che spettava loro tra i dominatori, spesso a spingere queste donne e questi uomini verso la battaglia sociale era il sentimento dell’ingiustizia non solo del mondo, ma anche dei propri privilegi. Quanto più acuto era quel sentimento, tanto più ardore mettevano nella lotta. Il problema di classe non è una semplice faccenda di censo. Moltissimi burocrati socialdemocratici o stalinisti, poveri in origine, sono diventati dei privilegiati grazie al partito e al sindacato, così come rivoluzionari di famiglia addirittura nobile sono morti nella miseria più nera. Anche il problema della divisione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale (per cui l’ex privilegiato tende a mantenere, grazie alla sua cultura, un ruolo dirigente nelle lotte) ha mostrato, nella storia del movimento operaio, ben altre facce: il punto stava nel rifiutare o accettare un apparato di potere, non in un cieco determinismo sociologico. I partiti "operai" erano borghesi non perché gli operai vi fossero meno numerosi degli intellettuali, ma perché riproducevano al loro interno i rapporti sociali di dominio che pretendevano combattere.

Tutto questo per dire una cosa banale, e cioè che la questione è come uno vive e si comporta, non di chi è figlio. E come vive significa sì dove prende i soldi, ma anche i problemi che pone e a chi li pone. Facciamo un esempio: il problema delle case sfitte, degli affitti esorbitanti, del controllo poliziesco, del carcere, eccetera, chi se lo pone? il "figlio di papà"? Se uno è ricco e vuole rimanerlo, diventerà forse anarchico difensore dell’esproprio e della sommossa, ricercatore appassionato della coerenza tra il pensiero e l’azione? o non troverà invece posto in qualche racket partitico o associativo? L’autenticità delle domande che uno solleva dipenda soprattutto da chi è chiamato a rispondere. L’autorganizzazione degli sfruttati potrà forse essere opera degli… sfruttatori?

Un giudice o un giornalista possono pure essere di origini povere, sono di fatto dei pilastri di questa società di classe. Liquidare il loro potere, non certo sostituirlo con un altro "proletario": questo è la rivoluzione sociale.

Per il resto, i falsificatori politici e mediatici dicono degli anarchici tutto e il suo contrario, come degli ebrei i nazisti (che un giorno definivano bolscevichi, il giorno dopo capitalisti, un giorno nazionalisti, il giorno dopo cosmopoliti). Perché? Semplice: alcune menzogne sono ad uso dei poveri (sono "figli di papà" protetti dai genitori, borghesi travestiti, eccetera), altre ad uso dei ricchi (sono drogati, fannulloni, delinquenti, "terroristi", eccetera). Noi facciamo da sempre della vita quotidiana il metro di ogni cosa: è lì che si vede chi è complice con l’abiezione di questo mondo e chi vuole rovesciarlo; è lì che si sperimenta la coerenza di ogni progetto sovversivo. Rassicuriamo dunque i nostri ridicoli calunniatori, fornendo loro un criterio semplice: se riusciremo a realizzare fino in fondo le nostre idee, non ci saranno più giudici né giornalisti né presidenti di consigli comunali. Anarco-ricchi di tutto il mondo, unitevi!


***IL DIALOGO APPARENTE E I SUOI CANI DA GUARDIA*

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"Come si può pensare liberamente all’ombra di una cappella?". Questo si chiedevano nel maggio del ’68 gli occupanti della Sorbona a Parigi e proponevano conseguentemente la distruzione del luogo sacro. Raccogliendo e parafrasando quell’interrogativo, che intuiva lo stretto rapporto tra l’attività umana e i luoghi e le condizioni in cui si svolge, è sensato chiedersi: come si può dialogare veramente con qualcuno quando quest’ultimo ha dietro di sé un imponente schieramento di forze dell’ordine in assetto antisommossa e sta per dare loro l’ordine di buttarti fuori da una casa? E ancora: con chi è possibile trovare le condizioni senza le quali un dialogo reale non può darsi, prima fra tutte la medesima volontà di procedere assieme e su un piano di reciprocità ad affrontare le stesse questioni?

La risposta a questi interrogativi data dagli occupanti dell’ex Peterlini il giorno dello sgombero è stata netta. Nessuna trattativa con chi tutti i giorni tratta gli altri come schiavi. Nessuna mediazione con chi lavora per costringere ciascuno alla mediocrità di una vita insulsa. Nessuna concessione a quanti hanno costruito la loro carriera – ché vita non si può definire – sul potere di concedere e negare secondo la logica disgustosa del ricatto (fino al paradosso di proporre in autogestione a un gruppo di giovani uno spazio condizionato al rispetto di regole di gestione imposte dall’amministrazione comunale).

Nessun avvicinamento a coloro che sulla separazione tra ciò che dicono di fare (occuparsi del bene comune) e ciò che fanno in realtà (il male di tutti, ma soprattutto degli sfruttati) hanno fondato i propri privilegi; una separazione che ne conferma un’altra più fondamentale, quella tra i tanti che non possono decidere per sé e i pochi che possono decidere per tutti. Nessun rapporto, se non quello del conflitto aperto, oltre il recinto delle parole, con questore, vice questore, procuratore della repubblica, sindaco e assessori vari, con coloro cioè che hanno requisito la parola e la detengono manu militari. Quando questi figuri sono ipocritamente corsi a pretendere spiegazioni e a promettere di considerare eventuali richieste, ben sapendo di non riuscire a comprendere le prime e di non poter soddisfare le seconde, sono stati trattati come meritavano: a pesci in faccia.

I rappresentanti del potere non hanno trovato nessuno disposto a giocare il loro gioco. La lingua con cui hanno parlato è stata riconosciuta per quello che è: una gabbia che non permette alle parole di nominare le cose, che impedisce alle voci di esprimere il significato pieno di un gesto, che nega alle frasi la possibilità di rendere più precise e più chiare le emozioni, o più confuse e complesse, a piacere. Visto che manifestamente gli risultava impossibile far valere il falso assunto secondo cui in questa società il solo linguaggio plausibile è quello definito dai ruoli, dalle merci, dallo spettacolo, hanno pensato bene di barare, giocando la carta di un falso principio. Con la collaudata compiacenza dei giornalisti hanno inteso affermare che o si parla con loro o non si parla affatto. Per chi non accetta questo ricatto è pronta la scomunica sociale (come quella lanciata da un patetico questore che invita "la gente comune, i sindacati, le scuole, i partiti politici a fare opera di sensibilizzazione per isolare gli anarchici"). Oppure la denuncia di autismo: se questi non vogliono comunicare con noi è perché non sanno parlare con nessuno. Il messaggio conclusivo è stato in tono: o si adoperano le parole piegate agli interessi dominanti e forzate a significare tutt’altro da ciò che significavano in origine, o il ricorso alla forza per piegare ogni resistenza si impone come l’ultimo capitolo di chi vuole avere sempre l’ultima parola.

Alla luce di tutto questo risulta maggiormente comprensibile la schizofrenia dei due quotidiani locali i quali, a turno e quasi tra il bisticcio e la gara a chi la spara più grossa, mentivano spudoratamente affermando l’uno che il dialogo aveva perso, l’altro che il dialogo aveva vinto. Ora, non si sa proprio che partita abbiano visto i cronisti presenti quel giorno o con che imperizia abbiano tradotto le veline della questura, fatto sta che entrambi avevano torto marcio. Per il semplicissimo motivo che non c’è stato alcun dialogo fra le parti, se si esclude il parlottare tra i padroni della città i quali, peraltro, stanno tutti dalla stessa parte. E logica vuole che se non c’è dialogo non può neanche finire in pareggio.

Ma, infine, che cosa è il dialogo? Esso è la comunicazione autentica fra gli individui, estranea alle gerarchie. Basta infatti che qualcuno abbia il potere per imporre le domande, il contenuto della discussione, per impedire che il dialogo, in quanto pratica della discussione in piena libertà, possa realizzarsi. Può esserci vero dialogo solo quando un rapporto di reciprocità lega chi vi è impegnato. Esso può quindi venir definito in negativo come il rifiuto della falsa parola, della comunicazione intesa come informazione, del discorso a senso unico. Il contrario del dialogo sono la trattativa politica, la mediazione, la shedatura, l’interrogatorio. In tutti questi casi c’è qualcuno che tiene un coltello dalla parte del manico. In positivo, invece, il dialogo nasce dalla scoperta di un interesse condiviso e dalla determinazione a procedere nel suo approfondimento per mezzo di un confronto alla pari. Gli occupanti dello stabile di via Prati hanno criticato sonoramente il dialogo inautentico che il potere ha cercato di imporre loro, smascherando l’imbroglio proprio di qualsiasi discorso tra rappresentati e rappresentanti, tra eletti ed elettori, tra amministratori e amministrati. Così facendo hanno contemporaneamente saputo affermare la necessità e la possibilità di una comunicazione diretta. È solo nell’incontro tra individui cui preme realmente la messa in comune dei propri problemi – la casa è uno fra i tanti – e il comune sforzo per risolverli, che chi cerca davvero il dialogo lo può trovare. E trovarlo, oggi, significa cercare tra le rovine del potere e delle sue costruzioni.

Solamente le parole contano, il resto è chiacchiera.

**Pensieri sulle città

Il progresso non distrugge mai così a fondo come quando costruisce.**

Quella degli spazi è un 'esigenza eminentemente politica. I luoghi in cui viviamo condizionano il modo in cui viviamo e, inversamente, i nostri rapporti e la nostra attività modificano gli spazi della nostra vita. Si tratta di un'esperienza quotidiana eppure sembriamo incapaci di tirarne la minima conseguenza. Basta passeggiare in una qualsiasi città per capire qual è la miseria del nostro modo di vivere. Quasi tutti gli spazi urbani rispondono a due esigenze: il profitto e il controllo sociale. Sono luoghi di consumo organizzati secondo le regole sempre più strette dì un mercato in continua espansione: il mercato della sicurezza. Il modello è quello del centro commerciale, uno spazio collettivo privatizzato, sorveglialo da uomini e strumenti forniti da apposite agenzie. Nel centro commerciale, una socialità sempre più "personalizzata " è costruita attorno al consumatore e alla sua famiglia: ormai, in questi locali al neon si può mangiare, giocare con i figli, leggere, eccetera. Che si tratti di una terrificante illusione di vita lo si scopre entrandoci senza soldi.

Nelle metropoli accade più o meno la stessa cosa. Dove incontrarsi per discutere, dove sedersi senza l'obbligo di consumare, dove bere, dove dormire se non si ha denaro? Per un immigrato, per un povero, per una donna, lunga può essere una notte in città. I benpensanti, comodi nelle loro case, non conoscono il mondo notturno della strada, il lato oscuro dei neon, quando la polizia ti sveglia sulle panchine, quando tutto ti sembra straniero e nemico. Quando le classi medie sono rinchiuse nei loro bunker, le città rivelano il loro vero volto di mostri inumani.

Le città assomigliano sempre più a delle fortezze e le case a cellule di sicurezza. La guerra sociale, la guerra tra ricchi e poveri, tra governati e governanti si è istituzionalizzata nella struttura dello spazio urbano. I poveri sono deportati nelle periferie per lasciare il centro agli uffici e alle banche (o ai turisti), le entrate delle città e moltissimi punti "sensibili " sono sorvegliati da apparecchiature ogni giorno più sofisticate. Il non accesso a determinati livelli di consumo - livelli definiti e controllati da una fitta rete informatica in cui si incrociano i dati del sistema bancario, assicurativo, medico, scolastico e poliziesco - determina, in negativo, le nuove classi pericolose, confinate in zone urbane ben precise. Le caratteristiche del nuovo ordine mondiale si riflettono nel controllo metropolitano. Alle frontiere tra paesi e continenti corrispondono i confini tra un quartiere e l altro oppure le schede magnetiche d'accesso a determinati edifici privati o, come negli Stati Uniti, a certe zone residenziali. Le operazioni di polizia internazionale richiamano la guerra contro la delinquenza o, più recentemente, le politiche di "tolleranza zero" con cui si criminalizza ogni forma di devianza. Mentre nel mondo i poveri sono arrestati a milioni, le città assumono la forma di immense prigioni. Le linee gialle che i consumatori devono seguire in alcuni centri commerciali londinesi non richiamano quelle su cui devono camminare alcuni prigionieri francesi? Nella militarizzazione di Genova in occasione del G8 non è forse possibile intravedere i checkpoint dei territori palestinesi? Le proposte di un coprifuoco serale per gli adolescenti sono state accolte in città a due passi dalle nostre (in Francia, ad esempio). Si riaprono le case di correzione, sorta di colonia penale per ragazzi, si vietano gli assembramenti nei cortili interni dei condomini popolari (unico spazio di vita collettiva di tanti quartieri-dormitorio). Si vieta - ormai in moltissime città d'Europa - l'accesso al centro ai senza-tetto e si multano, come nel Medio Evo, i mendicanti. Si propone (come i nazisti ieri e il sindaco di Milano oggi) la creazione di centri appositi per i disoccupati e le loro famiglie, sull'esempio dei lager per immigrati clandestini. Si costruiscono griglie metalliche tra quartieri ricchi (e bianchi) e quartieri poveri (e ... non-bianchi). Cresce, dagli Stati Uniti all'Europa, dal Sud al Nord del mondo, l'apartheid sociale. Quando un nero su tre di età compresa fra i venti e i trentacinque anni è in camere (come accade negli Stati Uniti, dove in vent'anni sono stati imprigionati due milioni di individui), può passare quasi inosservata la proposta qui da noi di chiudere il centro città agli immigrati; e in molti possono persino applaudire la gloriosa marina militare quando affonda le navi dei clandestini. In un intreccio di esclusione classista e segregazione razziale, la società in cui viviamo si presenta sempre più come una gigantesca cumulazione di ghetti.

Ancora una volta, tra forme di vita e luoghi di vita il legame è stretto. La precarizzazione dì ampi strati della società procede dì pari passo con l'isolamento degli individui, con la scomparsa degli spazi di incontro (quindi di lotta) e, giù infondo, con le riserve in cui i più poveri sono lasciati letteralmente marcire. Da questa condizione sociale nascono due fenomeni tipicamente totalitari: la guerra tra sfruttati, che riproduce senza filtri la concorrenza spietata e l’arrivismo su cui si basano i rapporti capitalisti, e la domanda d'ordine e sicurezza, prodotta e sponsorizzata da una propaganda martellante. Con la fine della "guerra fredda ", il Nemico si è trasferito, mediaticamente e politicamente, all'interno stesso del "mondo libero ". Al crollo del muro di Berlino corrisponde la costruzione della muraglia tra il Messico e gli Stati Uniti o il perfezionamento delle barriere elettriche a protezione delle cittadelle abitate dalle classi dominanti. La criminalizzazione dei poveri viene apertamente definita "guerra dì bassa intensità ", dove il nemico, "il terrorista esotico", diventa qui il clandestino, il tossicodipendente, la prostituta. Il cittadino isolato, sballottato tra il lavoro e il consumo attraverso quegli spazi anonimi che sono le vie e i mezzi di trasporto, ingurgita immagini terrificanti di giovani perfidi, fannulloni e tagliagole - e un sentimento impreciso e inconscio di paura s'impadronisce della vita individuale e collettiva.

Le nostre città apparentemente così tranquille ci rivelano sempre più i segni, se impariamo a guardarli, di questa tendenza planetaria al governo della paura.

Se si definisce la politica come arte del comando, come attività specializzata monopolio di burocrati e funzionari, allora le città in cui viviamo sono l'organizzazione politica dello spazio. Se, viceversa, la si definisce come sfera comune di discussione e decisione riguardo problemi comuni, allora si può dire che la struttura urbana è progettata apposta per depoliticizzare gli individui, per mantenerli contemporaneamente nell'isolamento e nella massificazione. Nel secondo caso, dunque, l'attività politica per eccellenza è la rivolta contro l'urbanistica in quanto scienza e pratica poliziesca, è la sommossa che crea nuovi spazi di incontro e di comunicazione. In un senso come nell'altro, la questione degli spazi è una questione eminentemente politica.

Una vita piena è una vita che sa mescolare con arte il piacere della solitudine e il piacere dell'incontro. Un sapiente intreccio di villaggi e campagne, di piazze e distese libere potrebbe rendere magnifica l'arte di costruire e di abitare. Se ci proiettiamo, con uno slancio utopico, fuori dall'industrialismo e dall'urbanizzazione coatta, insomma da quella lunga storia di deportazione su cui si è edificata l'attuale società tecnologica potremmo immaginare piccole comunità basate sui rapporti faccia a faccia, senza gerarchie tra gli uomini né dominio sulla natura, collegate fra loro. Il viaggio smetterebbe di essere uno spostarsi standardizzato tra la fatica e la noia e diverrebbe un'avventura libera dagli orologi. Fontane e luoghi riparati accoglierebbero i passanti. La natura selvaggia potrebbe tornare ad essere luogo di scoperta e di silenzio, di tremore e di fuga dagli uomini. I villaggi potrebbero nascere dai boschi senza violenza per tornare a farsi campagna e foresta. Non possiamo nemmeno immaginare come gli animali e le piante si trasformerebbero non sentendosi più minacciati dagli uomini. Solo un'umanità alienata ha potuto concepire l'accumulazione, il profitto e il potere come base della vita sulla Terra. Mentre il mondo delle merci è in liquidazione, minacciato dall'implosione di ogni contatto umano e dalla catastrofe ecologica, mentre gli adolescenti si ammazzano tra loro e gli adulti tirano avanti a psicofarmaci, la posta in gioco si fa più chiara: sovvertire i rapporti sociali significa creare nuovi spazi di vita, e viceversa. In questo senso, un '"immensa opera di demolizione urgente " ci attende.

La società industriale di massa distrugge allo stesso tempo la solitudine e il piacere dell'incontro. Siamo sempre più costretti a stareinsieme, a causa degli spostamenti coatti, dei tempi uniformati, dei desideri fabbricati in serie, eppure sempre più isolati, incapaci di comunicare, divorati dall'ansia e dalla paura; incapaci, soprattutto, di lottare insieme. Una comunicazione reale, un dialogo davvero egualitario può avvenire solo attraverso la rottura della normalità e dell'abitudine. Solo nella rivolta.

In varie parti del mondo, gli sfruttati rifiutano ogni illusione sul migliore dei mondi, ritorcendo contro il potere il proprio sentimento di totale spoliazione. Insorgendo contro gli sfruttatori e l 'loro cani da guardia, contro i loro beni e i loro valori, riscoprono nuovi e antichi modi di stare assieme, di discutere, di decidere, di far festa.

Dai territori palestinesi alle aarch (assemblee di villaggio) degli insorti algerini, le sommosse liberano spazi di autorganizzazione sociale. Spesso, le forme assembleari riscoperte sono come citazioni all'ordine del giorno di tradizioni antiche, forgiate nell'orgoglio di altre lotte, di rapporti faccia a faccia ostili a ogni rappresentazione. Se è la rottura violenta la base delle sollevazioni, è la loro capacità di sperimentare altri modi di vita a renderle durature, nella speranza che gli sfruttati d'altrove ne alimenteranno le fiamme, perché anche le più belle utopie pratiche muoiono nell'isolamento.

I luoghi del potere, anche quelli non direttamente repressivi, vengono distrutti nel corso delle sommosse non solo per la loro carica simbolica, ma anche perché nei suoi reami, lo abbiamo sempre saputo, non c'è vita.

Dietro il problema delle case e degli spazi collettivi sta, dunque, un'intera società. È perché in tanti lavorano treni 'anni per un mutuo, per avere semplicemente un tetto sopra la testa, che non riescono a trovare la voglia né gli spazi per parlarsi dell'assurdità di una tale vita. Dall'altro lato, più si recintano, si privatizzano o statalizzano i luoghi collettivi, più le stesse abitazioni diventano piccole fortezze grigie, uniformi e malsane. Senza resistenze, tutto si degrada a una velocità impressionante. dove anche solo cinquant 'anni fa vivevano i contadini che coltivavano le terre dei ricchi, oggi vivono í nobili (manco i borghesi). Gli attuali quartieri residenziali sono più invivibili delle casi popolari di trent'anni fa. Gli hotel di lusso sembrano caserme. La logica conseguenza di questo totalitarismo urbanistico sono quelle specie di loculi in cui ricaricano le proprie pile molti impiegati giapponesi. Le classi che sfruttano i poveri sono a loro volta maltrattate da un sistema che hanno sempre difeso con zelo.

Praticare l’azione diretta per strappare al potere e al profitto gli spazi di vita, occupare le case e sperimentare rapporti sovversivi, è cosa ben diversa da un giovanilismo alternativo più o meno alla moda. E una questione che riguarda tutti gli sfruttati, i lasciati-da-parte, i senza-voce. Si tratta di discutere e organizzarsi senza mediatori, di far configgere la propria autodeterminazione di rapporti e di luoghi con l'ordine costituito, di attaccare le gabbie urbane. Non pensiamo affatto che sia possibile ritagliarsi qualche spazio davvero autogestito all'interno di questa società, dove vivere a modo proprio, come indiani nelle riserve. I nostri desideri sono molto più smisurati. Vogliamo creare brecce, uscire in strada, parlare nelle piazze in cerca di complici per andare all'assalto di questo vecchio mondo. La vita in società va reinventata, ecco tutto.

 
 

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