IL TEMPO DI ORA

«Oggi non si fa credito, ma domani sì», si legge talvolta sui banconi delle botteghe di provincia. Simile, in fondo, è l'insegna luminosa che luccica da secoli sulla porta della società. Tutto, il Progresso ci darà tutto, ma domani. E chi lo realizzerà, questo tutto? Nessuno. Si realizzerà, basta andare avanti. Così, addormentati in questa duplice sonnolenza di un Domani che è mai e di un Si che è nessuno, continuiamo ad accettare il presente, lo stesso "presente" di ieri e di domani.
La vita è solo una prova per la
vera vita, quella del regno dei cieli, predica la religione. Il lavoro è un durare la fatica in attesa della pensione - le fa eco l'economia. La pensione è un rapido paradiso sulla terra così come il paradiso è una pensione eterna. In questo gioco illusionistico delle tre carte non poteva mancare la politica, l'arte di scegliere il male minore. Una democrazia totalitaria è meno peggio di una dittatura, otto ore di noia per un salario di merda sono meno peggio della disoccupazione, dei cibi transgenici sono meno peggio della fame, comprare l'acqua in bottiglia ai suoi monopolizzatori è meno peggio che bere quella al cloro dei loro amministratori, un'alluvione con gli indennizzi della provincia è meno peggio di un'alluvione e basta, e così via.
Insicuri persino di quello che mangiamo, espropriati come siamo di ogni autonomia nel soddisfacimento dei nostri bisogni vitali, abbiamo però telecamere di sorveglianza ovunque e un poliziotto ogni duecentocinquanta abitanti. «Città più sicure», proclamano a destra come a sinistra, mentre gli esperti pagati per esserlo ci informano che tra poco più di cinquant'anni, stante questo modo di vivere ci ritroveremo con intere regioni desertificate e altre completamente allagate. Ma andiamo avanti, chiedendo ai responsabili dei disastri i rimedi per salvarcene. Invochiamo pace ai signori della guerra, fiumi protetti agli affaristi degli appalti e della cementificazione, aria pulita a chi ha nuclearizzato il mondo.
A forza di rinviare la vita al "domani", una sottomissione millenaria si è accumulata e resa autonoma nella forma di un gigantesco, mortale apparato. Ciò che chiamiamo "economia", "politica", "scienza" e "tecnologia" non sono che gli ingranaggi di un'unica megamacchina che imprigiona e distrugge gli esseri umani e la natura su scala planetaria. Quest'epoca parla continuamente di sé attraverso i suoi mass media; ma il suo chiacchiericcio incessante ci racconta tutto, tranne l'essenziale. E l'essenziale - coperto da fiumi di parole e di immagini - è che l'enigma di questa società si può sciogliere. Tutta l'autonomia materiale ed etica, tutta la libertà che ci lasciamo sottrarre è come una lama che ci colpisce due volte: prima, lasciandoci schiavi di una sopravvivenza sempre più priva di senso (ogni attività di cui non controlliamo né i mezzi né le finalità è fondamentalmente assurda e inconsciamente angosciante); dopo, facendoci crollare addosso - sotto forma di catastrofi, sfollamenti, mucche pazze, esplosioni nucleari, cretinismo tecnologico e altre delizie industriali - le mura di quella comunità fittizia che hanno costruito sulla nostra schiavitù. Allora chiudiamo gli occhi, spegnendo lo sguardo su qualche schermo, sperando nel futuro o nella lotteria.
Il tempo della decisione è
adesso*, non domani o dopodomani. A dispetto di tutti i moralizzatori, l'unica etica degna di questo nome (in quanto modo di essere, di abitare, di autodeterminarsi) è nel tempo di ora. Essa dice io e adesso. Se non ora, quando? Se non io, chi?
Questo "foglio di critica sociale" nasce per rispondere a una nostra esigenza: esprimere le idee e le tensioni che ci animano, trovare tra gli sfruttati e gli spossessati come noi dei complici per l'unica arte che ci interessa - quella di sovvertire la propria vita.*

Adesso - distribuito a Rovereto e dintorni - è uno strumento locale per un'attività da reinventare: la critica sociale. Cercheremo di mostrare - partendo dai fatti, anche piccoli e apparentemente insignificanti - l'aspetto unitario del dominio che ci ingabbia nelle sue costrizioni sociali; e lo faremo con un occhio attento a ciò che ci circonda, anche quando, per vedere meglio, lanceremo lo sguardo apparentemente molto più lontano. Cercheremo inoltre di descrivere alimentandole le tensioni autonome e ribelli che disturbano - anche nelle nostre valli - l'ordine presente delle cose.
La periodicità di
Adesso dipenderà dall'attività concreta dei suoi redattori: più stretta quando le lotte lo richiederanno, più diluita quando avremo bisogno di più tempo per meglio riflettere. Disprezzatori di ogni giornalismo, nemici di ogni specializzazione, usciremo solo quando avremo qualcosa da dire. Per il resto - e il resto*, sospeso tra presente e futuro, è l'autentica avventura - dipende anche da voi.
In ritorno non vogliamo né danari né seguiti, bensì pensieri più liberi dei nostri, e azioni più audaci.*

Da una minaccia all'altra

Le nostre giornate si distinguono oramai le une dalle altre solo per le differenti minacce che, per 1'appunto quotidianamente, vengono a scuotere il nostro solito tran tran. E a metterci addosso una paura che ci pare nuova ogni mattina, ma che nuova non è. Una paura fatta di tante paure, nessuna delle quali rimane. Una paura che, appena voltato pagina o cambiato canale, non se ne va via con quelle, solo apparentemente diverse fra loro, che la compongono.

La paura è una delle ultime emozioni che riusciamo ancora a provare, resi sordi come siamo dalle leggi del Mercato e ciechi dalle ideologie del Progresso. Essa è uno degli strumenti che i padroni del nostro destino utilizzano per tenerci buoni, costringendoci a pensare che solo ricorrendo ancora e sempre a ciò che in realtà ci sta lentamente facendo scomparire, lo sviluppo scientifico-tecnologico, tutto alla fine non sarà che ordine e armonia. Ma proprio la paura, forse, rappresenta allo stesso tempo l'occasione che potrebbe permetterci d intuire il rischio di fronte a cui quella che chiamiamo Civiltà, con tutto il suo discorrere di Sicurezza, ci ha posto. Uno spiraglio attraverso cui indovinare i nemici da cui difendersi e i compagni con cui attaccarli.

Domani una nuova e più spaventosa emergenza verrà con ogni probabilità a sommergere quella di oggi, facendocela scordare, e se non verrà quasi da sola, giacché allo stato attuale delle conoscenze tecniche alcune catastrofi sono ancora difficili da programmare con scientifica precisione, qualche teleschermo provvederà a lanciare un allarme fasullo, al quale qualche opinione pubblica farà eco, strillando il suo terrore senza nome. Ciascuna delle catastrofi naturali che sopportiamo è, in buona parte, ascrivibile a ragioni di ordine sociale, all' "innaturalità" della vita che conduciamo, scandita dai ritmi della produzione e modellata sugli imperativi del consumo. Lo stravolgimento delle condizioni che consentono la vita è la condizione affinché la travolgente corsa dell'Economia possa continuare. La possibilità di non farsi trovare impreparati di fronte alla prossima alluvione o alla prossima epidemia dipende anche dalla capacità di comprendere realmente che cosa e chi sta dietro a quelle attuali.

Prima o poi doveva succedere anche qui. Così chiaramente la frase nessuno l'ha detta, ma di sicuro nei pensieri di molti si è affacciata nei giorni scorsi, quando anche dal cielo sopra le nostre teste ha cominciato a venir giù il diluvio e l'acqua si è infilata nelle cantine; e la terra, per come l'abbiamo conciata, non ha retto e si è messa a franare, isolando interi paesi e rcostringendo migliaia di persone ad andarsene dalle case. A Romagnano e a Roverè della Luna gli abitanti sono stati allontanati dai paesi, i quali sono stati requisiti da forze dell'ordine e protezione civile, a dimostrare una volta di più la volontà delle istituzioni di impedire che la gente prenda in mano le sorti proprie i luoghi in cui vive. La sensazione che non si sia trattato affatto di un evento eccezionale, guanto piuttosto del primo accenno ad una normalità futura con dovremo imparare a fare i conti, si va sempre più diffondendo. Che fenomeni di questo genere siano dovuti al surriscaldamento del pianeta, all'aumento delle temperature, per cui a fronte di un avanzamento costante del deserto nelle fasce equatoriali si assiste ad rapido intensificarsi delle precipitazioni nel resto Pianeta (alcune stime affermano che nel 2080 queste ultime saranno aumentate del 50%), à cosa che si sente affermare in ufficio, dal barbiere, facendo la fila alla posta. Ciò che si stenta invece a capire è che niente di quello che sta accadendo può essere considerato semplice frutto del caso. I mutamenti climatici cui stiamo assistendo sono evidentemente così poco legati ai cicli naturali che gli stessi responsabili di questo sconvolgimento, i potenti le cui mani tengono i fili che reggono il mondo, si vedono costretti ad ammettere oggi quello che si sapeva già dieci anni fa: che la causa di ciò è il cosiddetto "effetto serra". Causa del quale sono, indubbiamente, loro stessi. Lo sfruttamento della natura, in tutte le sue forme e quindi, evidentemente, anche nella sua forra umana, il sistema di produzione e consumo messi in opera da chi ha sempre istituito un rapporto di potere fra sé e la natura, fra sé e gli altri uomini, è la causa da cui discende necessariamente il nostro presente sbracciarci nel fango. La presunzione che la vita sia possibile solo al di qua e contro la natura o, per così dire, alle sue spalle, governa ciascuna delle nostre scelte da quando il modo di vita industriale e mercantile governa noi. Ma anche la convinzione che siano la salvaguardia, la protezione e il controllo dell'ambiente gli strumenti che ci possono permettere di scongiurare le catastrofi a venire è sbagliata, poiché si fonda sul falso presupposto che esista un luogo in cui si possa campare al riparo dall'imprevedibilità della natura e cioè distruggendola in quanto natura. Questo à precisamente ciò che deve essere compreso al più presto, prima di quel "troppo tardi" a cui chi non ha nulla sarà condannato da chi ha già tutto guadagnato e tutto speso.

Ma se è vero che il funerale ce lo stanno preparando a livello, come si dice, globale, è pur vero che siamo noi, qui, che ci stiamo scavando la fossa Come ogni altra regione del pianeta anche quella in cui viviamo e tenuta a pagare il suo tributo al mondo del profitto: da un lato corridoio di transito per le merci che viaggiano tra l'Europa continentale e il Mediterraneo e dall'altro lato aria buona e paesaggio da sogno, luogo di vacanza ideale per persone lo guardano con la stessa distrazione con cui si fissa una cartolina e ci passeggiano attraverso come fanno nelle zone a traffico limitato delle loro città. Molti di quelli che vivono in questo territorio lo conoscono solo sulla base del guadagno che possono immediatamente ricavarne o in relazione al prezzo con cui lo possono vendere, dimentichi di tutte le esperienze che nei secoli hanno unito l'uomo e la montagna. Il rumore dell'acqua, un albero, il profilo di un monte non suggeriscono più nulla, non significano più niente per nessuno; sono i soldi di domani. La cementificazione dei fianchi delle montagne, l'imbrigliamento dei torrenti a fini idroelettrici, il disboscamento per favorire insediamenti turistici, la costruzione di una fitta rete di strade sono alcune delle forme in cui già da tempo - ma non da sempre -, si esprime lo sradicamento degli individui rispetto alla terra che li sorregge e l'aridità affettiva che scioglie i legami degli uni con gli altri. E proprio queste sono le cause per cui nei giorni scorsi il Trentino è finito sott'acqua.

IL TEMPO NON È LA SUCCESSIONE LINEARE E QUANTIFICABILE DEGLI EVENTI, BENSÌ LA PICCOLA PORTA DA CUI PUÒ ENTRARE IN OGNI ISTANTE LA SOVVERSIONE DELLA VITA. SULLA SOGLIA DI QUELLA PORTA NON SERVONO A NULLA I FARDELLI. BISOGNA TENERSI LEGGERI, PRONTI A SALTARE AL CUORE DELL'OCCASIONE.

Nessun comune della nostra provincia ha preso la decisione di sospendere la distribuzione di carne bovina nelle mense di scuole e asili, precauzione adottata da molte altre amministrazioni cittadine per scongiurare l'eventualità che qualche bambino contragga la malattia di Creutzfeldt-Jacob e tutelare così la salute almeno dei più piccoli. E la propria, di salute, visto che le preoccupazioni dei genitori potrebbero finire per trovare da sole, senza il ricorso a qualche comitato di saggi, i propri argomenti e diventare d'un tratto rabbia vera. Sorprende un po' che chi decide sempre con tanta solerzia al posto nostro questa volta abbia preferito decidere di non decidere, di prender tempo, limitandosi, come ha fatto l'assessore provinciale alla sanità Magnani, a chiedere le solite rassicurazioni agli esperti e nello stesso momento ad assicurarsi che da noi non esiste alcun pericolo. D'altronde, devono aver pensato costoro, perché scaldarsi tanto proprio adesso, considerata la quantità di veleni micidiali, per il corpo e per lo spirito, che già da tempo i figli dei nostri concittadini ingoiano a casa, per strada, davanti alla tv, ovunque e in qualunque momento? Perché correre ai ripari di fronte alle mucche pazze quando si e già sperimentato che neppure i polli alla diossina fanno incazzare la gente? D'altronde, se l'uomo è ciò che mangia, come diceva qualcuno, in un epoca in cui nessuno sa più chi è, conoscendosi solo nella misura del suo ruolo e delle sue funzioni sociali, nessuno può pretendere di sapere ciò che mangia. Questa volta il silenzio dei nostri avveduti amministratori, composto di preoccupazioni condivise e caute minimizzazioni, fatto apposta per sottolineare l'idiozia spongiforme di questa nuova isteria collettiva che ha preso tutti, di fronte ad una minaccia incombente che incombeva, se non ricordiamo male, già tre o quattro anni fa.

Utilizzare ossa polverizzate e altri scarti di animali come cibo per degli erbivori: ecco il segno che ci permette di intuire il grado di irragionevolezza raggiunto dalla logica del profitto; ecco una sofisticazione, mentale prima ancora che alimentare, che nessuna sofisticazione scientifica da parte di alcun esperto può nascondere. Eppure nessuno sembra scorgere il carattere evidentemente mostruoso che 1'agricoltura e l'allevamento industriale hanno assunto, visto che le farine di origine animale verranno sì bandite, ma per essere prontamente sostituite con prodotti manipolati geneticamente senza suscitare il benché minimo disappunto. Si baratterà così, nel migliore dei casi, l'attuale bassa possibilità di contrarre il morbo della mucca pazza con l'alta probabilità di ammalarsi di chissacché in un prossimo futuro, grazie agli OGM. A tal punto di incertezza è giunta la ricerca scientifica che gli stessi esperti che la praticano con così meravigliosi risultati si sentono in dovere di mettere le mani avanti: «per evitare quanto è successo con le previsioni sull'AIDS, questa volta non facciamo previsioni» (tal Pocchiani, coordinatore del registro italiano sulla malattia di Creutzfeldt-Jacob). Questo che vorrebbe, nelle intenzioni del personaggio, essere indizio di seria cautela, suona piuttosto come un sinistro avvertimento, per tutti.


UN INCENDIO E I SUOI POMPIERI

Nella notte del 17 novembre, qualche anonimo ha incendiato parte del McDonald's di prossima inaugurazione a Trento. Secondo i giornali questo attacco incendiario - il quale sembra aver ritardato l'apertura dei locali della multinazionale americana - non è stato rivendicato. Si può dire, dunque, che è stata un'azione anonima contro McDonald's. Ma la semplicità non è una virtù nella fiera della politica.

E' così che il gruppo locale di Lilliput - un coordinamento di associazioni pacifiste e del commercio equo e solidale - ha tenuto a precisare per ben due volte (L'Adige del 19 e del 22 novembre), prima per bocca di una responsabile e poi collettivamente, la propria presa di distanza dalla «violenza». La «disapprovazione» diventa «condanna» nel titolo del giornalista, nell'intento evidente di scongiurare e criminalizzare subito ogni pratica di azione diretta. Nei suoi comunicati Lilliput ci informa che McDonald's è responsabile della deforestazione dell'Amazzonia, dell'uccisione di milioni di animali, dell'inquinamento del suolo e dell'aria, dell'imposizione di un unico modo di mangiare in tutto il mondo, della totale precarietà a cui sono sottoposti i suoi lavoratori e di altre concretissime violenze. Eppure per questi pompieri sociali "violenza" è incendiare una struttura di morte (come ben sanno le popolazioni indigene massacrate perché si oppongono all'esproprio delle loro terre). Se non ci si affretta a dissociarsi dai sabotaggi, la polizia - nella sua notoria ottusità - potrebbe fare confusione. Allora "violenza", per questi lillipuziani del consenso, è semplicemente tutto ciò che si allontana dalla legalità e dalla politica.

Ma la violenza di McDonald's (questa multinazionale che il giornalista zelante definisce «simbolo», per nasconderne le concrete responsabilità) è perfettamente legale, proprio come le «proteste civili e democratiche». Come fare, allora, per sbarrare la strada ai bulldozer del profitto e dell'avvelenamento?


Le verità del falso

Stando ai giornali, la settimana scorsa è stato affisso a Rovereto un falso manifesto dell'Azienda provinciale per i servizi sanitari a proposito della "mucca pazza". Falso, il manifesto lo era solo perché afferrmava pubblicamente quelle verità che nessuna Azienda ammetterà mai: «l'assoluta e fisiologica impossibilità [per tali istituzioni] di tutelare efficacemente la salute dei cittadini nonché di mettere in discussione l'organizzazione della catena produttiva, i significati stessi della reclusione e della soppressione degli animali e il progressivo degrado ambientale e relazionale dell'intera comunità», poiché «i soprascritti uffici non possono negare rapporti di precipua corresponsabilità».

Il manifesto - che invitava a non mangiare carne né pesce - è stato presentato come uno "scherzo irresponsabile" del quale si occupano e forze dell'ordine. Avvelenamento e polizia, ecco la coerenza delle oro verità.

 
 

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