Quel filo sottile

Dopo gli ultimi numeri dedicati a questioni più generali (il 10 era sulla guerra in Afghanistan, 1'11 sulle sommosse in Argentina, il 12 sul concetto di terrorismo e sui massacri in Palestina), ritorniamo, con questo tredicesimo Adesso*, ad affrontare argomenti più locali.

I testi che seguono hanno a che fare, per lo più, con la memoria. In particolare, quello su Castrin - che inaugura una sorta di rubrica non fissa dedicata a momenti e figure della storia locale caratterizzati dalla ribellione e dalla solidarietà - si inserisce in una precisa tradizione degli oppressi: il racconto a metà fra il documentaristico e il leggendario, un filo sottile che segna un misterioso appuntamento tra le generazioni e marca una rottura, una battuta d'arresto nella tradizione degli oppressori. Se la "cultura è l'inventario del bottino che i dominatori mettono in mostra davanti ai dominati", allora non si tratta di cultura. È piuttosto un'immagine che balena nella mente di chi si arrischia nella lotta per riscattare, assieme alla propria, l'esistenza di tutti gli oppressi che l'hanno preceduto. A forse un bisogno di coerenza che si proietta nel passato, alla ricerca di perle sotto il fango. Chi non vuole separare, nella propria vita, le idee dai fatti, il sogno dall'azione, sa sfiorare la stessa totalità sotto l'alveo della storia. Un piccolo avvenimento, allora, potrà essere più significativo e più ricco di teoria di un intero scafale di libri. Pensiamo agli insorti parigini che, durante le giornate del 1830, spararono agli orologi dei campanili, simboli del tempo scandito, del lavoro, dell'infelicità. In quella* vacanza *del tempo storico che è l'insurrezione, era come se i rivoltosi volessero fermare il giorno! Ebbene, questo piccolo episodio non ci insegna, da solo, forse più cose di tutti i trattati filosofici su tempo quantitativo e tempo qualitativo? Lo stesso vale per il gesto dei rivoluzionari spagnoli che, nel 1936, assaltarono le banche di Barcellona per poi bruciare pubblicamente il denaro: quale testo contro il profitto potrebbe essere più chiaro? E ancora: con la cacciata di Lama, capo della CGIL, e del suo temibile servizio d'ordine dall'Università di Roma, gli studenti e gli operai del Settantasette non hanno forse dato uno splendido esempio di critica in atto di ogni collaborazione sindacale con i padroni?

A volte, la teoria emerge in modo prepotente dai fatti. Ecco allora che uno sguardo storico che non voglia semplicemente accumulare un inutile bottino, ma intuire le possibilità di una vita diversa, deve sapere mescolare le persone e gli accadimenti, le idee e le azioni. Allora un Castrin non sarà più un'immagine folclorica o un racconto agiografico, bensì una citazione nella rivolta che verrà.*

Una medaglia di piombo

"Trento nord è una delle zone più inquinate d'Italia". On. Nucara, sottosegretario al Ministero dell'Ambiente.

Nel 1921, per fare la prova generale della marcia su Roma, Mussolini scelse Trento. Vi spedì un buon numero di camice nere le quali, impadronitesi facilmente della città, si lasciarono andare a ogni sorta di soprusi, secondo un ben oliato meccanismo costituito da intimidazioni e violenze. Alla fine degli anni '30, Carlo Luigi Randaccio scelse ancora una volta Trento per installarvi la sua micidiale fabbrica chimica: per praticarlo in proprio, il sopruso, e impadronirsi della città a modo suo. La SLOI entrò in funzione nel 1940, impiegando 250 lavoratori e producendo piombo tetraetile, sostanza altamente cancerogena utilizzata come antidetonante per la benzina. L'alleanza Roma-Berlino, siglata nel Patto d'Acciaio fra Hitler e Mussolini, collocava il complesso chimico e la vicina fabbrica di aerei Caproni in una posizione insieme strategica, in ragione dei traffici fra i due paesi, e sicura, essendo la città lontana da ogni possibile zona di guerra. Il 14 luglio del 1978 un furioso incendio divampato all'interno dello stabilimento provocò una gigantesca nube di fumo. Decine e decine di abitanti di Gardolo, Roncafort, Martignano scapparono terrorizzati imboccando la strada della Valsugana, mentre le fiamme, alte venti metri, lambivano i depositi di piombo, spingendo i vigili del fuoco ad ipotizzare lo sgombero dell'intera città. Quello fu l'ultimo giorno di vita della SLOI.

Nel mezzo c'è tutta una durissima storia d'inferno. Di tanto dolore e di troppe morti. Di operai intossicati che credono di volare e si gettano nel vuoto, buttandosi giù dalle impalcature dello stabilimento, dalle finestre degli ospedali in cui sono ricoverati, dal ponte di S. Giorgio. Di operai che crepano nel manicomio di Pergine, legati con le cinghie ai letti di contenzione. Di operai suicidi, come Pasquale di Gioia, uccisosi con novanta rasoiate; o che finiscono la loro vita sfinendosi con l'alcool. Di operai che sono ancora oggi malati cronici, malati di "onirismo terrificante": vomito, perdita della memoria, vertigini, insonnia, sete continua e inestinguibile; malati di SLOI, malati di lavoro. Una storia, in fondo, simile a quella di alcuni operai della Montecatini di Mori, morti con la pelle piena di macchie blu.

Da quel giorno d'estate del '78 comincia un'altra storia, quella della ex SLOI. Una storia lunga 24 anni e non ancora terminata, fatta di studi, di analisi, di perizie, di polemiche infinite e bonifiche mai iniziate. Mentre il veleno si infiltrava nel terreno, finiva nelle rogge e di lì nell'Adige e poi chissà dove. Mentre il piombo sprofondava fino a 15 metri, dove si mescolava con il benzopirene, benzoantracene, il benzofluorantene, il tuolene e lo xilene, le sostanze cancerogene presenti nel sottosuolo della vicina ex Carbochimica. Mentre i fusti di materiali tossici, rinvenuti scavando le fondamenta di nuovi edifici, venivano nuovamente sepolti. Una storia, anche questa, che ricorda da vicino quella che ancora continua alla Siric, nella zona industriale di Rovereto.

E a coprire tutto questo - secondo il principio che il chiasso, a volte, nasconde meglio del silenzio i cosiddetti "scandali" - le rassicurazioni dei periti, secondo i quali ovviamente non c'è alcun pericolo, le interrogazioni dei consiglieri provinciali, i titoloni dei giornali locali, le milionate spese nei progetti di bonifica e le promesse del presidente della provincia Lorenzo Dellai di fare più presto qualcosa per sanare la zona, uguali in tutto e per tutto alle promesse fatte una decina di anni fa dall'allora sindaco della città, Lorenzo Dellai.

Oggi, se c'è una lezione che è urgente ricavare da vicende come questa, essa dovrebbe convincerci anzitutto a non concedere più alcun credito ai padroni di questo mondo. Essi, responsabili diretti del fatto che la vita è sempre più invivibile, pretendono tuttavia di presentarsi in qualità di salvatori: dell'orso sul Brenta, dello strato di ozono, di tutti noi. Il circolo vizioso cui ci hanno costreti, producendo i mali e i rimedi che li peggiorano in un ciclo senza fine, ci ha condotti, paradossalmente, a eleggerli campioni di virtù: sono loro, possedendo le conoscenze scientifiche e i mezzi tecnici, i soli che possono garantirci dalla catastrofe. Ma la medaglia che ipocritamente si mettono al collo ha due facce ugualmente disprezzabili: consenso e profitto. Da un lato essi rinnovano a ogni ultimo disastro quel ricatto sociale in cui consiste ormai l'esistenza della maggior parte della gente, impossibilitata a disporre del minimo mezzo per determinare la propria esistenza e costretta quindi a rimettere ogni ddecisione proprio nelle mani di chi si arricchisce, anche letteralmente, sulla sua pelle. Dall'altro lato, lo stato di emergenza ecologica che i gestori dell'economia hanno decretato è strettamente necessario affinché quella stessa economia, grazie ai ricavi che essi possono trarre dal businness della monnezza, abbia ancora di che abbuffarsi, pena il suo deperimento.

Così, ci stringiamo tutti al loro fianco, partecipando emotivamente e in maniera puramente spettacolare - nel corso di affollatissime conferenze di esperti e con accorate raccolte di firme - alle grida di allarme che essi lanciano periodicamente attraverso i giornali o per mezzo dei vari ecologisti, senza accorgerci che in realtà non possiamo fare, stando così le cose, assolutamente niente per porvi rimedio. Non facciamo altro, insomma, che confermare il loro buon diritto ad amministrare, oltre ai disastri, anche le nostre proteste. Così, chiedere loro di procedere al disinquinamento del pianeta - o, più realisticamente, di mantenere l'inquinamento esistente all'interno dei limiti previsti per legge... -, senza chiedersi se sia davvero il proseguimento dello sviluppo economico a poter riparare i danni che esso ha innegabilmente provocato, significa pregiudicare la possibilità che la vita stessa su questo pianeta prosegua. Alimentare il senso di colpa collettivo, secondo il quale ciascuno, in maniera perfettamente democratica, sarebbe corresponsabile del crescente inquinamento - dal padre di famiglia che usa la macchina ogni mattina per andare al lavoro all'industriale della chimica -, senza mettere in causa le gerarchie che ci hanno privati di ogni autonomia di pensiero e di ogni capacità di azione, gettandoci in pasto alla più profonda insicurezza, aggrava quel fatalismo che ci fa ingoiare ogni schifezza, tanto ideologica quanto materiale.

Sarà la determinazione a rompere ogni rapporto di compromissione col potere e a farla subito finita con le illusioni che ancora il progresso ci fa balenare davanti agli occhi, a stringere quella medaglia attorno al loro collo, fino a farli soffocare.

La vera immagine del passato* guizza *via.

LAMPI

Il 20 aprile si è svolta a Rovereto una manifestazione contro il genocidio perpetrato dallo Stato di Israele e in solidarietà con la resistenza della comunità palestinese. Gli striscioni ("Due popoli, nessuno Stato", "Terra e libertà, Intifada contro ogni autorità" ... ) e i numerosi interventi sono stati un piccolo segnale contro i massacratori di Sharon, un segnale ben differente da quello di chi rivendica la creazione di uno Stato palestinese e si appella alle Nazioni Unite.

Nella mattinata del 25 aprile i fascisti di Azione Giovani hanno trovato la vetrina dei loro locali infranta. Sul posto un volantino firmato "Riva antagonista contro il fascismo" rivendicava il gesto. Stessa sorte è toccata, qualche giorno dopo, ai vetri della sede trentina di Alleanza Nazionale.

Per i giornali, gli ignoti che hanno imbrattato il monumento fascista di piazza Venezia, a Trento, sono "vandali". I fascisti che l'hanno ripulito, invece, "ragazzi" sensibili al civismo e alla memoria storica.

Il gestore di un bar di Gardolo (TN), il "Settimo livello", ha raccolto quattrocento firme contro la delinquenza e l'insicurezza, attribuite, da questo poliziotto senza divisa, alla presenza nel quartiere di immigrati. Intanto, fra la calura e l'idiozia dei mondiali di calcio, e dopo l'operazione "alto impatto" che ha portato al rastrellamento di 490 clandestini in qualche giorno, la legge Bossi-Fini sull'immigrazione è passata alla Camera...

Nella notte fra domenica 12 e lunedì 13 maggio un detenuto è stato pestato dalle guardie nel carcere di Trento. Una piccola rivolta dei detenuti solidali è scoppiata (rumore di pentole, lenzuola bruciate... ), subito sedata dai servi in divisa. In una lettera ai giornali, quaranta detenuti denunciavano poi gli abusi continui da parte dei secondini. Tutto ciò qualche giorno dopo la rivolta e la repressione nel carcere genovese di Marassi, dove nel giro di pochissimi giorni si sono suicidati tre detenuti. Sul muro della prigione trentina qualcuno ha vergato una grande scritta: "Trento, Marassi... Secondini merde, Basta pestaggi"), mentre il silenzio della notte veniva rotto dal rumore solidale di petardi e urla.

Castrin

Corrono tempi durante i quali i luoghi che abitiamo ammutoliscono sempre di più, mano a mano che si fanno più rumorosi. Le ore che compongono i nostri giorni difficilmnte si riempiono di un senso che ci sembra varrebbe la pena conservare. Passiamo gesti per lo più inutili ad altri che sono desolatamente insignificanti. Il ricordo di ciò che è stato, di ciò che noi stessi abbiamo fatto o che ci è stato fatto, raramente riesce risalire con sicurezza anche solo poco più indietro dell'altroieri. L'esperienza della progressiva perdita della memoria è cosa nota a chiunque viva, come si suol dire, al passo coi tempi, ma è, come è ovvio, destinata a essere presto dimenticata, al pari di tutte le altre.

Corrono tempi durante i quali l'eco di ciò che di individuale e di collettivo è stato fatto per liberarsi dalle costrizioni imposteci dallo Stato e dall'economia è così flebile da rapresentare la ninna nanna su cui si addormenta la volontà di riscatto. Un po' perché i fili che legano ciascuno a chi lo ha preceduto si sono rotti, un po' perché il potere s'è dato da fare per confiscare le parole e i gesti che intendevano negarlo e per restituirceli sotto forma della sua pubblicità. Cosicché alle sofferenze che da sempre, quotidianamente, i potenti fanno piovere sulle teste della povera gente si assommano nuove umiliazioni. Che si sopportano come si sono sopportate le precedenti, perché tanto una di più non cambia granché, e ci si rassegna, perché non ci si ricorda di nessuno che sia mai riuscito a sottrarvisi o a interromperle, anche solo per un po'.

Eppure ancora oggi, magari in qualche di paese, si sente raccontare con il calore con cui si parla di qualcosa che riguarda da vicino, la storia di qualcuno non disposto ad accettare i soprusi e a subire le bastonate che lo volevano piegare. O ad impugnare il bastone, l'occasione di salire abbastanza in alto per sottomettere qualcun altro. Sono spesso storie i cui contorni cadono al di fuori di quella che siamo abituati a definire la verità oggettiva, racconti che intrecciano la realtà con l'immaginazione. Sono, in qualche caso, i fuochi davanti ai quali una comunità alimenta il proprio sogno di un domani migliore, di una esistenza diversa.

La storia di Gino Zeni, detto il "Castrin", Contadino di Vigo Cavedine, è una di quelle che, appunto come un fuoco, scaldano il cuore. Ci racconta di una vita spesa a non disertare da quello stretto legame che lo univa ai poveri della sua zona, poveri come lui e come i poveri di dovunque. Una vita interrotta da venti gendarmi, che lo arrestarono e lo portarono via, a scontare trent''anni di galera per diserzione, poiché non s'era fatto soldato durante il fascismo. Una vita fatta di furti ai danni dei ricchi, di chi nascondeva in cantina lucaniche, farina, patate e formaggio; di rapine ai viaggiatori con i soldi, che assaliva tagliando loro la strada; di cibo e vestiti distribuiti fra chi ne aveva bisogno; di giorni e notti passati nel suo nascondiglio nella roccia sopra Sarche; di colpi messi a segno in divisa da gendarme o con il saio da frate, sotto cui nascondeva una pistola che non ha mai sparato; di fughe in bicicletta con gli sgherri alle calcagna e con una taglia sulla testa, 2000 lire vivo e 5000 morto. La vita di un uomo che incarnava il desiderio di un'intera valle: vivere dignitosamente.

Nient'altro si sa, non c'è alcuna foto che lo ritrae e forse più nessuno, di quelli che lo hanno conosciuto, è rimasto. Ma lo sconosciuto Castrin - meno sconosciuto però, per chi non ha smesso di coltivare il gusto della ribellione, della maggior parte delle persone con cui si intrattengono normalissime relazioni in ufficio, a scuola, sul treno - ci parla con più eloquenza di quanta possa sfoggiarne qualunque professore di storia e spiega meglio di ogni libro il senso della "lotta della povera gente per un po' di pace, intendo la cosiddetta questione operaia", come la definiva Robert Walser. Una lotta che abbisogna ora come allora, per realizzarsi, della generosità solidale di tanti uomini e donne che, come lui, non contano nulla. Gente semplice, umile, che spesso lascia come sola traccia di sé l'etichetta di delinquente che la legge le appiccica addosso.

La bontà di Castrin, ingrediente essenziale di quell'alchimia che lega la rivolta individuale, estranea a calcoli ed attese, alla complicità con cui una comunità copre coloro che lo Stato definisce i suoi banditi, parla con voce timida ma ferma. E nella memoria, si intona con quella di Carlo Cafiero, 1'anarchico che, rinchiuso nel manicomio di Imola, ripeteva in continuazione all'infermiera che si occupava di lui di tener chiuse le imposte della camera, poiché non voleva sottrarre agli altri quella luce del sole che serve a tutti e che egli credeva limitata.

La storia di Castrin non ha da offrirci indicazioni teoriche né suggerimenti pratici, non insegna propriamente nulla e non dà nient'altro che se stessa. La semplicità con cui Castrin mette in pratica la sua volontà di riparare ai torti, il suo "rubare ai ricchi per dare ai poveri", rischia di non essere vista proprio perché è sotto gli occhi di tutti. Rischia di essere inserita in una pagina di folklore locale o, peggio, di precipitare nella banalità dello straordinario. Solo la vita concreta di ognuno, nell'unico tempo che le è proprio, il presente, potrà servire da misura per giudicare di una sua comprensione appropriata oppure no.

Il dono di riattizzare nel passato la scintilla della rivolta e della speranza è presente in chi è compenetrato dall'idea che neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince. E questo nemico non ha smesso di vincere.

Alla procura militare di Verona

I padroni stessi ammettono che, se il servitore viene quando è chiamato, basta

Jonathan Swift, Istruzioni alla servitù

Io non mi sono presentato alla visita militare nel lontano luglio 1990. In quell'occasione scrissi un testo pubblico, spedito, tra l'altro, anche al "ministero della difesa", nel quale spiegavo le ragioni del mio gesto, dichiarando la mia totale ostilità nei confronti del servizio di leva (tanto militare quanto civile). Contrario, come scrissi, a farmi sottrarre anche "una sola ora dallo Stato", non mi presentai in caserma quando, nel gennaio del 1991, in piena guerra del Golfo, l'esercito mi chiamava in quel di Casale Monferrato per apprendervi l'arte della sottomissione e della macellazione in nome del sacro dovere di difendere la patria. Ho perso il conto, dopo la prima condanna per "renitenza alla leva", delle udienze, fissate e rinviate, per giudicare la mia "mancanza alla chiamata", divenuta via via "aggravata" e "pluriaggravata". Non presenziavo alle udienze, avendo già dichiarato abbondantemente i miei motivi.

Ora, a distanza di dodici anni, con un servizio di leva in liquidazione, e con quella solerzia stentata e polverosa di cui lo Stato italiano sembra avere il monopolio, mi si chiama presso la vostra procura con l'intenzione di interrogarmi. Forse non l'avete capito, e allora ve lo spiego un'ultima volta: sono un antimilitarista anarchico, non svolgerò mai alcun servizio allo Stato, e non mi lascio interrogare su alcunché. D'altronde, nella mia prolungata assenza dai vostri signorsì e dai vostri alzabandiera, non c'è per voi alcun "giustificato motivo", come ci tenete a sottolineare. Pensate che, per come vedo io le cose, è la vostra esistenza in quanto giudici e militari a non avere alcun "giustificato motivo", tolto quello, va da sé, della difesa del potere e dello sfruttamento. Basta guardare quello che sta accadendo proprio in questi giorni in Palestina o in Venezuela, per capire a chi e a cosa servono gli eserciti. Non siete voi a giudicare me, sono io a giudicare voi. Non voglio cambiare le mie convinzioni per adattarle a questo odioso ordine del mondo. Voglio, al contrario, cambiare questo mondo secondo le mie convinzioni. Fissate pure tutte le udienze e tutti gli interrogatori che volete. Io non mi muovo.

Rovereto, quindici giorni di aprile 2002

Massimo Passamani

(lettera spedita in occasione di un interrogatorio, al quale non mi sono presentato, fissato dalla Procura militare di Verona per il 18 maggio).

 
 

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